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LU CRASTUNI E LU MAMMALUCCU

Ancora una favola morale in rima che fa parte di mie composizioni giovanili.

A onor del vero sono stato molto combattuto se inserire o meno la traduzione in quanto, come per la precedente favola, essa svilisce il contenuto rendendolo decisamente piatto e privo di quelle sfumature linguistiche che sono proprie della lingua siciliana. Pur ritenendo che soltanto chi conosce la lingua siciliana e sopratutto la sa leggere, come del resto per tutti i dialetti, può veramente entrare nel contesto della storia e di alcuni termini che sono intraducibili ho voluto, inserire una versione in italiano per dare anche ai non siculi la possibilità  di “darsi una mano” nel leggerla.

 

Buona  lettura.

 

 

LU CRASTUNI E LU MAMMALUCCU

 

Un crastuni si avia arrivigghiatu

sutta un balatuni avia durmutu.

Duppu un beddu acquazzuni

di solitu nescinu li crastuna.

Appena lu suli lu quadiau

fora di la scorcia si stinnicchiau.

Lentu e a fatica caminava,

e di sudura tuttu si vagnava.

A destra e a manca si arribbucca

ci veni puru la scuma a la vucca.

-Eni sta casa ca mi portu,

Lu distinu miu eni bruttu

a cunnucirila mi scafazza tuttu-.

Pi casu c'era un mammaluccu,

a sintirilu ristau di stuccu.

-Iu riparu nun ni aiu nenti,

tu  lu ai e ti lamenti!

Siddu nun ci sa fari mussu duci

dunamilla a mia sta scorcia di nuci.-

Pi lu crastuni fu na festa cu li botti,

di ddu pisu libirari si potti.

Lu crastuni caminava linnu -linnu

dicia:- ‘nta lu chianu mi ni scinnu,

mi cercu quattru amici

e fazzu festa ca sugnu filici.-

La so gioia durau picca dda matina,

picchì razzulannu arrivau na gaddina.

Si taliava la scena lu mammaluccu,

pinasu: "eni megghiu ca m'arrisaccu."

Accussi dintra la scorcia si ni vinni

E tinia nisciuti sulu li antinni.

La puddastra pizzuliannu a viva forza

Cu lu crastuni si inchiu la vozza.

A lu mammaluccu lu cori ci battia

"bedda matri sta sorti era la mia.

Dintra la scorcia stava agghiummuliatu

E nun niscia mancu ammazzatu.

Di dda passava un muntanaru,

‘nta na manu tinia un panaru.

Prufittannu ca c'era ancora luci

arricugghia crastuna e babaluci.

Vidennulu pinsau: "eni chinu o vacanti?"

Cu lu pedi lu girau… era chinu!

Accussì si signau stu avutru distinu.

La sorti di lu mammaluccu nun fu chiù furtunata

Picchì iu a finiri dintra na pignata.

                  ….

La vita eni na strummula eterna

E nun si sapi mai quannu si ferma.

Siddu nun si voli finiri scannaliati

ognunu si avi a tirari la so lazzata.

 

            Terramia

 

LA LUMACA  E LA LIMACCIA

 

Una lumaca si era risvegliato

Sotto un masso aveva dormito.

Dopo un bel acquazzone

di solito escono le lumache

appena il sole lo riscaldò

fuori del guscio si stiracchiò

Lento e a fatica camminava

e di sudore tutto si bagnava

A destra e a manca si rimbocca

Gli viene pure la bava alla bocca.

 E’ questa casa che mi porto

il mio destino è brutto

a condurla mi schiaccia tutto.

Per caso c’era un limaccia

a sentirlo rimase di stucco

- io riparo non ne ho niente,

tu ce l’hai e ti lamenti!

Se non si sai fare bocca dolce

dalla a me questa scorza di no.ce -

Per la lumaca fu festa con i botti

di quel peso liberare potette.

 La lumaca camminava linda linda

Diceva – nel pianoro me ne scendo

Cerco quattro amici

E faccio festa perchè sono felice. –

La sua gioia durò poco quella mattina,

perché razzolando arrivò una gallina.

Guardava la scena la limaccia,

pensò “è meglio mi ritiro.”

Così dentro la scorza se ne venne

 E teneva uscite solo le antenne.

La pollastra beccando a viva forza

Con la lumaca si riempì il gozzo

Alla limaccia il cuore gli batteva

“mamma mia questa sorte era la mia!”

Dentro la scorza stava aggrovigliato

E non usciva neanche ammazzato.

Di la passava un montanaro

In un amano teneva un paniere

Profittando che c’era ancora luce

Raccoglieva lumache  e lumachine

Vedendolo pensò “è pieno o vuoto?”

Con il piede lo girò…era pieno!

Così si segnò anche questo destino.

La sorte della limaccia non fu più fortunata

Perchè andò a finire in una pentola.

…..

La vita è una trottola eterna

E non si sa mai quando si ferma.

Se non si vuole finire scottati

Ognuno deve  farsi i fatti propri.

 

 

 

Pasta alla Norma

 
Di chiara origine catanese è questa pasta alla "Norma" così chiamata probabilmente per assimilarla alla massima espressione del lirismo belliniano.
Si dice che sia stato Nino Martoglio, il noto commediografo catanese, davanti ad un piatto di pasta così condito, ad esclamare: "È una Norma!" per indicarne la suprema bontà, paragonandola all'opera di Vincenzo Bellini.

 
 
Ingredienti (per 4 persone)
 
  • circa 400 gr. di maccheroni, secondo le abitudini, (si può usare altro tipo di pasta: io, preferisco pasta corta)
  • 600 gr. di pomodori perini (quelli per fare la salsa) o direttamente una bottiglia di passata di pomodoro
  • Una melanzana di quelle dette "turche" (quelle nere col diametro grande)
  • Ricotta salata da grattuggiare (non troppo stagionata)
  • 1 cipolla piccola
  • Basilico
  • 1 spicchio d'aglio
  • Olio extra vergine di oliva
  • Sale grosso

Preparazione:
 
Tagliare la melanzana a fette spesse 1 cm e disporle a strati in uno scolapasta con un po' di sale grosso. Lasciarle così per un'ora, con un peso sopra, a spurgare l'acqua di vegetazione.
Preparare la salsa con i pomodori e la cipolla, passando i pomodori nel passatutto. Dopodiché mettere l'aglio in una casseruola con un po' d'olio d'oliva extravergine e lasciarlo imbiondire.
Aggiungere la passata di pomodoro, qualche foglia di basilico, un po' di sale e lasciare cuocere per circa 15 minuti.
A parte, friggere le fette di melanzana tagliate a dadini in olio abbondante, asciugandole poi con della carta assorbente (meglio se carta da fritto).
A questo punto buttare la pasta e, a termine cottura, scolarla e ripassarla per pochi secondi nella casseruola della salsa.
Infine versare la pasta nei piatti e grattugiarvi sopra la ricotta salata in quantità abbondante.
 
 

 
         Vincè

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Antonello Gagini


 
         Angelo

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Le carte da gioco siciliane


Carte da gioco siciliane

 

LE CARTE DA GIOCO SICILIANE

 

 

Dopo la morte di Federico II di Svevia, la Sicilia perde la stabilità ritrovata e si ritrova alla mercè dei francesi che invadono l’isola. Ma nonostante l’avversione che il popolo siciliano nutre nei loro confronti, ne assorbe gli usi come, per esempio, il gioco delle carte.

 

Inizialmente le carte da gioco furono un lusso che si potevano permettere in pochi, soprattutto nelle corti dei principi, in quanto un pittore doveva disegnare le carte a mano. Chiaramente in diversi luoghi diversi pittori disegnavano le carte con composizioni locali. Dopo molte combinazioni nacquero mazzi standard con coreografie regionali, usati ancora oggi.

 

Le carte da gioco siciliane sono quaranta con quattro semi: Oro, Coppe, Spade e Bastoni. Ci sono tre figure per seme: il Re, il cavallo o "Sceccu", il fante o la donna. Gli assi sono quattro per seme, ma il più rappresentativo è l'asso di bastone che spesso era dipinto nei carretti siciliani con la dicitura “vacci lisciu”. Questa figura aveva un significato specifico che valeva come monito per chi volesse attaccare briga o, come qualcuno sostiene, era associato alla “grattarola” (grattugia) come una sorta di amuleto contro le corna o gli invidiosi.


 
         Teresa

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A FURMICULA

 

Quella che segue non è una poesia ma una favola morale in rime. Purtroppo la traduzione in italiano le toglie non solo la rima ma anche la musicalità. Per cui mi limiterò ad una tradizione letteraria.

LA FURMICULA (LA FORMICA)

DAL  LI BRO  "FUNTANA SIKKA " DI ERMANNO MIRABELLO, EDITO DA "THULE  EDITRICE" ANNO 1996  

    Buona Lettuta

 

Una formichina appena nata /  una mattina usci dal  nido / aveva uno scopo ben preciso / voleva fare un gran bottino. /  Pensava che se avesse fatto bella figura / di certo avrebbe avuto una promozione. / Una che portava un chicco di frumento /

fermatasi un attimo / la chiamò con autorità / - ei tu  piccola vieni qua / avanti di questo lato / avvicinati con le altre   ad un masso / ci sono tanti chicchi di frumento.

/ io avviso tutto il reggimento. / La formichina pensò; “quello che fanno tutti non mi piace / alla fine sono distrutti / e non hanno fatto nulla di speciale./  Così non si diventa generale!” / Giunta che fu ad svolta  / nuta muta cambiò strada.  / Ad un certo punto vide un pastore / Se ne stava seduto sotto un perastro / mangiando pane e formaggio. / Ogni tanto un pezzo di pane / lo lansciava al suo cane. / Mangiando gli cadde una mollica / fu gioia grande per la formichina / Pensava: “che sono fortunata! / questa mollica e una cosa prelibata!” / Accanto a l ei sembrava una montagna / le parve proprio una cuccagna / con questa cosa si sentì a posto / “per oggi ho fatto la spesa!” / La tirò afferrata per i denti / non di muoveva per niente / la spingeva da tutte le parti / niente da fare era troppo grande / Pensò: “torno indietro e chiedo aiuto? / Così il merito va alla comunità / e la promozione se ne và. / Giunta alla fine della giornata / era stanca e affaticata / Cominciarono a mancarle le forze/ aveva le gambe e le braccia doloranti. / Pensò: “forse se ne mangio un po’ / dopo sarò capace di portarla. / Per non farla diminuire di grandezza / si contentò di darle una leccata. / Tornò a spingere la mollica/ ma con la pancia vuota era una gran fatica. / Gridava: “E’ mia e non la lascio! / la schiena mi spezzo. “/  Il cane intanto cheto cheto /  annusava attorno all’uomo / E vedendo la mollica abbandonata / se la inghiottii in un baleno. /

………….

E della formica che se ne fece? / Questo la storia non lo dice /  Quello che il racconto vuole dire / ognuno lo deve capire da solo. /  Quando sono grossi i bocconi / se li inghiotte chi ha i grandi fauci, / la formica fu fortunata / che riuscì darle una leccata / e se   avesse riflettuto un momento / si sarebbe accontentata di un chicco di frumento.

 

LA FURMICULA

 ‘Na furmicuzza appena scuvata

nisciu di lu nidu c’a matinata.

Avia nu scopu ben precisu

vulia fari un buttinu granniusu.

pinsava ca siddu facia bedda fiura

na prumuzioni era cosa sicura.

Una ca purtava un cocciu di furmentu,

firmatasi pi nu mumentu,

la chiamau di autorità:

-A tia nica veni cca,

avanti di sta latata,

‘ncugna cu l’autri vicinu na balata

ci sunnu tanti coccia di furmentu…

Iu avvisu tuttu lu reggimentu.-

La furmichedda pinsau “zoccu fannu tutti

Nun mi piaci: a la fini sunnu distrutti

E nun hannu fattu nenti di spiciali.

Accussì nun si diventa ginirali!”

Iunta ca fu a na vutata

Muta-muta canciau strata.

A un certu puntu vittu un pasturi,

pinsau “ddocu trovu di sicuru”.

Si ni stava assittatu sutta un pirazzu

Spizzuliannu pani e tumazzu

Ogni tantu un pezzu di pani

Lu tirava alu su cani.

Manciannu ci cadiu na muddica,

fu gioia granni pi la furmica

Pinsava “chi sugnu furtunata!

Sta muddica eni cosa prilibata”.

A lu latu d’idda paria na muntagna!

Ci parsi propriu na cuccagna.

Cu sta cosa si ‘ntisi misa,

pi sta iurnata fici la spisa!

La tirau affirrata pi li denti,

nun si muvia pi nenti.

La ammuttava di tutti li banni,

nenti di fari,… troppu granni.

“Chi fazzu?” pinsau “a lu pirutu…

tornu narreri e chiamu aiutu?

Daccussì lu meritu eni di la comunità

E la prumuzioni si ni va”.

Iunta ala fini di la iurnata

Era stanca e affaticata.

Ci accuminciau a mancari la forza,

duluranti avia gammi e vrazza

“Alivoti siddu tanticchia mi la manciu

a purtarila poi m’arranciu”.

Pi nun farila scalari di purtata

Si cuntintau di ‘na liccata.

Turnau a ammuttari la muddica,

c’a panza vacanti era chiù fatica.

Gridava: -Eni mia e nun la lassu…

La carina cca mi scassu.-

Lu cani ‘ntantu tomu-tomu

Naschiava ‘ntornu a l’omu.

Vidennu la muddica abbannunata

Si l’agghiuttiu ‘nta na vulata.

                 ….

E di la furmicula chi sini fici?

Chistu la storia nun lu dici.

Zoccu lu cuntu voli diri

Unu di sulu l’avissi a capiri.

Cuannu sunnu granni li ‘muccuna

Si l’agghiutti cu teni li scagghiuna!

La furmicula fu furtunata

Ca ci detti na liccata.

E siddu ci pinsava un mumentu

S'accuntintava d'un cocciu di furmentu.

      terramia

Ficarra & Picone

 
Ficarra e Picone sono un duo comico italiano, composto da Salvatore Ficarra e Valentino Picone e reso celebre dal programma televisivo Zelig Circus.
Nascono entrambi a Palermo nel 1971, Ficarra il 27 maggio e Picone il 23 marzo.
 
 
Nel 1993 si incontrano in un villaggio turistico a Taormina, in cui Picone trascorreva le vacanze mentre Ficarra vi lavorava come animatore.
Nasce allora il sodalizio artistico e il duo inizia ad esibirsi in diversi locali di cabaret siciliani con il nome di Chiamata Urbana Urgente (composto da tre elementi).
Nel 1995 si esibiscono in vari teatri in tutta Italia riscuotendo notevole successo e aggiudicandosi vari premi riservati ai cabarettisti. Successivamente sono in tv in Zero a Zero su Telenorba e in Seven Show, in onda sul circuito Italia 7.
Rimasti in due, per la separazione dal terzo componente, mantennero quel nome fino a quando, nel 1998, non stabilirono di usare i loro cognomi: Ficarra & Picone.
 
La nostra amica... _Rò_  ha voluto anche lei contribuire all'arricchimento del nostro blog e ci ha segnalato questo video sui due artisti comici. (U Ziu Pinu)
Video che approvo pienamente, in una comicità che fà riflettere.
 
Omaggio a Don Puglisi
 
   
 
 
         Vincè

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BREVE AMORE DI RAGAZZO


     

Alessandra e “The man I love”

A Catania la stagione dei bagni alla Plaja si dilatava fino alla prima decade di Ottobre, quando i bagnini completavano lo smontaggio delle cabine. E la prima decade di ottobre era il periodo delle piogge alluvionali che dicevano che l’ estate era finita.

Tra noi studenti sportivi ci si conosceva un po’ tutti ed io ero sempre il più giovane delle comitive di almeno due anni ed il meno esperto nelle cose dell’ amore

Nel ‘49, in attesa che riaprissero le scuole, con Silvestro continuavamo ad andare al Lido Azzurro, quello più chic allora.

Lì mi presentò a Sandra, una formosa sedicenne dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli biondi, che mi mostrò da subito una certa simpatia. Si giocava a tamburelli sulla sabbia, quando un acquazzone ci costrinse a ripararci dentro alla cabina. Eravamo noi due soli. Mi diede l’ asciugamani dicendomi:” Per favore, asciugami le spalle”. Amichevolmente mi dedicai all’opera e lei cominciò a canticchiare la versione italiana di “The man I love”: “Per sempre ti amerò - se tu vorrai - l’amante tua sarò - finchè vivrai…..”

Non avevo ancora 15 anni e continuai a cantare assieme a lei, proseguendo con la versione americana: allora noi ragazzini bene cantavamo solo canzoni in lingua originale e ce ne facevamo un vanto.

Continuai ad asciugarla anche quando si girò con gli occhi lucidi.

Quell’ acquazzone segnò la fine dell’ estate e delle allegre proposte di Sandra.

Seppi poi che aveva sparso in giro la voce che ero un ragazzo che non dava troppe confidenze…..

Non l’ ho più rivista …..


 
         Nino

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KU' SI SKORDA LU SO' PASSATU ESTI KUNNANNATU A RIKUMINZARILU

 

Questa frase, presa a prestito dal pensiero di Primo Levi, è stata anche il motto dell'associazione culturale "Sicilia Nostra" (assocazioni kulturali di ricerka e prujettazioni pi la rinascita murali e ekunomika di la Sicilia e di lu Meditirraneu). L'associazione, sorta a Caltagirone, aveva lo scopo di promuovere la rinascita morale dei siciliani che, come tutti i popoli riuniti in una Nazione, si sarebbero dovuti riconoscere in una propria lingua. Da questo presupposto, nasce l'attività del promotore e fondatore dell'associazione, l'architetto Nicastro che, con un' assoluta dedizione, cominciò a studiare la possibilità di creare una vera lingua siciliana, unitaria. Studioso attento dell'esperanto, il Nicastro giunse a comprendere le radici storiche del nostro dialetto e a fornirne una grammatica ed anche una fonetica. Presi parte anch'io al progetto associativo e, poichè mi serviva un alloggio dove abitare (studente all'Istituto d'Arte per la ceramica), mi proposi come "ospite dimorante" della sede, in cambio della somma locatoria di £ 20.000. Sì, ma che sede! Un palazzo nobiliare del '700, in rovina, ma enorme, su due piani e decine di stanze, tappezzerie di broccato, pianoforte a coda, ori zecchini, maniglie di porcellana e tutto il resto (c'era anche il wc originale di terracotta invetriata). Oggi, pare che il palazzo sia diventato, ahimè, un lussuoso ristorante e l'associazione non esiste più. Però mi è rimasta la tessera. 

tessera


 
         Angelo

POPOULU BASTARDU

La poesia “POPULU BASTARDU" scritta dal poeta Ermanno Mirabello

è presa dalla silloge "VAGABUNNU DI LA NOTTI"

edita da "AURORA editrice"

e ed è protetta da diritti d'autore ed editoriali

 


la poesia non vuole essere una offesa per il popolo siciliano ma il delineare di una sofferenza cresciuta nei secoli passati e che si perpetua ancora oggi.

 Il popolo siciliano ha dovuto subire dominazioni che sottomettendolo lo hanno costretto ad un atteggiamento amebico con il quale ha dovuto imparare le lingue, subire, le prepotenze, le violenze alle proprie donne e hai propri figli. Ha dovuto imparare a cibarsi di ciò che i dominatori scartavano, inventare una cucina povera e tant'altro che ancora oggi , talora, ne determina una visione storpiata del suo grande animo.

Ma un popolo è sempe un popolo e ha il diritto di che ambire alla sua dignità comunque essa sia conquistata.

 Buona lettura

Alcune parole che non trovano un corrispettivo in lingua sono spegate a piè pagina


 

POPULU BASTARDU

 

Semu siciliani

‘mbastarditi c’u sangu

di li duminatùra.

Ma vui ca nni cunnannati

lu sintiti

stu ciàvuri di jasiminu?

Veni di luntanu

di quannu l’arabi

s’impadrunèru di sta terra

pigghiànnusi la libirtà

ca àvutri n’aviànu livatu

aumintannu lu pitittu

ca avutri n’aviànu lassatu

Ma vui ca nni cunnannati

lu lu sintiti

stu ciàvuru di stigghiòla *

e di quarumi? **

Sunnu li vuredda

Ca li duminatura ittavanu

e stu populu bastardu

cucinàva

doppu ca li stricàva

cu pugna di sali

pi livàrici lu cancru di la schiavitù

manciànnusilli

pall’intari la tinagghia di lu pitittu

Lu sintiti

stu ciàvuru di sanguìnazzu?

È lu sangu di li porci

ca stu populu bastardu

cunzàva cu racìna ‘mpassuluta

pi fallu duci

e livàrici lu tanfu di la morti

lu stessu tanfu di lu sangu nostru

ca a ciumàra currìa

dintra li vadduna

di sta terra di Sicilia.

Ma vui ca nni cunnannati

li sintiti

comu gridanu e cùrrinu

sti carùsi pi la strata?

Sunnu li frutti

di stu populu bastardu

ca si ‘nzignàu a ‘rubari pi campari

sputannu vilènu

quannu li duminatùra

vutàvanu li spaddi.

Ma vui ca nni cunnannati

lu sintiti

stu  ciàvuru di panelli? ***

È lu ciàvuru di lu pani  di li poviri

ca a postu di lu furmèntu

macinàva cìciri

‘mpastannu vasteddi fàvusi.

Prima di sputari sintenzi

Ascutàti sti campani

Sunnu li vespri

ca ancòra sònanu

di quannu stanchi di la schiavitù

nni armamu di vastùna e furcùna

p’addifenniri la nostra dignità

di omini, di patri e di mariti

cacciànnu l’urtimi duminatùra.

Ma vui ca nni cunnannati

mi  lu sapiti diri

quantu tempo ancòra avi a passari

picchi nni lavàmu lu  sangu

e nun essiri chiù populu bastardu

ma razza pura

all’occhi di tuttu lu munnu?

 

 

POPOLO BASTARDO

 

Siamo siciliani

imbastarditi con sangue

dei duminatori.

Ma voi che ci condannate

lo sentite

questo odore di gelsomino

Viene da lontano

di quando gli arabi

si impadronirono di questa terra

pigliandosi la libertà

che altri ci avevano levato

aumentando la fame

che altri ci avevano lasciato

Ma voi che ci condannate

lo sentite

questo odore di stigghiola*

e di quarumi?**

Sono  le budella

che i dominatori gettavano

e questo popolo bastardo

cucinava

dopo averli lavati

con pugni di sale

per levarci il cancro della schiavitù

mangiandoli

per allentare la tenaglia della fame.

Lo sentite

questo odore si sanguinaccio

è  il sangue dei porci

che questo popolo bastardo

condiva con uva passa

per farlo dolce

e levarci l’odore della morte

lo stesso odore del sangue nostro

che a fiumi scorreva

dentro i valloni

di questa terra di Sicilia.

Ma voi che ci condannate

lo sentite

come gridano e corrono

i ragazzi per la strada?

Sono i frutti

di questo popolo bastardo

che a imparato a rubare per vivere

sputando veleno

quando i dominatori

voltavano le spalle.

Ma voi che ci condannate

lo sentite

questo odore  di panelle? ***

è l'odore del pane dei poveri

che invece del frumento

macinava ceci

impastando pagnotte false.

Prima di sputare sentenze

ascoltate  queste campanesono 

vespri

che ancora suonano

da quando stanchi della schiavitù

ci armammo di bastoni e forconi

per difendere la nostra dignità

di uomini, di padri e di mariti.

cacciando gli ultimi dominatori.

Ma voi che ci condannate

me  lo sapete dire

quanto tempo ancora deve a passare

picchi ci laviamo il  sangue

e non essere più popolo bastardo

ma razza pura

agli occhi di tutto il mondo?

 

 

*      stiggiola:   budella di capretto intrecciate con aromi e consumate arrostite alla brace

**    quarumi:  interiora di vitello che si consumano cucinate in brodo

*** Panelle:    farina di ceci cotta in acqua e ridotta in filetti che dopo vengono fritti in olio

 

Terramia

 

 

Le tre punte

 

Incantatrice come il sorriso delle sue donne, appassionata come un bacio d'amore, cullata tutta intorno dal mare turchino...essa è la Sicilia

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo

che riceve da Euro maggior briga...

Così Dante si compiace di ricordare nella più luminosa opera d'arte che mente umana abbia potuto creare ( Paradiso VIII,67-70) questo nostro paese per la bellezza e leggiadria, paese della poesia, dell'arte, della storia...

Cicerone la immortalò stupendamente:

Multa mihi videntur esse de Siciliae dignitate, vetustate utilitate dicenda...

Ancora il Carducci scrisse...

Sai tu l'isola bella, a le cui rive

manda il Ionio i fraganti ultimi baci, Nel cui sereno mar Galatea vive

e sui monti Aci?...

 

Ma come nacque questa mirabile terra? La leggenda narra:

Ai tempi in cui l'uomo era da poco venuto sulla terra c'erano tre ninfe, una dai capelli e occhi nerissimi, come le more che crescono nelle siepi delle nostre campagne, una bionda con gli occhi cangianti come il mare, la terza dalla chioma e occhi castani. Quando esse sorridevano, rideva la natura e il mare, al loro apparire, si vestiva di tutte le luci dell'arcobaleno. Le tre belle volavano ora in un mare ora nell'altro, ritrovandosi un giorno in questo lembo di mare e sotto l'immensa volta di cielo dove oggi ride la Sicilia; rimasero talmente incantate del luogo che vollero piantare la loro dimora nella terra che sarebbe emersa dal mare.

Presero dalla parte più fertile del mondo un pugno di terra mescolata a sassolini, si piantarono tutte e tre, forma di triangolo, in tre punti del mare, vi gettarono la terra insieme a fiori e erbe che adornavano i loro corpi..

Il mare si colmò e da esso emerse "l'isola bella".

Dalla bellezza delle tre ninfe, la bruna, la bionda e la castana la Sicilia ereditò la superba bellezza delle sue donne...la bruna che incendia, la bionda che ammalia, la castana che rapisce.

 

Amiche siciliane...complimenti !!!...


 
      Stella

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Peppa la cannoniera

 
L'amica e commare... syliael , spinta dal voler anche lei contribuire all'arricchimento del nostro blog,
ci ha segnalato tempo fa un avvenimento Catanese che sta tra il reale e la leggenda.
Il soggetto è una eroina patriota di mome Peppa (Giuseppa), "la cannoniera" come 'nciuria.
Non potevamo perde anche questo racconto, ringraziando la nostra amica e tutti gli amici che stanno cercando a loro modo di collaborare con noi.

 
Estratto da Salvatore Lo Presti, "Fatti e Leggende Catanesi", Studio Editoriale Moderno, Catania, 1938.

PEPPA, LA CANNONIERA
  
Era nata a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, ed il suo vero nome era quello di Giuseppa Bolognara.
Però, per i catanesi, essa fu e rimarrà sempre «Peppa, 'a cannunèra»: una delle più care figure dell'insurrezione del 31 maggio 1860 contro gli ultimi sostegni della crollante tirannide borbonica.
I cultori delle patrie memorie non ignorano quanto avvenne in Catania in quella storica giornata, in cui le squadre catanesi, pur essendo male armate, tennero coraggiosamente testa, per ben sette ore, a oltre duemila borbonici.
Fu appunto in quella giornata che il valore di Giuseppa Bolognara rifulse in due episodi, tuttora vivi nella memoria dei catanesi: il primo, avvenuto nei pressi della Piazzetta Ogninella, e l'altro, nella Via Mazza, in prossimità dell'attuale Piazza San Placido.
Ferveva accanito il combattimento ai Quattro Canti contro le soldatesche borboniche, le cui maggiori forze erano concentrate in Piazza degli Studi; dietro una barricata fornita di due pezzi di artiglieria da campagna.
Gli insorti, con l'aiuto dei Giuseppa Bolognara riuscirono a trasportare un cannone alle spalle dei borbonici, piazzandolo nell'atrio del Palazzo Tornabene, nella Piazza Ogninella. Aperto di colpo il portone del palazzo, il pezzo venne scaricato dietro i nemici, che, colti di sorpresa,
si diedero a precipitosa fuga, riparando in Piazza degli Studi e nel Palazzo Comunale, abbandonando un cannone sulla via.
Sorse, allora, il proposito, da parte di Giuseppa Bolognara e degli insorti, di sfruttare le conseguenze del colpo fatto: impadronirsi, cioè, del pezzo nemico.
Ma tutti gli sforzi per raggiungere lo scopo riuscivano vani, perchè dalla Piazza degli Studi i soldati borbonici sparavano senza posa e non permettevano nessuna sortita.
Fu Peppa che; nel frattempo, aguzzò l'ingegno: prese una lunga e robusta fune, fece un cappio e, standosene al coperto dietro la cantonata della casa Mancino, lo lanciò sul pezzo abbandonato.
Il tentativo riuscì a perfezione, provocando negli astanti il più vivo entusiasmo.
Il secondo atto eroico di Peppa è così narrato dallo storiografo Vincenzo Finocchiaro (1):
«Era già mezzogiorno, e gli insorti avevano quasi esaurito le munizioni, sicchè il loro attacco incominciò ad infiacchire; di ciò si accorse il generale Clary, che cercò con una carica di cavalleria per la Via del Corso (l'attuale Via Vittorio Emanuele) di aggirare la destra dei suoi avversari.
Giusto in quel punto, un gruppo di insorti, con alla testa Giuseppa Bolognara, sboccava in piazza S. Placido dalla cantonata di Casa Mazza, trascinando il cannone guadagnato ai borbonici, per cercare di condurlo sul «parterre» di casa Biscari e lanciare qualche palla contro la nave di guerra che già bombardava la città,
coadiuvata dal fuoco di due mortai posti sui torroni del Castello Ursino. Appena però quei popolani sboccarono sulla Via del Corso, videro in fondo a Piazza Duomo due squadroni di lancieri che si apparecchiavano alla carica. Temendo d'essere presi, scaricarono all'improvviso i loro fucili, abbandonando il cannone già carico;
ma Giuseppa Bolognara restò impavida al suo posto e con grande sangue freddo improvvisò uno stratagemma dando nuova prova del suo meraviglioso coraggio. Sparse della polvere sulla volata del cannone e attese tranquilla che la cavalleria caricasse; appena gli squadroni si mossero, essa diede fuoco alla polvere ed i cavalieri borbonici credettero il colpo avesse fatto «cecca» prendendo soltanto fuoco la polvere del «focone».
Si slanciarono perciò alla carica, sicuri di riguadagnare il pezzo perduto: ma, appena avvicinatisi di pochi passi, la coraggiosa donna, che li attendeva a piè fermo, diede fuoco alla carica con grave danno degli assalitori, e riuscì a mettersi in salvo (2).
Peppa, la Cannoniera, per i suoi atti di eroismo, ebbe assegnata dal Governo Italiano la medaglia d'argento al valore militare e una pensione di 9 ducati mensili dal Comune di Catania; pensione che, più tardi, come risulta dai due seguenti documenti, venne tramutata in una gratifica, «per una sola volta», di 216 ducati:
  
«Comune di Catania - Mandato di pagamento - Per ducati 216 - Rubrica Imprevedute - In Catania 3 agosto 1861.
Per quietanza della controindicata somma di ducati duecentosedici ed in conformità alla causale espressata nel presente mandato.
Luigi Costantino per Giuseppa Bolignano perchè analfabeta Pietro Azzarito.
[...]
Le gesta compiute autorizzarono Peppa a gettare per sempre in un angolo la gonnella, che sostituì con abiti maschili, i quali, d'altra parte, si prestavano, meglio di ogni acconciatura muliebre, a mitigare la bruttezza del suo viso, butterato dal vaiuolo.
L'eroina passò il resto della sua vita comportandosi degnamente nel nuovo ruolo assunto, felice di poter fumare la pipa e giocare a tresette nelle bettole, tra un bicchierotto e l'altro di vino paesano.
Note
(1) Vincenzo Finocchiaro - Un decennio di cospirazioni in Catania: 1850-1860 - Tip. N. Giannotta - Catania, 1909: pag. 91 e segg.
(2) L'episodio ispirò nel secolo scorso a Giuseppe Sciuti una interessante tela, che è ora conservata, unitamente al famoso cannoncino e relativo fusto, nel Museo del Risorgimento di Catania.


 
         Vincè

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I MIEI RINGRAZIAMENTI


Qui i miei ringraziamenti a tutti gli amici

 

Citazione

Bentornato Vincè
Bentornato Vincè
Tenuto da:Stella e tutto il Comitato Vucciria
Data e ora:domenica 17 febbraio 2008 alle 20.00
Nome località:blog Vucciria
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VIVO E VEGETO

 

     Terramia

 




La 'nciuria

 

 

 

La 'nciuria è il soprannome siciliano…è  una delle forme più espressive dialettali e piu comuni…ancora oggi in piccoli centri molta gente viene riconosciuta più per la ‘nciuria che per il suo cognome.

Per un lasso di tempo sembrò che i soprannomi stessero scomparendo, oggi col ritorno al proprio dialetto addirittura c’è chi dopo il cognome firma col soprannome ricevuto dal popolo del suo paese.

L’interpretazione dei soprannomi non è sempre semplice, alcuni rimangono enigmatici, misteriosi…esso può prendere lo spunto da una parola storpiata, da un grido, da un modo di dire, da un’azione quotidiana, per scherno o per vendetta,sul lavoro e nel tempo libero e tanti soprannomi composero il vero e prorpio cognome…Vicenzu figghiu di Giuvanni oggi è Vincenzo Di Giovanni.

 

Vi cito qualche 'nciuria che mi torna in mente, che sentivo dire in paese da piccola…

Occhidaremi (occhii d’oro, occhi bellissimi)-Fadetedda (la fadetta o faretta era il grembiule da cucina…si diceva ad un uomo col carattere debole, quasi femminile)-Annacatipalli (dondola palle…ad uno che viveva nell’ozio)-40 sarmi (40 salme, misura terriera…ad uno ricchissimo)…ricordo la nciuria di un certo Ciccio (non faccio il cognome perché il figlio adesso onorevole )…Ciccu l’italianu perché con scarsissima cultura, ma molto ricco si atteggiava a superuomo sfoggiando il suo italiano maccheronico, con i relativi strafalcioni.

Anche i vecchi soprannomi ci portano ad una riflessione delle nostre radici culturali, alle tradizioni, alla forma primaria di comunicazione tra le diverse comunità e i diversi ceti.


 
     Stella

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ULTIMISSIME DALLA CORSIA - 2

Oggi pomeriggio io e Giusy, approfittando del fatto che il nostro amico Vincenzo ha pensato bene di farsi operare qui a Catania, siamo andati in clinica a fargli una visita. Lo abbiamo trovato un pò infagottato gra bende e tutori, magari un pò rincoglionito dai sedativi, ma sostanzialmente vigile. Posso rassicurare ognuno di voi che stava piuttosto bene e dire alla vicecapa di non fare troppo affidamento sui tempi lunghi della sua neocarica. Mi sa che tornerà presto più pimpamte di prima a dare il solito contributo a questo spazio. Vi manda a salutare tutti e a ringraziarvi del vostro affetto.
Un abbraccio da Giusy e Gio.
 
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Giovanni                         
                    

Ultimissime dalla corsia

Amici eccomi qui per darvi notizie di Vincè...eh sì, quando un blog è frequentato e "coccolato" da amici affettuosi, diviene anche il punto di incontro e nel caso specifico anche di notizie.

Vincenzo sta bene, ho parlato direttamente con lui appena appena tornato in camera dopo l' intervento...certamente non era il solito nostro "mattacchione", ma pensate un pò...ha avuto il pensiero di salutare tutti voi..donneeeee...che uomo!!!...........

Amici, soci del comitato...Ermanno giustamente dice che quando il gatto non c'è, i topi ballano...sono stata nominata da Vincè vice capa...ahahah...mi raccomando teniam vivo in sua assenza questo nostro angolo...se no cu lu senti quannu torna?...ahahah (...chi lo sente quando torna?).

Un saluto a tutti e vi ringrazio a nome di Vincè per l'affetto dimostratogli...lui se lo merita tutto.


 
         Stella

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Auguri a Vincenzo

Il nostro amico poeta Ermanno ha citato nel post precedente il mandarino candito della cassata siciliana...

io questa cassata voglio omaggiarla al nostro Vincenzo...vorrei potesse mangiarla tutta tutta al ritorno dall'ospedale...

                                     Auguri Vincenzo...ti aspettiamo!


 
         Stella

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