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SicilianitàL'amica ...Le Sens Du Contresens... ha commentato nel nostro Blog con un testo di Gesualdo Bufalino, L'isola plurale, tratto dalla raccolta Cere perse.
Non potevamo perde questa rappresentazione della nostra sicilianità, tra le centinaia di commenti.
Non riporto tutto il testo, per brevità, ma puo' essere letto interamente QUI.
[...]Vi è una Sicilia "babba", cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia "sperta", cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode.
Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male.
Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull'ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l'oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l'espatrio o ci lusinghi l'intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario.
L'insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore.
Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.[...]
Vincè
Ciccu toccami...Mamma Ciccu mi toccaUno dei detti antichissimi...chi di noi siciliani non lo conosce?
Spesso usando un proverbio o un modo di dire, abbreviamo ogni discorso perchè dentro di noi conosciamo perfettamente il profondo significato, ma quando andiamo a tradurre in lingua italiana, quel modo di dire perde ogni sapore di sicilianità e ogni forza.
Provo a spiegarlo ma con mie grosse perplessità sulla riuscita,forse ci riuscirò meglio narrandovi un episodio.
"Francesco toccami...mamma Francesco mi tocca.." questa è la traduzione in italiano...
Amici siciliani, non me ne vogliate, so di aver rovinato il detto, ma avendo riscontrato tantissime visite nel nostro blog di amici appartenenti a varie regioni, è giusto che anche loro leggano in modo comprensivo.
Oggi una mia amica mi raccontava che un suo conoscente le "girava intorno", cosa che a lei, a detta sua,non faceva piacere; successivamente mi diceva però che lei lo chiamava al telefono...fu lì che le dissi...tu mi sembri..."Ciccu toccami...mamma Ciccu mi tocca!"...ahahah.
Stella
Il carnevale di SciaccaIl Carnevale è sempre stato e sempre sarà il sinonimo della licenziosità, del divertimento estremo, dello sfarzo nel gioco, nel travestimento e nella tavola. E' sempre stato e sempre sarà il sinonimo della licenziosità, del divertimento estremo, dello sfarzo nel gioco, nel travestimento e nella tavola.
Il termine utilizzato per designare la festa si ricollega a quello latino "Carnem Levare", cioè al divieto ecclesiastico di consumare carne durante il periodo quaresimale.
Le origini della festa pagana per eccellenza sono antichissime: il periodo in cui si svolge fa pensare alla festa ateniese a sfondo dionisiaco delle Antesterie (fine di febbraio), quella ellenistica che si basa sulla processione del carronave di Iside che anticamente si svolgeva agli inizi di marzo e soprattutto ai Saturnali latini.
http://www.aziendaturismosciacca.it/carnevale/ ![]() Il travestimento e la sfarzosità dei carri ha fatto di questo evento in questa città una delle manifestazioni più importanti, tanto da diventare uno dei carnevali più famosi d'Italia. L'evento ha delle origini antiche visto che risale al 1800, quando la festa era l'occasione non solo per preparare ed abbellire carri allegorici e dar libero sfogo all'allegria, ma anche per dedicarsi ai "peccati di gola" abbuffandosi con vino, salsiccia, maccheroni al sugo e cannoli di ricotta. Le varie manifestazioni iniziano in città il giovedì grasso con la consegna delle chiavi della città alla maschera "Peppe Nnappa" maschera simbolo ideata negli anni cinquanta "Lu Re di lu cannalivari sciacchitanu".
![]() Vera peculiarità di "Peppe Nappa" è la tradizionale distribuzione, a tutto il popolo partecipante alla festa, di caramelle, vino e salsiccia: quest'ultima preparata sulla brace, nella parte posteriore del carro.
I momenti centrali della manifestazione si hanno con la sfilata dei carri allegorici, evento che inizia il sabato per terminare il martedì. La sera del martedì, dopo giorni dedicati al canto ed al ballo, si concludono tutti i festeggiamenti con il rogo del carro. E' questo il momento finale e il più emozionante della manifestazione saccense: il pupo raffigurante Peppe Nappa, staccato dalla piattaforma che lo aveva portato in giro per la città, viene collocato al centro della piazza A. Scandaliato, in attesa di essere bruciato.
Decretato ufficialmente la fine della manifestazione, si dà inizio al rogo di Peppe Nappa: tutti si riuniscono intorno a lui danzando in un grande girotondo sulle note dell'inno e lanciando migliaia di martelletti carnascialeschi sul pupo in fiamme. Impressionante è lo spettacolo, tra mille colori e i flash delle macchine fotografiche.
Vincè
I CRISPEDDRI DI RISU
I CRISPEDDRI DI RISU (DI S.GIUSEPPE) I “crispeddri di risu", di cui vi do la ricetta, a Catania si preparano e gustano per la festa di S.Giuseppe. Peraltro fanno letteralmente leccare le dita (perché si mangiano senza posate) e vedrete alla fine perché....
Nino
le origini della lingua italiana
La lingua italiana ha le sue radici in Sicilia. Prima che il volgare fiorentino fosse consacrato idioma nazionale, promosso dall’Alighieri, l’Imperatore Federico II di Svevia, sovrano illuminato di tutto il Sud Italia, all’alba del XIII secolo promosse a Palermo una sorta di Accademia, in cui tutti i letterati del tempo, sia cristiani, sia musulmani, si riunivano per dare vita a quel centro linguistico, poetico che pose le basi della “Scuola Siciliana”. La caratteristica di questa nuova letteratura era quella di voler riunire in un solo idioma le peculiarità delle culture europea e araba. Nota è, infatti, la poesia degli arabi siciliani, di cui mi piace ricordare il nome di Al Butiri (infatti, nativo di Bufera), una forma di letteratura già presente nell’isola nel VII secolo. Federico promosse le attività culturali più varie, l’arte, la scienza, la diplomazia e l’amicizia tra i popoli (nota è la sua devota amicizia, ricambiata, nei riguardi di un sovrano islamico), tanto che fu appellato “Stupor Mundi”. Ma allora pèrchè questa prima lingua codificata (il siciliano) non fu scelta come lingua nazionale? I motivi sono sostanzialmente due, il primo è riconducibile a una cieca critica letteraria che afferma che la Poesia Siciliana segue sempre lo stesso tema: l’amore; ma il vero motivo è di natura politica, quando la Firenze del 1300 dettava legge, poiché città all’avanguardia. Ad ogni modo, rimangono i versi dei grandi Ciullo d’Alcamo, Iacopo da Lentini, Guido delle Colonne, ecc. a testimoniare che, ben prima del toscano, il siciliano era già una lingua riconosciuta in Europa, in Terra Santa e nel Nord Africa.
Angelo
Testa del MoroAmici vicini e lontani buongiorno: all’Italia dei buoni sentimenti e delle piccole illusioni…come diceva il grande Nunzio Filogamo…miii chi sugnu vecchia …a dire il vero ricordo solo la frase che conosciamo un po’ tutti, ma lui no. Buona domenica!…amiche, mi avete chiesto…oggi cosa si mangia?...ahahah…oggi alla vucciria si digiuna..ahahah…beh mi pare che quanto meno il dolce ce lo abbiamo, ci ha pensato il nostro capo…fatele le “sfinci”…sono buonissime… Stamattina andando a fare una bella passeggiata mattutina per le vie di Palermo e ammirando la maestosità di molti palazzi dei tempi che furono, mi ricordai di una leggenda che riguarda i vasi di terracotta con l’effige di “A TESTA DU MORU” (testa del moro).
Alla Kalsa,( “Avusa” nome arabo KASBAH) nel periodo della dominazione araba, in una delle sue viuzze, viveva una bellissima fanciulla, dal colorito roseo e occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo mare del golfo di Palermo.Segregata in casa, trascorreva le giornate coltivando e curando i fiori del suo balcone. Un giorno passò di lì un giovane moro, che vide la bella ragazza attenta ad accudire le sue piante, se ne invaghì e decise di volerla per sempre. Senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore. La fanciulla ricambiò l'amore del giovane, ma quando seppe che il moro l'avrebbe lasciata per tornare nelle sue terre, dove l'attendevano moglie e figli, aspettò la notte e mentre il giovane dormiva lo uccise. Gli tagliò la testa con la quale fece un vaso in cui piantò del basilico e lo mise in bella mostra fuori dal balcone.Il basilico crebbe rigoglioso e destò l'invidia degli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero fabbricare dei vasi di terracotta a forma di "testa di moro". Stella
Sfingi di carnevaleCome molti hanno compreso, le usanze e le tradizioni della nostra Sicilia, pur essendo simili per gli aspetti generali, posson cambiare da una zona ad un'altra nel modo di interpretarle.
Un caso tipico, sono i dolci popolari fatti a carnevale nella mia zona, quella di Gela.
Le frittelle da noi preparate a carnevale e chiamate "Sfinci" sono una cosa simile ma non identica alle piu' famose Sfingi di San Giuseppe preparate propio in un periodo dell'anno diverso.
Le nostre Sfingi sono piu' povere nel contenuto, rispetto a quelle di San Giuseppe, che hanno nella pasta incorporate le uova e un ripieno di ricotta.
Ingredienti:
Preparazione:
Vincè
A PROPOSITO DI MAFIA E DEI MALI D'ITALIAVIVA LA MAFIA?Prescindendo da considerazioni geopolitiche che ci portebbero molto lontano nel tempo e nello spazio, limitiamo il nostro orizzonte ai due ultimi secoli di vita italiana e se volete parliamo bene della Terronia e della Mafia. L' intervento è lungo: fate un copia-incolla e leggetevelo con calma, se volete
1. Premessa. Sono nato a Catania circa 72 anni fa e per 54 anni la mia professione, pur non essendo un viaggiatore di commercio, mi ha portato a risiedere a lungo in alcune città dell’Italia centro-settentrionale (Orvieto, Modena, Torino, Mantova, Trento, Pordenone), per mesi in altre, sparse a Centro e Sud (Sabaudia, Bracciano, Caserta, Messina, Palermo) e di conoscere, anche profondamente, persone e ambienti di vario livello socio-conomico-culturale in tutt’Italia. Per 54 anni mi sono battuto contro un pregiudizio ed ho spesso avuto ragione, trattandosi di un pregiudizio basato sulla cattiva informazione e sull’incapacità, molto diffusa anche fra la gente di elevata istruzione, di impostare correttamente un problema, analizzarne gli elementi con le loro correlazioni e di indicarne le corrette soluzioni. Il pregiudizio è: il Meridione d’Italia , Isole comprese, è arretrato perchè è terra di malavita ed è irredimibile. Ho spesso avuto ragione perché sono un fortunato: ho potuto saggiare con mano la composita realtà nazionale ed ho constatato de visu come nell’evoluto Piemonte, nella operosa Lombardia e nella dotta Emilia la qualità della vita del contadino indigeno non fosse più umana di quella del contadino siciliano (per una conferma, leggere "Paesi tuoi" di Cesare Pavese e confrontare con le opere di Verga) così come la vita nelle città non scorreva in maniera diversa. Ma una cosa ho notato: la preparazione scolastica dei giovani meridionali era sicuramente migliore. Il motivo c’era: nell’industrializzato Nord non si sentiva l’esigenza di cervelli imbottiti di nozioni ma solo di braccia pronte a lavorare di tornio, appena finita la scuola dell’obbligo, mentre nel Sud "sottosviluppato" la perenne carenza di posti di lavoro portava le famiglie a mantenere i figli a scuola, nell’attesa di un titolo di studio che desse loro la speranza di un "posto sicuro " di pubblico dipendente. E così nel "continente" molti hanno subìto gli effetti di quanti, a volte in malafede, parlando della " Terrona tellus" ai terroni hanno attribuito colpe che non hanno.
Questa lunga premessa per invitare coloro che, con la solita normale scarsa informazione colpevolizzano il meridione ed i meridionali, a imparare a leggere bene la Storia e a leggere bene quegli autori che di Mafia parlano. Pochi nomi sono sufficienti, a persone di buona apertura mentale, per comprendere bene come stanno le cose: Michele Pantaleone ("Mafia e politica" e "Mafia e droga"), Leonardo Sciascia (la bibliografia è infinita), Pino Arlacchi ("Gli uomini del disonore"), Enzo Biagi ("Il boss è solo") e l’eroe (da non dimenticare mai, assieme all’amico Paolo Borsellino) della lotta al fenomeno, Giovanni Falcone ("Cose di Cosa Nostra"). 2. La genesi siciliana Lasciando da parte ogni disquisizione semantica sull’origine ed il significato, la Mafia nasce in Sicilia nel 1812, a seguito dell’abolizione dei privilegi feudali e da allora è fenomeno non dissimile da quello rappresentato dal Manzoni nei "Promessi sposi", in cui il signorotto feudale, chiamiamolo "Barone", è il monarca assoluto del Feudo - padrone della vita e della morte di chi vi opera - e, con la sua organizzazione di governo del Feudo, spesso in contrasto con le leggi dello Stato, si pone al di sopra dello Stato stesso , perché lo Stato altro non è che il tutore e conservatore del sistema di Potere, di cui il signorotto fa parte.
L’organizzazione interna al Feudo, ha una sua struttura piramidale di tipo gerarchico-funzionale: al vertice c’è un Capo (il Gabelloto), con un suo staff, e in sottordine varie unità di uomini armati dipendenti, ciascuna con il proprio capo . Ogni capo di unità è il responsabile del proprio livello ed assicura ai propri sottoposti benessere ed impunità ( anche attraverso l’intervento del "Barone" nei confronti dello Stato di diritto). Alla base di tutto ci sono quelli che lavorano nel feudo. Il benessere degli uomini armati viene perseguito attraverso attività che non sempre sono nel rispetto della legge, anzi assumono sempre più frequentemente un carattere delinquenziale, fortemente condizionatorio.Quando nel Feudo l’autore diretto di un' infrazione alla legge dello Stato viene scoperto, anche se in flagrante, il "Barone", con la sua influenza diretta o indiretta, ne garantisce l’impunità. Il "Barone" (uomo del Potere politico ed economico), vive a lungo in città, affida l' amministrazione del feudo nelle mani incontrollate del Gabelloto, il quale con mezzi più o meno leciti, gli assicura il flusso di danaro che gli consente di vivere come gli si addice e spesso al di sopra delle sue possibilità facendo debiti col Gabelloto, cosicchè è costretto sempre più spesso a scendere a compromessi con il Gabelloto stesso, che gradualmente acquista un suo proprio autonomo Potere condizionatorio. Peraltro il Barone per saldare i debiti è costretto spesso alla cessione più o meno spontanea delle sue terre direttamente o tramite prestanomi al Gabelloto, di cui diviene sempre più debitore in ogni senso.Nasce, così, una forma di "Latifondo" non baronale in cui vige la legge del Gabelloto. Si crea un intreccio di interessi fra "Baroni" (che sono contemporaneamente il Potere politico e il Potere economico) e Gabelloti, i quali con l' Organizzazione della Baronia diventano sia Capi del Potere condizionatorio, ossia i Capi della Mafia del Feudo o del Latifondo, sia essi stessi rappresentanti del Potere economico. 3. Economia, Politica e Mafia
Nel 1812, come già detto, nella nostra Italia, la situazione del Potere é identica a quella Lombarda del Manzoni e a quella della Sicilia: i "Baroni", assieme ai Capi degli Stati, sono contemporaneamente il Potere politico, il Potere economico ed il Potere condizionatorio: di quest’ultimo posseggono gli strumenti necessari, le milizie armate, in grado anche di condizionare le scelte politiche dello Stato, quale che sia la sua forma.
La situazione si chiarisce meglio man mano che spuntano le varie Costituzioni, più o meno democratiche: il "Barone" fa parte del "Potere dello Stato ufficiale, il Potere politico", o in prima persona (vedi i vari Pari, Senatori , ecc.) o attraverso suoi sodali eletti dai rari elettori consentiti dalla varie leggi elettorali del tempo. Lo Stato legifera, spesso e volentieri nell’interesse dei "Baroni" e i "Baroni", ove qualche legge non fosse di loro gradimento, nell’ambito del loro territorio perseguono i loro interessi con le buone o con le cattive, contro la legge dello Stato, attraverso la loro organizzazione.
La nascita dell’Unità d’Italia sotto l’egida piemontese e con lo Statuto Albertino, attraverso gli spostamenti della Capitale da Torino a Firenze e poi definitivamente a Roma, modifica gradualmente la distribuzione del Potere, perfezionandola, funzionalizzandola sempre meglio.
Il Potere politico, in pratica, passa nelle mani dei rappresentanti degli interessi del Potere economico: il Potere economico è radicato a Nord , dove esistono i cosiddetti "Borghesi illuminati", che devono lucrare i profitti degli "investimenti" fatti per il raggiungimento dell’Unità, e i Nobili Grandi latifondisti (per semplicità Baroni) che, assieme a quelli delle altre Regioni, devono evitare lo spappolamento dei loro feudi.
Il Potere economico, in conseguenza, si radicalizza nelle mani sia dei Baroni del Nord sia in quelle della Borghesia industriale e finanziaria del Nord (ed anche qui ci sono Baroni), che hanno appunto dato l’avvio all’avventura unitaria e i cui esponenti per la maggior parte ruotano attorno alla Corte. A questi gradualmente si aggregano anche i Baroni e i Latifondisti del Centro e del Sud..
La Politica economica italiana di quegli anni è pertanto Nordicocentrica e Latifondista, e anche quando si propone di migliorare le condizioni del Centro-Sud, la sua realizzazione è pilotata dal Potere politico che la indirizza a favore del Potere economico nordista (spesso e volentieri anche contro l’organizzazione economica preesistente all’Unità nei vari Staterelli annessi) e tale si mantiene anche durante il periodo del ventennio fascista e, successivamente, anche in questi ultimi 60 anni .In ciò hanno grande rilevanza i parlamentari del Sud ( denominati ironicamente"àscari", a cavallo dei secoli XIX e XX "), selezionati secondo le esigenze e gli indirizzi del Potere nordista e pronti sempre a votare qualsiasi legge favorevole al Potere economico nordista, senza alcuna ricaduta positiva sul centro-meridione (anzi impoverendolo) pur di ottenere qualche legge favorevole al mantenimento dello statu quo nel Feudo baronale e nel Latifondo ( peraltro molto diffuso anche a Nord). E nella selezione e nell'elezione di questi parlamentari interviene fortemente il Potere condizionatorio dei vari capi della Mafia. Infatti, di pari passo con la creazione dello Stato unitario, in Sicilia cresce il Potere condizionatorio dei singoli Capi della Mafia, che si aggregano fra loro in un' organizzazione più o meno segreta che avviluppa le attività economiche, lecite e meno lecite, più importanti, con una propria "nomenklatura" in grado di porsi al di fuori ed al di sopra della Legge, che favoriscono appunto la selezione e la scelta di politici ad essi graditi. 4. Concludendo. Vale la pena ricordare che il capitalismo liberista è sempre cieco, vuole profitti nell’immediato e non guarda quasi mai al medio e al lungo termine. In sostanza la politica economica e sociale italiana negli ultimi 147 anni di Stato nazionale è stata indirizzata a favorire il Potere economico nordista da un Potere politico di chiaro stampo nordista in cui i rappresentanti del centro-sud, selezionati fra persone ossequiose agli amici del Potere economico nordista, altro non erano che lo strumento di scambio per mantenere le condizioni di privilegio anche del Potere economico meridionale (che, ovviamente , nel passare degli anni cambia e si adatta al mutamento del contesto socio-economico). Va ricordato, peraltro, che la scelta dei parlamentari del Sud viene sempre pilotata dal Potere economico del Nord cui interessa avere rappresentanti politici addomesticati, politici selezionati in Sicilia, come già detto, dal volere dei Capi della Mafia, dei quali questi politici curano gli interessi. E’ vero che sono stati inventati enti come la Cassa del Mezzogiorno e aziende delle Partecipazioni Statali con lo scopo di sostenere l’economia del Centro-Sud, ma di fatto enti e aziende o sono stati sempre resi colposamente inefficienti dal Potere politico o sono stati invece utilizzati per favorire la crescita del Potere economico nordista Tale tipo di politica che indubbiamente ha fatto anche progredire l’Italia sul piano economico (ma non poteva non progredire nel contesto in cui si è sviluppata), oggi rivela sempre il suo miope indirizzo di base, che di fatto ha impoverito sempre più il meridione e pur avendo arricchito il Nord, lo ha privato dei benefici che ne avrebbe tratto da una adeguata crescita del Mezzogiorno. Nino
Regione siciliana tra chiacchere e cannoli
Nel mio blog non si è mai affrontato un argomento politico, io personalmente non faccio parte di alcun schieramento, ma oggi sento il bisogno da "buona siciliana" di sfogare la mia rabbia. Possibile che un cittadino deve esser portato a vergognarsi di appartenere alla propria terra?...E io in questo momento mi vergogno d'esser sicula...e questo lo devo all'assoluta mancanza di decoro, di decenza di un uomo che riveste una carica non adeguata al suo comportamento.
Caro Totò, la mafia non esiste...il nostro problema è il traffico...infatti tu ti sei occupato solamente del traffico...e i cinque anni li hai beccati per troppi divieti di sosta? La tua contentezza che ti spinge ai festeggiamenti lascia capire che chissà quanti anni aspettavi ti dessero...sempre per i divieti di sosta!...
Non riesco a credere che un uomo che vuol dare serenità alle famiglie siciliane possa non sentire un minimo di vergogna..."unn'avi n'anticchia di russuri 'nta la facci"... Ma perchè mai un qualunque cittadino che ruba un vasetto di marmellata viene punito con anni di galera e un Totò (caspita che nome ricorrente! ) Cuffaro ha la facoltà di scelta sulle proprie dimissioni?...Non gli dovrebbe automaticamente essergli imposto dal'alzar le chiappe dalla poltrona regionale e andar a casa a capo chino? Son sicura che altri miei conterranei la pensano in ugual maniera, pertanto posto qui un link (www.petitiononline.com) dove si trova una petizione a favore delle dimissioni di Cuffaro...il link è stato segnalato prontamente da un nostro conterraneo sul blog di mia figlia. Stella
Spaghetti poveriCaduto governo...oh poveri noi orfanelli!...La nostra situazione? Migliorerà, peggiorerà ancor di più ( ammettendo che ci possa esser di peggio)?
Beh visto che siamo tristi e poveri oggi mangeremo cosette semplici semplici...un piatto di spaghetti da preparare mentre aspettiamo il bollore dell'acqua per poter metter giù la pasta. Questa è la versione bianca e semplificata della "Pasta c'anciova".
In un tegamino ponete acciughine salate insieme ad un pò d'olio d'oliva e a fuoco lentissimo fate sciogliere, aggiungete prezzemolo trito, capperi, peperoncino e pochissimo vino bianco e cuocete fino a far evaporare il vino. Nel frattempo cuocete gli spaghetti. A parte in un padellino fate "atturrare" (tostare) il pan grattato senza olio, a fuoco leggerisismo e rimestando ininterrottamente, altrimenti si creerebbero crostine nere. Scolate la pasta, buttatela nel tegame del sughetto, rimestate bene e servite con la "muddica atturrata" spolverata sopra.
Una variante buonissima...io oggi non ce l'ho e non posso metterla, all'intingolo potete aggiungere la zucca tagliata a dadini piccolissimi da far sciogliere insieme alle acciughe.
Stella Antonello da Messina![]() Angelo Pranzo del giovedi grasso
Dopo la chiusura delle feste natalizie con l’Epifania chiamata la festa “di li tri re”, arriva “cannalivari” …recita il dialetto di Castelvetrano :”Dopu li tri Re olè olè olè”…così con il “giovedì grasso” inizia la festa carnascialesca. In tempi passati erano i giorni durante i quali si andava a ballare in casa di amici e parenti e nei vecchi fidanzamenti a questi balli partecipavano le famiglie di quei poveri fidanzati guardati quasi col fucile spianato, pronto a sparare se una mano di lui si fosse avvicinata alla mano di lei. Perché chiamato “grasso” ?…In quei giorni era permesso far schiamazzi, era concesso parlare in modo poco pulito e scherzare anche in maniera pesante :”Pi cannallivari ogni scherzu vali e cu s’affenni è un maiali” ( per carnevale ogni scherzo è valido, chi si offende è un maiale). A proposito di proverbi si dice anche “Cu è fissa cannalivari o cu ci va apppressu?” (chi è scemo carnevale o chi lo segue?), si usa per dire scemo a qualcuno che segue un altro poco affidabile. E come per ogni occasione anche per il giovedì grasso la cucina siciliana ha il suo piatto…stavolta purtroppo il nome non è molto appetibbile, ma in compenso il piatto è qualcosa di eccezionale…per il giovedì grasso in parecchi paesi si mangiano le “LASAGNI CACATI”. Io le preparo così : Con un tocco di carne di maiale legato a pezzi di cotenna preparo un ragù nella maniera tradizionale, ma con “l’astrattu” (l’estratto di pomodoro fatto in casa), a parte cucino le lasagne ricce fatte in casa con la farina di rimacinato; cotte le metto in una terrina,( ricordatevi che la pasta fresca richiede una cottura brevissima) condisco con abbondante ragù e ricotta freschissima, schiacciata precedentemente in un piatto con una forchetta e ammollata con qualche cucchiaiata dell’acqua della pasta. Servo nel piatto e grattugio sopra all’istante dell’ottimo pecorino. Il secondo piatto di cannalivari è “lu bruciuluni”… La stessa preparazione può essere fatta in porzioni singole, cioè usando delle fette di carne leggermente più piccole in maniera che ogni commensale avesse il proprio “ bruciuluni”. Caratteristica di arrabbiature è la fatidica slegatura della carne con i relativi "sbrizza"di sugo su camicie e golf. Prima di passare alla frutta si consumano “li ramurazza”, ossia i ravanelli rossi, dal sapore un po’”arzenti” ( che brucia un po’), insieme a finocchi dolci. Il mio pranzo è servito…ah dimenticavo…il tutto accompagnato da buon vino rosso d’Avola e un bicchiere di buon passito di Pantelleria dopo la pignoccata descritta in un post precedente.
Fate la prova adesso…giovedì grasso sta per arrivare.
Coraggio amiche...questo è il risultato dopo il pranzo del giovedi grasso...ahahah...
Vuoi mettere l'importanza di una somiglianza ad un personaggio di Botero ?
Stella Grano uguale PaneNell’entroterra della Sicilia prevale la cultura del grano.
Grano significa pane ... Pane significa vita.
![]() Il pane in sicilia ha avuto sempre un’importanza tale, al punto da giustificare il più terribile dei proverbi siciliani
" a cu ti leva u pani, levaci a vita " a chi ti toglie il pane togli la vita.
Il cibo principale nelle campagne un tempo era il pane, pane e formaggio pecorino era il pasto principale del giorno.
Il forno a legna nelle case siciliane era un accessorio indispensabile: le donne" facivanu u pani " anche due volte la settimana, mai di venerdì giorno di astinenza, che ricorda la passione di Cristo.
sale e lievito naturale " u cruspenti " o anche detto " u criscieti " preparato qualche giorno prima, o rinnovato da quello precedente.
Nel frattempo veniva acceso il forno, con la legna di ulivo e di mandorlo, qualche pugno di "scorcia di minnuli" (le bucce di mandorle ).
Alla fine: quando il forno era portato alla giusta temperatura, veniva fatta la cosidetta " vampata " con una bella ” furcunata di pagghia”, prima di infornare veniva svuotato dalla brace, quindi scopato e quando le mura dell’interno diventavano bianche per il calore, il forno era pronto per infornare il pane . La brace veniva spenta per ricavarne la carbonella per gli scaldini "ginisi pi scafattura". La temperatura del forno non doveva essere né troppo alta né troppo bassa, doveva essere al punto giusto.
Il pane era un bene prezioso per correre il rischio di sbagliare la cottura. “Cori, cori u pani s’appizzò" era l’imprecazione quando si verificava una tale sventura.
Sfornare era un rito quasi magico. La prima "guasteddra" veniva segnata con una croce, fatta con il pollice della mano destra in segno di ringraziamento.
Anche infornare era un rito: le pagnotte venivano poste dentro il forno ad una ad una, con la pala di legno venivano fatte scivolare sul piano di cottura, ben ordinate ed alla giusta distanza tra loro per evitare le cosiddette “vasature”. La bocca del forno veniva chiusa e si attendeva quindi la cottura, che durava circa un’ora.
Quando una odorosa fragranza s’andava spargendo nell’aria, l’attesa diventava impaziente, specie nei bambini che non vedevano l’ora che il pane venisse sfornato. Col pane "càvudu-càvudu" ( caldo caldo) si ripeteva la tradizione "dù pani cunzàtu" ( pane condito con olio peperoncino origano acciughe e sale ) per tutta la famiglia. Alcuni detti siciliani sul pane :
Per finire una filastrocca: A matina pani e pira, a minziurno pira e pani, a la sira pi chiù pina, pani sulu senza pira.
(al mattino pane e pere , a mezzogiorno pere e pane , alla sera per più pena , pane solo senza pere).
Guttuso
Sicilia in bocca![]() Le arance, frutto della salute,è una delle risorse economiche della Sicilia, grazie al fertile terreno della Conca d'Oro e particolamente a quello lavico che ci regala le succosissime "arance dell'Etna".
Mi piace iniziare questo intervento postando un'affermazione e dei versi di Vitiliano Brancati dedicati alla sicilianità di quest'isola..."Bisogna essere nati in Sicilia per comprendere fino alla commozione certi suoi difetti".
......A terra stritta n’u pugnu u sangu vivu. A terra è tutta na cosa cu l’essiri Sicilianu, n’a cultura e pulitica. Sicilianu n’u pinseru e n’a morti Di na nazioni appena risuscitata ammazzata.a strammeria d’u’ Sicilianu asisti aspittannu di dda terra. Senza vicerè o marescialli di stato. Na Sicilia di Siciliani.
(La terra stretta in pugno e il pulsare del sangue. La terra è tutt’una con l’essere Siciliano, culturalmente politicamente. Siciliano nel pensiero e nella morte di una nazione non appena risuscitata uccisa. Vive l’alienazione di un Siciliano in attesa di quella terra senza vicerè o marescialli di stato. Una Sicilia di Siciliani).
Ma torniamo alla squisitezza delle nostre arance; tutti conosciamo i benefici apportati dal consumo giornaliero di questo frutto, dissetante, vitaminico, ricostituente, "non ingrassante"...come si suol dire...chi più ne ha più ne metta...
Vi suggerisco altre ricette buone buone da poter preparare come alternativa al solito modo di mangiar le arance.
Ottima la famosissima insalata di arance, cipolla calabrese e valeriana ( oppure con rucola), olive nere,sale, olio d'oliva.
Un gustosissimo dessert è il gelo di arance...stesso procedimento del gelo di mellone...spremere una quantità necessaria di arance per ottenere un litro di succo (migliore il succo delle sanguinelle), porre in un tegame, aggiungere 100 gr. di amido per dolci, zuccero a piacere (secondo il proprio gusto) e una bustina di vaniglia, cuocere lentamente e mescolare ininterrottamente, facendo attenzione che non si formino grumi. Quando si raggiunge la densità di un budino, spegnere il fuoco e versare nelle apposite coppette. Far raffreddare e decorare con pistacchio tagliuzzato a "punta di coltello" (non tritato).
Per la serie..."non si butta nulla" buonissime le palline di arance.
Consumate in due giorni una certa quantità di arance (ottime le spremute per i ragazzi che fanno attività fisiche ), conservate le bucce, meglio se avete usate le arance a buccia spessa. Mettetele in acqua per tre giorni cambiando l'acqua giornalmente, elimineranno così l'amaro che guasterebbe la bontà.
Al quarto giorno scolatele e pesatele, dello stesso peso usate lo zucchero, ponete tutto in tegame e cuocete come per una comunissima marmellata, rimestando sempre. Il composto sarà pronto quando sarà ben denso e si staccherà dalle pareti della pentola senza fatica. Versate il contenuto su una base di marmo e fate raffreddare, onde evitare una bella scottatura alle mani.
Create adesso con le vostre gentili mani delle palline della grossezza un po' inferiore ad una noce, affinchè possiate porle negli appositi pirottini (cartine per pasticceria). Passate le palline nello zucchero (non a velo) e pogiatele. Potrete conservare questi deliziosi bocconcioni (molto economici) dentro una scatola di latta, al fresco per lungo tempo.
Buona preparazione...fatemi sapere i risultati
Stella
Dolce di carnevale![]() Nessuna differenza fondamentale tra la pignolata della Sicilia orientale e la pignoccata palermitana...il procedimento uguale, ingredienti uguali, l'unica diversità consiste che mentre la pignolata è ricoperta di glassa bianca o di cioccolato, nella pignoccata palermitana i bastocini di pasta sono legati dal miele e decorati da "li diavulicchi".
Ecco come preparo io la mia pignoccata:
500 g di farina-200 g di zucchero-150 g di miele-6 tuorli d'uova-oliovo d'oliva o strutto-acqua-bustine di vaniglia Impasto la farina con le uova e metà dello zucchero fino a ottenere un composto liscio e omogeneo. Questo uno dei dolci di carnevale, ma la mattina andando in giro per i paesi ad ammirare le sfilate dei carri carnevaleschi l'uso è di gustare il "pani cunsatu"...potete prepararlo anche da voi in casa...buon pane fatto in casa rigorosamente di farina rimacinata (non la bianca), appena sfornato, tagliato in mezzo...la tradizione dei nostri nonni voleva si facesse con il coltello il segno della croce sulla mollica in segno propiziatorio...successivamente condito con olio d'oliva,pomodoro non verde a fettine, acciughe, origano. Ma che bontà!...
Stella
LU PIRU (IL PERO)LU PIRU
(Segue traduzione in lingua)
C'era na vota un viddanu c'avìa ‘nta lu jardinu un peri di piru ca non carricava mai, anzi non avìa mai fattu mancu na sula pira. Na jurnata mentri lu taliava pinsò:- Ma comu t’aiu zzappuliàtu tuttu ‘ntornu, fumèri nun ti nni aiu fattu mancàri, t’abbivìru puru e nun ti spercia di farmi tastàri mancu na pira! Daccussì lu viddanu pinsau di tagghiàrilu e di vinnillu pi piaggghiàrici corchi sordu. Di sècutu lu parracu urdinau a lu fallignami un Cristu ‘ncruci pi l’artaru maggiuri. Allura lu fallignami lu fici usannu lu lignu di lu piru. A un certu puntu, nta lu paisi si diffunniu la vuci ca lu Cristu facia miraculi e la genti, p’addumannarici na grazia, ci iva di tutti li cuntrati. La cosa arrivau a l’aricchi di lu viddanu e siccomu era malateddu, puru iddu vulìa addumannari la grazia. Arrivatu davanti l’artaru maggiuri arristau ‘mpalatu. Appena si ripigghiò ci dissi a lu Cristu:
Ti ricanusciu piru… Eh! piru piru Tu ca di piru pira un sapisti fari Ora di Santu Cristu miraculi vo fari? Ma va duna lu culu?!?!
IL PERO
C’era una volta un contadino che avevo nel giardino un albero di pero che non era mai carico di frutti, anzi non aveva mai fatto neanche una pera. Un giorno mentre lo guardava pensò:- Ma come ti ho zappato tutto intorno, letame non te ho fatto mai mancare ti abbevero pure e non ti viene voglia di farmi assaggiare una pera! Così il contadino pensò di tagliarlo e venderlo per ricavare qualche soldo. In seguito il parroco commissionò al falegname un Cristo in croce per l’altare maggiore. Allora il falegname lo fece usando il legno del pero. Ad un certo punto, nel paese, si diffuse la voce che il Cristo facesse miracoli e le persone, per chiedere una grazia, veniva da tutte le parti. La notizia arrivo alle orecchie del contadino, siccome era malaticcio, anche lui voleva chiedergli la grazia. Arrivato davanti l’altare maggiore rimase di stucco. Appena si riprese rivolgendosi al Cristo disse:
“ Ti riconosci pero… Eh! pero pero Tu che di pero pere non sapesti fare Ora di Santo Cristo miracoli vuoi fare? Ma vai a dare il culo?!?! ”
Questa breve filastrocca finale viene detta rivolgendosi a persone che nella vita non hanno mai concluso nulla e non concluderanno mai nulla
Terramia
TutùRicordo ancora dopo 40 anni...(sono smemorato ma non fino a quel punto),
"u carrittinu do zù Ciccio" il carrettino di zio Ciccio.
Frequentavo ancore le scuole medie ed uscendo da scuola per tornare a casa, gli passavo sempre accanto.
Posizionato in un punto strategico della piazza, suddiviso in scomparti, era stracolmo di leccornie!!
Caramelle, bon-bon, lecca lecca da un lato e dall'altro biscotti ed i famosi tutù.
C'erano i tutù bianchi e quelli scuri...mmhhhh col cioccolato!
Erano dolcetti secchi semplicissimi, usati dalla gente del popolo nelle feste e nelle varie ricorrenze importanti (sposalizi e battesimi), al posto delle piu' costose "pasti i mennila" e cassate.
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Preparazione:
Impastare la farina con poca acqua, unire lo zucchero, un pizzico di ammoniaca, la vaniglia. In chiave moderna possono essere arricchiti con 150 gr di mandorle tritate da aggiungere al composto. Dall'impasto ottenuto, ricavare dei biscotti a forma di noce o di "S" o di piccole trecce e porli in forno fino alla cottura. Preparazione della glassa:
250 gr di zucchero viene posto in un tegame, si aggiunge dell'acqua fino a ricoprirlo, passare sul fuoco mescolando continuamente, fino a che lo zucchero inizi a filare.
Con la glassa così pronta si ricoprono i biscotti già cotti, rimettendoli in forno tiepido per asciugarli.
Per quelli scuri, aggiungere alla glassa il cacao in polvere. Variante con glassa al limone:
Montare a neve l'albume di un'uovo, unirvi poi 150gr di zucchero, un cucchiaino di liquore secco ed il succo di mezzo limone.
Continuare a battere fino a che la glassa risulterà densa. Immergervi i biscotti per poi farli asciugare in luogo fresco, la glassa così si solidificherà. Vincè
IGNAZIO BUTTITA
IGNAZIO BUTTITTA Si ringrazia il Centro Studi Storico-Sociale Siciliano di Catania Per avere concesso di pubblicare materiale proveniente dal proprio sito
Per me che sono un poeta dialettale contemporaneo scrivere di Ignazio Buttitta è impresa ardua e difficile, è come volere scalare “l’Everest della poesia” con gli occhi bendati ed incatenato dalla consapevolezza che tutti i miei versi non valgono una virgola scritta da questo grande poeta. Di lui hanno Parlato Salvatore Quasimodo, Gianfranco Contini, Carlo Levi, Pier Paolo Pisolini, Salvatore Camilleri, Leonardo Sciascia quest’ultimo scriveva di Ignazio Buttitta: “La parola-voce, il poetare che coincide con l’esistere”. Ignazio Buttitta è nato a Bagheria (PA) il 19/09/1899. Autodidatta, fece molti mestieri: garzone di macellaio, salumiere, grossista in alimentari, rappresentante di commercio. Il 15 ottobre 1922, alla vigilia della "marcia su Roma" capeggiò nel suo paese una sommossa popolare. Nello stesso anno fondò il circolo di cultura "Filippo Turati", che settimanalmente pubblicava il foglio "La povera gente". Fino al 1928 fu condirettore del mensile palermitano di letteratura dialettale "La Trazzera", soppresso dal fascismo. Dopo aver pubblicato Sintimintali (1923) e il poemetto Marabedda (1928) il poeta ufficialmente tacque, ma le sue poesie continuarono a circolare clandestinamente. La sua prima poesia antifascista fu pubblicata, nel 1944, sul secondo numero di "Rinascita". Solo nel 1954, con Lu pani si chiama pani, Buttitta ricominciò a pubblicare le sue opere, che gli diedero fama internazionale. Nel 1943 Bagheria era stata bombardata e Buttitta, per allontanare la famiglia dai pericoli della guerra, si trasferì a Codogno (Milano). Ritenne di poter tornare da solo in Sicilia, ma lo sbarco degli Alleati gli impedì di attraversare lo stretto di Messina. Durante la permanenza in Lombardia, Buttitta partecipò alla lotta clandestina e venne arrestato due volte dai fascisti. Quando, dopo la Liberazione, tornò in Sicilia, trovò i suoi magazzini di generi alimentari saccheggiati. Per vivere (aveva già quattro figli) fu costretto a ritornare in Lombardia e a intraprendere l'attività di rappresentante di commercio. Questo fu un importante periodo di approfondimento per il poeta, che potè incontrare e frequentare quasi ogni sera Quasimodo e Vittorini. Nel 1960 si stabilisce definitivamente a Bagheria fino al 5 aprile 1997 data della sua morte, nella casa affacciata sul mare di Aspra. Di lui Leonardo Sciascia scive: Nel suo raccontare tutto è un'immagine, metafora, ritmo. E procede per sprazzi, per improvvise illuminazioni di particolari, di dettagli; e con iterazioni ugualmente improvvise: ingorghi che doveva far defluire, nodi che si dovevano sciogliere, rappresentazioni del fatto, del personaggio, della cosa da penetrare, da svelare. E se più volte raccontava la stessa cosa, a distanza di giorni o di anni, inalterabilmente si succedevano quelle immagini, quelle metafore, quel ritmo, quelle iterazioni misteriose e sospensive. Perchè Buttitta scriveva tutto - o forse, per dirla con Hemingway-, erano le cose che scrivevano Buttitta; e la sua opera propriamente scritta, materialmente scritta - i suoi manoscritti, i suoi libri - non è che una parte del Buttitta scritto che era poi l'intera sua esistenza, l'intera sua esperienza, la sua memoria, i suoi sensi. Riporto di seguito un commento dello scrittore Salvatore Camilleri Ignazio è il più famoso poeta siciliano contemporaneo, il solo ad essere conosciuto all'estero, tanto conosciuto che si è perfino parlato di Nobel. I suoi libri si vendono in misura decisamente superiore a quelli di Montale, i suoi recitals erano gremitissimi, frequenti gli inviti in TV. E' un fatto nuovo per la poesia siciliana, che non aveva conosciuto mai una simile popolarità, neanche quando i suoi poeti si chiamavano Veneziano e Meli, Tempio e Scimonelli, Di Giovanni e Martoglio; è un fatto che si deve a lui, a Ignazio, che ha saputo polarizzare sul suo nome l'attenzione e l'interesse della critica e del pubblico. Era nato poeta sulla scia del D'Annunzio, giunto alla poesia siciliana attraverso Vincenzo De Simone, che negli anni Trenta, ma anche da prima, era stato il pontefice massimo delle nostre lettere; ma si era distaccato subito dall'amico, certamente prima della seconda guerra, essendosi maturata in lui una concezione diversa dalla realtà, essendosi fatta strada in lui una ideologia diversa da quella imperante. Da quel travaglio che operò un rinnovamento non solo nei contenuti della sua poesia, ma anche nella forma, che si liberò dagli schemi tradizionali, ormai anchilosati e privi di vita, nacque "Lu pani si chiama pani", composto negli anni della guerra e immediatamente dopo, ma apparso solo nel 1954 con la traduzione di Salvatore Quasimodo. Il successo fu totale e continua fino ad oggi, facendo d'Ignazio una delle figure più popolari di tutta la letteratura italiana. Della sua poesia, tradotta in molte lingue, dal francese al rumeno, dal russo al greco, si sono interessati i maggiori critici italiani e stranieri, e i confronti che si sono fatti sono quelli con Neruda ed Eluard, con Prevért e Majakovski. Alla richiesta di quali poesie scegliere per una antologia, disse: "scarta i limiuna muffuti e cogghi chiddi frischi chi pampini a l'arbulu. Sarebbe un segno d'amore alla poesia e alla Sicilia". Le poesie di Buttitta non sono affatto limiuni muffuti (limoni ammuffiti), e i molti lettori di Ignazio l'hanno constatato; la vera poesia non muffisci mai!
CUMPAGNI DI VIAGGIU (COMPAGNI DI VIAGGIO)
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