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La perla del mediterraneo

La Sicilia, una delle isole più importanti del Mar Mediterraneo, è forse la terra che più delle altre offre uno dei migliori scenari culturali e folcloristici in grado di provocare nel visitatore grande suggestione ed emozione.

Culla di passate e varie dominazioni come quella dei remoti Fenici, Greci e Bizantini e dei “più vicini” Normanni, Spagnoli ed Austriaci.

Crocevia di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie dalle radici che affondano nelle tradizioni greche, nella religione e nelle più profane credenze popolari.

Queste sono solo alcune definizioni di tale isola che offre un’alta concentrazione artistica ed umana dai significati e contenuti elevati e profondi che contribuiscono ad aumentarne il fascino e la magnificenza.

Contribuiscono ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, inoltre, la sua storia millenaria, il fatto d’essere la patria di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti, le sue tradizioni ed i suoi valori.

Se a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne, lo splendore dei suoi monumenti, la bontà della sua cucina e la cordialità e forte senso dell’ospitalità dei suoi abitanti, si evince che la Sicilia offre uno scenario complessivo davvero unico nel suo genere. Ed essere siciliano è un vanto.

Dedico questo video di Ficarra e Picone
a tutti gli amici siciliani, perchè....

 
... anche io voglio vincere!


 
      Vincè

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L'EMIGRANTI RIPARTINU

Breve estratto dal DVD ufficiale dello spettacolo teatrale "One Man Show" di Gilberto Idonea, attore famoso per aver portato la lingua siciliana in tutti i teatri del mondo, conosciuto anche per diverse interpretazioni sul grande schermo (Malena, Nati stanchi, La cena per farli conoscere etc.)
e sul piccolo (La piovra 8 -- 10, Don Matteo etc.).

"One Man Show" è uno spettacolo interpretato esclusivamente da Idonea, che in molti considerano l'erede artistico di Angelo Musco.
E' una sorta di indagine su che cosa sia la sicilianità - dice Gilberto Idonea - uno spettacolo per raccontare una Sicilia, e soprattutto una Catania, popolare che a tratti diventa imponente e drammatica".


   



di: Ignazio Buttitta

L'EMIGRANTI RIPARTINU

Ottu jorna di festa
e ora si nni vannu
ca non è chiù Natali
e mancu Capudannu.

Ritornanu nta nivi
unni c'è negghia e scuru,
e c'è u patruni straniu
e c'è u travagghiu duru.

Unni sunnu chiamati
pi nciùria, terroni
e l'òmini da Sicilia
non semu genti boni.

E partinu cu suli
nto trenu senza suli

... Nto trenu senza suli
cu cori chi ci chianci:
"Addiu bedda Sicilia,

... Oh, terra mia d'aranci,
d'aranci e di canzuni;
u latti mi lu dasti
ma pani un mi nni duni".

GLI EMIGRANTI RIPARTONO

Otto giorni di festa
e ora se ne vanno
perchè non è più Natale
e nemmanco Capodanno.

Ritornano nella neve
dove c'è nebbia e scuro,
e c'è il padrone estraneo
e c'è il lavoro duro.

Dove sono chiamati
per ingiuria, terroni
e gli uomini della Sicilia
non siamo gente buona.

E partono col sole
nel treno senza sole

... Nel treno senza sole
col cuore che piange:
"Addio bella Sicilia,

... Oh, terra mia d'arance,
d'arance e di canzoni;
me hai dato il latte
ma non me dai pane".


 
      Vincè

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Nino Martoglio


Nino Martoglio

Nato a Belpasso (Catania) il 3 dicembre 1870, morto a Catania il 15 settembre 1921.
Nino Martoglio esordì nel giornalismo a soli diciannove anni, pubblicando a Catania il settimanale politico-letterario-umoristico il D'Artagnan, interamente ideato e scritto da lui e dove cominciò a pubblicare i suoi versi, apprezzati anche da Carducci.
Nel 1901 iniziò a dedicarsi al teatro, nel tentativo di riproporre il teatro dialettale siciliano alle platee di tutta Italia.
Fondò e diresse la Compagnia drammatica siciliana, compagnia teatrale con la quale nell'aprile del 1903 debuttò al Teatro Manzoni di Milano.
San Giuvanni decullatu (1908) e L'aria del continente (1910), rappresentano alcune delle opere più famose della sua attività. La sua maggiore opera, Centona, raccoglie il meglio delle sue poesie.
È interamente scritta in siciliano ed è dedicata alla sua Sicilia, che con le sue rime, a volte amare a volte dolcissime, egli seppe dipingere con scene di vita e di costume di incomparabile bellezza.
Note biografiche a cura di G. Sammataro.


Accontento qui l'amica Patty
CUNFIDENZI
Picciotti, mi vuliti cunsigghiari?
Amai 'na giuvinotta bedda assai;
ma tantu pr'idda fu lu me' pinari
ca un jornu fici l'omu e la lassai.

Sì, la lassai... e pri sfantasiari
mi misi ccu la prima ca 'ncuntrai;
mentr'idda – la superba! – misi a fari:
– Ah, menu mali; armenu arrifriscai! –

Ma doppu quarche tempu, amici cari,
quannu avia dittu: – Sci, mi la scurdai! –
la giuvinotta mi mannò a chiamari!...

Chi fici? Trugghiu trugghiu, ci turnai!
Pri gilusia mi riturnò ad amari...
Oh, brutta malatia, quantu nni fai!

 

Note.Picciotti (giovanotti) – Pr'idda (per lei) – Fici l'omu (feci la persona seria, lo scaltro, il dignitoso) – Sfantasiari (divagarmi) – Arrifriscai (da rifriscu: refrigerio, sollievo) – Scì (esclamazione di gaudio) – Trugghiu trugghiu (tondo tondo).




         Vincè

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L’isola di Mothia


Davanti la costa marsalese, nella zona delle saline, alcune piccole isole si stringono a formare una laguna: è la Riserva Naturale Orientata - Isole dello Stagnone. Tra queste, la più importante è sicuramente Mothia.(anche Mozia)


Il suo ruolo nella storia non è indifferente. Per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, i Cartaginesi ne vollero fare un proprio scalo commerciale. Purtroppo però Mothia subì le conseguenze della lotta tra Greci e Cartaginesi per il dominio sulla Sicilia. Quando fu attaccata e distrutta da Dionisio di Siracusa, i suoi abitanti si trasferirono sul promontorio antistante, dove sorse l’odierna Marsala.

I resti della sua civiltà e della sua florida attività economica sono stati riportati alla luce da una lunga serie di scavi archeologici, soprattutto grazie all’opera di Giuseppe Whitaker che aveva precedentemente acquistato l’isola.

Nella sua casa oggi ha sede il Museo che raccoglie i reperti portati alla luce durante le diverse campagne di scavo.
Il Museo conserva una gran quantità di reperti di epoca preistorica, materiali rinvenuti nell’abitato, arredi funerari provenienti dal Thofet e dalla Necropoli arcaica, ceramiche, monete, sculture, gioielli e  steli votive.

Grande vanto dell’isola, è il famoso Giovinetto di Mothia. La statua in marmo bianco dell’Anatolia, alta 1,81 m, manca degli arti.



L’isola è facilmente percorribile a piedi.
La folta vegetazione dell’interno rende piacevole la visita. Passeggiando incontrerete: La Casa dei Mosaici: due mosaici del IV sec. a.C. formati da ciottoli bianchi e neri che raffigurano scene di lotta tra animali. Il Cothon: piccolo bacino di carenaggio dalla forma rettangolare.


 

Resti di fortificazioni,Il santuario di Cappiddazzu, Il Thofet: area sacra dov’erano sacrificati agli dei i primogeniti maschi.
Qui sono state ritrovate numerose stele votive.



Un servizio di traghettamento permette di accedere all’isola facilmente dalle saline di Marsala.
Se siete da queste parti fateci un salto ne vale la pena..ciao


 
      Rosario

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La caponata di mele

...Ma quanti dolci avete divorato oggi?...Io mezza cassata siciliana di grandi dimensioni Imbarazzato...domani l'ago della bilancia non ce la farà a tornare giù...uff.......
E ancora c'è la festività di Pasquetta, con i suoi arrosti misti tra carne di castrato e spiedini di cinghiale.
 
Che ne dite se domani invece "sgrassiamo" un pò con  pesce e frutta?
Vi propongo gli spiedini di calamari (ad anelli) intervallati da bastoncini di zucchine genovesi, passati dal pangrattato,arrostiti e irrorati da pochissimo olio d'oliva e qualche goccia di limone...molto buoni e leggeri.
 
Altro piatto buonissimo, molto appetitoso, da consumare come un forte antipasto (forte perchè lo accompagnerete sicuramente con tanto pane) o come un ottimo contorno...la caponata di mele. La mela non è frutto prettamente siciliano, ma la ricetta lo è.
Provatela... è davvero squisita.
Desidero dedicare questa ricetta a Patty (pantalina) e a Vincè come da mia promessa.
                                          

Usate le mele bianche, dopo averle lavate, tagliatele senza togliere la buccia alcune a pezzi non troppo piccoli ( nella cottura si frullerebbero) e altre a spicchi non troppo spessi, mettetele in una pirofila con acqua e qualche goccia di limone. Le mele a fettine  verranno cucinate a parte ma allo stesso modo. Il procedimento è perfettamente uguale a quello della classica caponata di melenzane, gli ingredienti anche, tranne olive e capperi, al posto dei quali va una bella manciata di pinoli.Quando la caponata si sarà raffreddata ,prima di servire, fate colare graziosamente sul piatto un pò di cacao amaro sciolto,che si sposerà perfettamente con l'agrodolce, poggiate su di esso le fettine di mele che avete cucinato a parte in forma circolare, dentro di esse poggiate la caponata (quella a pezzetti), e ancora sopra pochissimo cacao. Guarnite con ciuffo di prezzemolo e spicchio di arancia sanguinella. Un suggerimento: la quantità di cipolle nella caponata (sia di mele che di melenzane) deve essere notevole.

Che augurarvi adesso?... buona Pasquetta, un salutone a tutti e... buon appetito!


 
         Stella

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Simboli Pasquali


Pupi, Cannileri, Panareddi, Cannatuni, Palummeddi, Cuddureddi


Al simbolismo originario della Pasqua come rito di rinascita della natura si riconnettono i dolci che contengono ad esempio l’uovo, elemento centrale che con l’avvento del cristianesimo ha assunto in sé il significato simbolico della resurrezione e della speranza, e che campeggia in molte preparazioni pasquali e non solo siciliane.

I pupi cull’ova sono dei particolari pani o paste dolci di diversa grandezza e con forme di bambola, di pupattola, di prete, di mostro o altro, sopra ed entro le quali forme vengono racchiuse delle uova sode.
Generalmente vengono preparate nel periodo pasquale e sono diffusi in tutta la in Sicilia.

Le origini risalgono al periodo in cui non erano ancora largamente commercializzate e diffuse le uova di cioccolato.
Assumono nomi diversi a seconda della località in cui sono preparati, (“campanaru” o “cannatuni” a Trapani, “pupu ccù l’ovu” a Palermo, “cannileri” nel nisseno, “panaredda” ad
Agrigento e e Siracusa, “cuddura cull’ovu” a Catania, “palummedda” nella parte sud occidentale dell'isola) e diverse forme (panierini, di colombe, di cavallucci, di cuori).

Si sono inoltre introdotte sovrastrutture decorative sempre più elaborate in cambio dei tradizionali semi di sesamo o di papavero. L'attuale pane dolce viene così ricoperto da una semplice glassa di zucchero, albume e limone (marmurata, vilata, allustrata o jelu, a seconda delle parlate), che un tempo veniva stesa con una penna di gallina.
Oppure possono essere spennellate con il tuorlo d'uovo per dare il caratteristico colore mielato (giallo intenso) .

Le uova che si inseriscono generalmente sode, possono essere colorate di rosso, il colore della fertilità. La colorazione può essere ancora oggi rudimentalmente ottenuta mettendo a bollire le uova in un infuso ottenuto da una speciale radice, la " rùggia ".
Oppure possono essere spennellate con il tuorlo d'uovo.

Si prepara prima una pasta di biscotti con
Ingredienti:
1 Kg di farina,
latte quanto basta,
300 grammi di zucchero,
un quarto di sugna,
una bustina di lievito per dolci,
una bustina di vaniglia
un cucchiaio di ammoniaca.



Esecuzione:
Con questa pasta bella omogenea ed addensata, si preparano panareddi, pupi, bambuli o altre figure a piacere, a secondo dell'abilità e l'estro artistico di ognuno, mettendoci sempre in mezzo un'ovo sano, già bollito e sodo, che viene rivestito e decorato con la stessa pasta.
Un'attimo prima della cottura completa, si ci spalma di sopra con una penna di gallina o con un pennello soffice, il bianco dell'uovo sbattuto con lo zucchero, si decorano con la diavolina che gli dà un'aspetto allegro ed augurale e si mettono un'altra volta in forno per qualche minuto.
Cottura: 30 min a 250° (forno a legna)






 
         Vincè

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Auguri

Vorrei che i miei auguri giungessero a tutti voi, uno per uno,vorrei poter scrivere i vostri nomi, ma siete cosi numerosi che non basterebbe mezzo metro di post...che dirvi?...Siete meravigliosi...TUTTI... sono stata per un periodo relativamente breve assente da questo blog, anche dal mio personale, ma ripristinato il mio pc di tanto in tanto, anche se molto velocemente venivo a leggere i vostri commenti e il mio cuore si riempiva di gioia constatando il vostro affetto...adesso son qui, molti, leggendo il mio blog, conoscono anche l'evento bellissimo che mi ha tenuta lontana dallo scrivere...spero di potermi dedicare a questo tanto amato spaces con l'attenzione che ho avuto sin da quando è stato creato.

Buona Pasqua a tutto il comitato a cominciare da Vincè... e a voi amici... un grosso rispettoso abbraccio virtuale per augurarvi una Pasqua sotto un cielo di primaverile serenità...che la primavera colori di rosa il cuore di chi per qualche motivo lo ha ricoperto di grigio.


 
         Stella

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Gli agnellini pasquali


I PICUREDDI

Le feste di Pasqua sono motivo per celebrare quell'antico rito del sacrificio dell’agnello, simbolo di purezza.
I siciliani nell'antica tradizione popolare simboleggiavano questo rito, sia consumando il sabato Santo, l'agnello alla brace, arrosto o in qualunque altro modo, sia preparando le pecorelle pasquali con la pasta reale.
Oramai questa tradizione è rimasta quasi esclusivo patrimonio dei pasticceri che in questo periodo ne fanno bella mostra nelle loro vetrine, le " picureddi i pasta riale "coricate sopra un prato verde pieno di confetti colorati.


I picureddi sono dolci a base di pasta reale, a forma di agnello con una posa classica ovvero sdraiato su un fianco, con una banderuola rossa simile a quella che nell’iconografia sacra è in mano a San Giovanni, infilzata sul dorso".
Queste forme ad agnello sono realizzate con la pasta reale detta anche Martorana, poiché furono le suore del Monastero della Martorana ad utilizzarla.
Il monastero era attiguo alla Chiesa della Martorana, detta anche Santa Maria dell'Ammiraglio, si trova a Palermo sulla Piazza Bellini.
Per fare la pasta reale il procedimento è abbastanza semplice.

Per un kg di Pasta Reale :
  • 600 g di Farina di Mandorle
  • 400 g di Zucchero a velo
  • 1 fialetta di essenza di Mandorla
  • 1 cucchiaio di Glucosio
  • Acqua quanto basta ( 2 o 3 dita di un Bicchiere )
E’ chiaro che la ricetta può essere personalizzata secondo il proprio gusto .
Nei bar ad esempio la pasta reale sa fondamentalmente più di zucchero che di mandorla (lo zucchero costa poco e la farina di mandorle ha un prezzo notevole e loro devono giustamente guadagnarci) ma in casa propria la si fa come meglio si crede.
Si può fare comunque anche 500 e 500 o invertire e fare 600 di zucchero e 400 di mandorla , o addirittura 700 e 300 se vi piace molto dolce .
Insomma è a vostro piacimento .
A me piace sentire il sapore di mandorla , che poi dovrebbe essere il gusto autentico della pasta reale .
Si possono aggiungere anche degli aromi come limone grattugiato e vanillina ed al posto del glucosio uno sciroppo di acqua e zucchero.
Questo tipo di impasto non necessita di particolari attenzione nella conservazione, e può essere conservato anche a temperatura ambiente per molte settimane.


Li ho comprati qua: Il Pasticcino



Esecuzione delle pecorelle:
Bisogna innanzi tutto procurarsi le forme di gesso.
Si prepara quindi la pasta reale, si spolverano le due metà della forma all’interno con un po’ di farina e si riempiono di pasta reale.

Nell’agrigentino, sono famose le pecorelle di Favara al pistacchio.

E’ usanza farcire l’interno con una pasta di pistacchi ottenuta, amalgamando sul fuoco, pistacchi pelati e tritati e zucchero in pari quantità.

Si chiudono quindi le due metà della forma, poi si staccano cercando di far venir fuori la pecorella tutta intera.
A questo punto con pennello e colorante si dipingeranno.
Normalmente la pecorella così ottenuta viene infilzata con una bandierina rossa sul dorso e sistemata in un panierino sopra un foglio verde, che funge da prato, sul quale si trovano sparpagliati confettini colorati.


La ricetta della pasta di pistacchi è identica, nella lavorazione, a quella della pasta di mandorle a caldo.
  • 150 gr di farina di mandorle,
  • 100 gr di farina di pistacchi, qualche goccia di colorante verde,
  • 250 gr di zucchero a velo,
  • 0,5 dl di acqua.
Si fa lo sciroppo di acqua e zucchero, si aggiungono le farine e il colorante, si lavora la pasta ottenuta e si riempiono gli stampini, precedentemente rivestiti di pasta di mandorle normale.

Vedi anche.... http://www.buttalapasta.it/articolo/ricette-pasqua-gli-agnellini-di-marzapane/6876/
Articolo dell'amica Serena.

      Vincè

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Vincenzo Bellini


Vincenzo Bellini (Catania, 3 novembre 1801 - Puteaux, 23 settembre 1835).

Studiò musica prima a Catania, sua città natale, poi a partire dal 1819, grazie ad una borsa di studio offerta dal comune di Catania, si trasferì a Napoli per perfezionarsi al conservatorio.
Qui tra i suoi maestri ebbe Nicola Antonio Zingarelli, che lo indirizzò verso lo studio dei classici e il gusto per la melodia piana ed espressiva, senza artifici e abbellimenti, secondo i dettami della scuola musicale napoletana.
Tra i banchi del conservatorio conobbe il calabrese Francesco Florimo, la cui fedele amicizia lo accompagnerà per tutta la vita e dopo la morte, allorché Florimo diventerà bibliotecario del conservatorio di Napoli e sarà tra i primi biografi dell'amico prematuramente scomparso.
In questo periodo Bellini compose musica sacra, alcune sinfonie d'opera e alcune arie per voce e orchestra, tra cui la celebre Dolente immagine, oggi nota solo nelle successive rielaborazioni per voce e pianoforte.
Nel 1825 presentò al teatrino del conservatorio la sua prima opera, Adelson e Salvini, come lavoro finale del corso di composizione.
L'anno dopo colse il primo grande successo con Bianca e Fernando, andata in scena al teatro San Carlo di Napoli col titolo ritoccato in Bianca e Gernando per non mancare di rispetto al principe Ferdinando di Borbone.
L'anno seguente il celebre Domenico Barbaja commissionò a Bellini un'opera da rappresentare al Teatro alla Scala di Milano. Sia Il pirata (1827) che La straniera (1829) ottennero alla Scala un clamoroso successo: la stampa milanese riconosceva in Bellini l'unico operista italiano in grado di contrapporre a Gioachino Rossini uno stile personale, basato su una maggiore aderenza della musica al dramma e sul primato del canto espressivo rispetto al canto fiorito.
Meno fortuna ebbe nel 1829 Zaira, rappresentata a Parma.
Lo stile di Bellini mal si adattava ai gusti del pubblico di provincia, più tradizionalista.
Delle cinque opere successive, le più riuscite sono non a caso quelle scritte per il pubblico di Milano (La sonnambula, e Norma, entrambe andate in scena nel 1831) e Parigi (I puritani - 1835). In questo periodo compose anche due opere per il Teatro La Fenice di Venezia: I Capuleti e i Montecchi (1830), per i quali adattò parte della musica scritta per Zaira, e la sfortunata Beatrice di Tenda (1833).
La svolta decisiva nella carriera e nell'arte del musicista catanese coincise con la sua partenza dall'Italia alla volta di Parigi. Qui Bellini entrò in contatto con alcuni dei più grandi compositori d'Europa, tra cui Frédéric Chopin, e il suo linguaggio musicale si arricchì di colori e soluzioni nuove, pur conservando intatta l'ispirazione melodica di sempre. Oltre ai Puritani, scritti in italiano per il Théâtre-Italien, a Parigi Bellini compose numerose romanze da camera di grande interesse, alcune delle quali in francese, dimostrandosi pronto a comporre un'opera in francese per il Teatro dell'Opéra di Parigi.
Ma la sua carriera e la sua vita furono stroncate a meno di 34 anni da un'infezione intestinale probabilmente contratta all'inizio del 1830.
Bellini fu sepolto nel cimitero Père Lachaise, dove rimase per oltre 40 anni, vicino a Chopin e a Cherubini.
Nel 1876 la salma fu traslata nel Duomo di Catania.
Note biografiche tratte (e riassunte) da WikiPedia

1958-Maria Callas in Casta Diva da Norma (Bellini V.)
    


         Vincè

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Le cene di S. Giuseppe


LE CENE DI SAN GIUSEPPE

La festa popolare rappresenta non solo un momento di aggregazione, ma si rivela di particolare rilevanza perché è il momento più importante di ritrovo per tutta la comunità, nella quale ciascun individuo si riconosce parte integrante.
Un momento "festivo", dunque, che si ripete in gran parte del territorio siciliano.


Tutte le feste che si celebrano in onore di San Giuseppe hanno come caratteristica comune la preparazione del banchetto collettivo che, come nelle feste di origine agricola assume un valore propiziatorio che assicura i buoni raccolti ricorrendo ai segni dell’abbondanza.
"San Giuseppe è il santo tutelare dei poveri, degli orfani, di chi volge in grandi strettezze di vita.
I beni che la Provvidenza manda non vengono se non la mercé di Lui… da questa sua particolare prerogativa può esser nato l'uso del banchetto detto di S. Giuseppe…".
Queste le parole, tratte dal Pitrè ("Spettacoli e Feste Popolari Siciliane"). Secondo i luoghi e le relative usanze radicate nel tempo, il "banchetto di San Giuseppe" prende il nome di "artari", "cena" o "tavulata".
Si tratta di tavole, a volte a più ripiani, trasformate in una sorta di piccole "cappelle" in maniera non infrequente predisposte per voto, devozione o per grazia ricevuta, ricchissime di pane dalle svariate forme e ricolme di numerose pietanze.
La cena viene allestita in genere al piano terra dell'abitazione ( ma talvolta possiamo trovarle anche ai piani superiori) e per l'occasione la casa è addobbata da drappi si seta, di velluto e da tovaglie ricamate a mano.
Visitare tali luoghi, non è altro che ammirare la bellezza dell'arte popolare ed apprezzare l'estro e l'inventiva del popolo siciliano.
E' necessario, però, conoscere il significato degli elementi che le compongono.
Ogni cibo che si trova collocato sul tavolo assume un ben preciso significato intrinseco: l'acqua rappresenta la grazia purificatrice; il vino la benedizione di Dio al lavoro umano; la lampada ad olio, sotto il profilo cristiano, rappresenta la fede nella divina Provvidenza, ma ricorda anche la lampada che le partorienti accendevano a Giunone Licina (antica divinità del mondo pagano).
Anche il pane assume un particolare valore:
  • u vastuni e a varva ri San Giuseppi, riproducono, rispettivamente, il bastone fiorito (che simboleggia l'autorità del Pater Familias) ed il volto di San Giuseppe;
  • i iadduzzi, pane a forma di galletti che intendono ricordare il rinnegamento di Pietro;
  • i vucciddati, le tre grosse ciambelle, di circa 8 chilogrammi, dedicate ai personaggi (un bambino, una ragazzina ed un anziano che visitano la "cena") che impersonano la Sacra Famiglia;
  • i "S", pane per l'appunto a forma di S, troncamento di santo che, pertanto, si riferisce sia a Giuseppe (San Giuseppe) sia a Maria (Santa Maria).
Il tutto è posto su tovaglie di lino quasi sempre riccamente ricamate.
Il giorno della festa, nelle chiese, vengono celebrate le messe alle quali assistono, oltre ai fedele, i gruppi denominati della Sacra Famiglia.
I gruppi sono formati da un vecchietto e da due bambini, in genere un maschietto e una femminuccia, scelti tra i più poveri del paese.
I personaggi indossano delle tuniche bianche fino ai piedi, in testa una piccola ghirlanda di vario colore e l'anziano signore tiene in mano un bastone.
Dopo la cerimonia della santa messa, ogni gruppo si dirige verso i luoghi dove sono allestite le cene e, quando si trova sul posto, inizia una sorta di commedia tra la "sacra Famiglia" e il padrone di casa.
La "sacra Famiglia" bussa una prima volta, alla richiesta di aprire la porta a Giuseppe, viene detto "cà nun cè postu", la "sacra Famiglia" bussa una seconda volta, alla richiesta di aprire la porta a Maria, viene detto "cà nun cè postu", infine si bussa una terza volta, questa volta la richiesta è di aprire la porta a "U Bammineddu". A queta risposta la porta si apre alle grida di "Viva Gesù Giuseppe e Maria".
Molte pietanze vengono consumate dai convenuti alla cena, un tempo venivano invitati anche gli orfanelli e gli anziani.
Alla fine della rappresentazione le pietanze vengono distribuite fra i commennsali convenuti per l'occasione.




 
         Vincè

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Franca Viola


FRANCA VIOLA
La storia dell'umanità è fatta di piccoli e grandi cambiamenti.
Sono gli uomini a provocarli, con le loro scelte, le loro decisioni.
Gli anni ’60 rappresentano per il nostro paese un’epoca di profonde trasformazioni sociali, per le quali si è spesso parlato di una vera e propria “rivoluzione dei costumi”.


In Sicilia sono tanti i fatti di cronaca di quel periodo che si pongono in aperta rottura con la tradizione, a testimonianza del forte processo di mutamento sociale in atto.
Nel dicembre del 1965, siamo ad Alcamo, in provincia di Trapani. Franca Viola, una ragazza appena diciottenne, viene rapita e violentata da un mafioso della zona (Filippo Melodia).
Un fatto che, a quel tempo, non era considerato "grave".
Il Melodia infatti, respinto dalla ragazza, ha una bella pensata: la rapisco, la violento e poi la sposo ( magari mi faccio aiutare da 12 amici caso mai dovesse ribellarsi). E anche se lei dovesse opporsi, il padre acconsentirà, ne va dell’onore di una famiglia.
E invece lei, la protagonista di questa commovente storia, si oppone per la prima volta alla consuetudine del “matrimonio riparatore”, rifiutando di sposare chi l’aveva rapita e violentata e denunciando il suo aggressore ed i suoi complici, divenendo per tutti il simbolo di una rinascita della condizione femminile.
Su tutta la stampa nazionale e locale nasce un ampio dibattito: si tratta di un evento di quelli che segnano una vera e propria svolta nei costumi dell’isola.
Filippo Melodia viene condannato a 11 anni di carcere ridotti poi a 10.
Nel 1968 Franca Viola, ascoltando il suo cuore ha sposato Giuseppe Ruisi, il ragazzo con il quale era fidanzata dall’età di quattordici anni e che mai l’ha abbandonata, neanche quando Franca rifiutò la sua proposta di matrimonio per paura che lo stupratore Filippo Melodia, come aveva minacciato, lo ammazzasse.
Melodia invece, uscito dal carcere nel 1976, finirà assai male: il 13 aprile del 1978 si ‘scontra’ con una lupara e muore.
A sua insaputa, Franca era diventata l’icona del primo rifiuto, in Sicilia, del matrimonio che ripaga il disonore, della libertà di scegliere, della dignità, per tutte quelle donne che dopo di lei avrebbero subito lo stesso trattamento.
La vicenda di questa donna coraggiosa fece talmente scalpore che nel 1970 dalla sua storia fu tratto un film del regista Damiano Damiani intitolato “La moglie più bella”. Protagonista femminile nei panni di Franca era Ornella Muti.


 
         Vincè

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Aci e Galatea


La leggenda di Aci e Galatea


Aci, era un pastureddu ca viveva, pasculannu li sò pecuri, nte pinnici di l’Etna.

Di iddu era nnammurata na biddìssima carusidda, ca si chiamava Galatea e ca avìa rispintu la pruposta d’amuri di Polifemu.

Chistu, quannu s’accurgìu ca Galatea sa facìa cu lu pastureddu Aci, lu ammazzò, p’aviri, accussì, la strata lìbbira cu la bedda carusedda Galatea.
Ma, l’amuri di Galatea pi lu sò Aci, cuntinuò macari nfinu a doppu ca chistu era mortu, e Polifemu ristò comu nu passuluni.
La janca Nereide, scunzulata, cu l’ajutu di li Dei, traspurmò lu corpu mortu di Aci nta surgivi di acqua duci, ca ancora oggi scìnninu pi li pinnici di l’Etna, vucalijannu sona malincònici di struggenti nustalgìa.


Aci, era un pastorello che viveva, pascolando le sue pecore, alle pendici dell'Etna.
Di lui era innamorata una bellissima ragazza, che si chiamava Galatea che aveva rifiutato la proposta d'amore di Polifemo. Costui, quando si accorse che Galatea amoreggiava con il pastorello Aci, lo uccise, per avere, così, via libera con la bella Galatea.
Ma , l'amore di Galatea per il suo Aci, continuò fin dopo la morte di lui, e Polifemo rimase come uno stupido.
La bianca Nereide, sconsolata, con l'aiuto degli dei, trasportò il cadavere di Aci in una sorgente d'acqua dolce, che scende tuttora per le pendici dell'Etna, gorgheggiando emette suoni malinconici di struggente nostalgia.

Li rifirenzi giogràfici:
Vicinu la costa, ammeri a na cuntrada chiamata oggi "Capu Mulini", nta nu locu dispìcili di agghiùnciri dà terra e cchiù facirmenti dò mari, c’è na nica surgiva firrusa ditta di li pupulazzioni lucali "lu sangu di Aci" pi lu sò culuri russastru.
Nta la lucalità chiamata oggi "Capo Mulini" ci fu na vota nu nicu villaggiu di piscatura ca era chiamatu, pi mimoria di lu pastureddu dò mitu grecu, Aci.
Ntô XI° sec. d.c. un tirrimotu distrussi lu villaggiu, e la pupulazzioni ca supravvivìu funnò àutri paisi ntè vicinanzi.
A mimoria di lu nomu di lu villaggiu d’orìggini, li novi paisi foru chiamati Aci.
Doppu tempu, si funnaru àutri paisi e, pi scanciari nu paisi di l’àutru, a ogni cuntrada ci fu misu un secunnu nnomu, sparti di Aci; nascìu accussì Aci Casteddu ( pi nu casteddu custruitu supra nu faragghiuni), Acitrizza (pi la prisenza di tri faragghiuni ntò mari d’avanti ò paisi, Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S.Antoniu, Aci Platani e Aci Sanfulippu.
 


I riferimenti geografici:
Nella costa, vicino la contrada oggi chiamata Capo Mulini, in un luogo difficile da raggiungere via terra molto più facilmente via mare, c'è una piccola sorgente d'acqua ferrosa, chiamata dalle popolazioni locali " il sangue di Aci" per il suo colore rossastro. Nella località chiamata oggi Capo Mulini una volta c'era un piccolo villaggio di pescatori che era chiamato, in memoria del pastorello del mito greco, Aci.
Nell' XI° sec. d.c. un terremoto distrusse il villaggio,e la popolazione sopravvissuta fondò altri paesi nelle vicinanze.
A memoria del nome del villaggio d'origine, i nuovi paesi furono chiamati Aci.
Tempo dopo, furono fondati ancora altri paesi e, per non scambiare un paese con l'altro, a ogni contrada fu messo un secondo nome, a parte Aci; nacquero così Aci Castello (per un castello costruito sopra un faraglione), Acitrezza ( per la presenza di tre faraglioni nel mare antistante il paese), Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S.Antonio, Aci Platani e Aci S. Filippo.

Il testo in dialetto è tratto da: wikipedia/Lingua_siciliana

 
         Giusy

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Fuga d'amore



LA FUITINA


La "Fuitina " è un termine di origine siciliana utilizzato per indicare la cosiddetta "fuga d'amore", ovvero l'allontanamento da casa di due ragazzi molto giovani, o addirittura minorenni, da soli, per qualche giorno senza avvisare nessuno.
Al loro ritorno diventa quasi automatico il cosiddetto "matrimonio riparatore".
La fuitina veniva utilizzata dai due giovani innamorati quando il loro amore era contrastato da una o da entrambe le loro famiglie: lo scopo, quindi, era quello di metterle dinanzi al "fatto" (quello di aver presumibilmente consumato un rapporto sessuale) compiuto.
A quel punto l'assenso dei familiari diventava inevitabile "Paciata ".


Ancor oggi sull'isola la fuga d'amore è considerata una sorta di istituzione, e una specie di ammortizzatore sociale, capace di favorire matrimoni altrimenti impossibili soprattutto per motivi economici.
Consente alle ragazze meno abbienti di accelerare la marcia verso l'altare, senza dover attendere tempi migliori.
Tant'è vero che spesso la ragazza parte con la benedizione della madre e con il finto furore del padre, in modo da celebrare le nozze riparatrici con un matrimonio poco importante ed economico.
Definizione da : Dizionario De Mauro
tradizionale fuga prematrimoniale di giovani promessi sposi, in genere concordata con le famiglie, in virtù della quale, rendendosi indispensabile una rapidissima riparazione dell’onore femminile violato, è giustificato procedere a nozze senza l’onere di costosi ricevimenti .

Fino al 1981 questa pratica non era punita legalmente, perchè esisteva il così detto matrimonio riparatore (art.544 codice penale), dove la violenza sessuale era considerata un oltraggio alla morale e non alla persona.
Adesso la Cassazione ha stabilito che la "fuitina d'amore", anche se organizzata in modo più attuale - una breve vacanza più che una fuga - di nascosto dai genitori della ragazza minorenne, ma pienamente consenziente, è una specie di attentato all'unità famigliare, e per questo va risarcita la famiglia "disonorata" dal fidanzato focoso e scalpitante.
[ Il ragazzo che sottrae l'amata, pur consenziente, ai genitori, è reo di minacciare l'unità familiare e per questo deve pagare. Soldi, non scuse o pentimenti. Denaro che risarcisca il nucleo parentale per "aver tentato di scardinare", con la fuga galeotta, "il rapporto della minore con la propria famiglia". ]

 
         Vincè

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T'ARRINGRAZIU


Questa è la prima poesia che ho scritto in siciliano, ho pensato di farvela leggere, siate buoni, spero vi piaccia!
La dedico a tutti gli amici del nostro blog.


T'ARRINGRAZIU

Signuruzzu beddu t'arringraziu,
mi lu facisti st'autru scherzu,
mi facisti 'nnamurari comu 'na picciridda, 
comu se nun ci fussi autru chiffari
'nta lu munnu!

T'arringraziu,
ma picchì t'accanisti,
picchì stu straziu.
Picchì mi sentu lu cori
'ca mi scoppia intra lu pettu!

Siddu u talìu mi sento moriri d'amuri.
Mi dici 'ca "non si mori d'amuri"!
Vero è!
D'amuri si campa,
quannu l'amuri ti fà respirari,
ma a mia 'sta ammuri
mi leva u sciatu!

Mi sentu come
'na palumma senz'ali,
cà ruzzulia 'nterra,
e talìa lu cielu e chiangi,
picchì nun pò vulari!

Mi piacissi assai avilli l'ali,
fussi beddu assai vulari,
pi pusarimi supra la tò spadda
e vasariti cu tutta 'a passioni                                                                       
'cca in stu mumentu mi sta lassannu,
come sciuri senz'acqua,
e mummuriariti n'aricchia: t'amu!

Megghiu assai, certi voti,
è murmuriarle 'ste cose 'mpurtanti,
ca jttari vuci,
picchì s'arrischia di no sentiri autru
e d'impazziri veramenti!

Sempri m'arripeti ca hai disìo di mia!
Ma tu, amuri beddu, u capisti
quannu n'aiu iu di tia?
Comu l'acqua a n'assetatu,
comu 'n picciriddo nicu  cò latti di sò matri,
comu lu pisci pigghiatu do sò mari,
comu a mia, che vogghiu sulu a tìa!

Amuri mio beddu t'arringraziu,
mi lu facìsti st'autru scherzu,
mi facisti 'nnammurari come na picciridda!
Comu se non ci fossi autru chiffari
'nta lu munnu...


 
         Giusy

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La regina Damarete


LA REGINA DAMARETE



Figlia di Terone di Agrigento e moglie del tiranno di Siracusa Gelone.
Damarete è una delle tante donne ad essere stata protagonista della storia siciliana.
Infatti ebbe un ruolo molto importante ed anche il primo nel suo genere.
Nel 480 a. C. si concluse la battaglia di Imera, che vide combattere e vincere i siciliani contro i cartaginesi.

Fu grazie a Damarete che i cartaginesi furono liberati, ma in cambio pretese ed ottenne che nel trattato di pace fosse inclusa una clausola che proibiva ai cartaginesi di sacrificare al dio Baal i figli maschi primogeniti giunti al decimo anno di età.
Infatti i bambini venivano lungamente torturati e poi offerti in sacrificio a questo dio per placare le ire e chiederne favori.

I cartaginesi, non solo accettarono la clausola ma le regalarono una corona d’oro dal peso di cento talenti.
Da questa corona fece coniare una moneta che lei stessa chiamò “Demareteion” facendone dono alla popolazione.

Fu la prima volta che la voce di una donna si elevò in difesa dei bambini.

 
         Teresa

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Pasta con le sarde

 
Pasta cu li sardi
 
Questo piatto, diffuso come uno dei piatti più celebri della cucina siciliana, vanta di essere un “piatto povero”.
Questo per il suo costo basso degli ingredienti e in special modo delle sarde pescate lungo le acque azzurre delle nostre coste.
 
Questo piatto nel corso degli anni ha subito varianti; chi lo presenta gratinato al forno, chi mette il concentrato di pomodoro anziché lo zafferano...ma quello vero è quello descritto.

 
 
Ingredientiper 6 persone:
 
  • Bucatini 600 g
  • Sarde fresche 800 g
  • Finocchio selvatico 1 Kg
  • Cipolle 2
  • Acciughe salate - 4 filetti
  • Uva sultanina 50 g
  • Pinoli 50 g
  • Zafferano 1 bustina
  • Olio extravergine d'oliva 6 cucchiai
  • Sale

Preparazione:
 
Mondare il finocchio selvatico eliminando gli steli più duri, lavarlo e farlo bollire in acqua salata; scolarlo e tritarlo. Conservare l'acqua di cottura. Far rinvenire l'uva sultanina in acqua tiepida.
Nel frattempo pulire le sarde, eliminando teste, code, squame e la lisca centrale, e passarle velocemente sotto l'acqua corrente.
Lavare accuratamente le acciughe salate. Affettare le cipolle e metterle a rosolare in un tegame con l'olio; sciogliere nello stesso soffritto le acciughe lavate.
A questo punto aggiungere le sarde e portare avanti la cottura per circa 5 minuti. 
E' la volta poi del finocchio selvatico e dello zafferano, sciolto in un mestolino d'acqua; il tutto deve cuocere ancora per una decina di minuti.
Pochi istanti prima di spegnere il fornello, aggiungere l'uva sultanina, ben scolata, e i pinoli.
Nel frattempo cuocere i bucatini al dente, nell'acqua di cottura del finocchio selvatico, seguendo le istruzioni sulla confezione. Scolare la pasta, aggiungerla al tegame col sugo, girare con un cucchiaio di legno e lasciare sul fuoco qualche minuto.
Lasciar riposare qualche minuto e prima di servire spolverizzate con della mollica tostata precedentemente.
 
Consigli e suggerimenti.
Per una buona riuscita della mollica tostata usare una padella antiaderente e mettere due spicchi d’aglio schiacciati, dello zucchero e un filo d’olio extravergine.
Al posto delle acciughe salate, si possono usare i filetti sott'olio, dopo averli ben scolati, e questo rappresenta un risparmio di tempo.
Non sempre è facile trovare il finocchio selvatico fresco che è un tipico prodotto siciliano; si può ricorrere allora a quello secco. Se ne aggiunge un cucchiaio o più, a seconda dei gusti, direttamente nel sugo con il pesce.
Il piatto è talmente ricco che può essere considerato anche piatto unico da abbinare semplicemente ad un'insalata di stagione.

800 calorie a porzione

 
         Vincè

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BALLANDO “MONNA LISA” CHEEK TO CHEEK


  

BALLANDO “MONNA LISA” CHEEK TO CHEEK

Spesso i nostri sguardi nei mattini si incrociavano e si cercavano, mentre andavamo a scuola:lei dalle suore ed io allo scientifico


L'agosto del '53, dopo la maturità, sul treno per Palermo, conobbi un coetaneo, Franco, che come me vi andava per un concorso. Quando sentì qual’era il mio nome esclamò: "Ah, allora quel tanto desiderato Nino di cui mi parlano sempre le sorelle Sasà e Pinella sei tu" Da come mi descrisse Sasà capii che era lei, la ragazza degli sguardi del mattino.

L' estate successiva le incontrai durante una festa a casa di Gianna. E fu come se ci conoscessimo da sempre: ballai tutta la sera con Sasà, cheek to cheek, "Monna Lisa" e quando non ballavamo sedevamo vicini, guardandoci negli occhi senza parlare. Fui invitato ad andare al mare, nella loro cabina e notai più volte che un ragazzo, Pippo, appartenente ad una delle più ricche famiglie di Catania, faceva di tutto per attrarre l' attenzione di Sasà.

Lasciai Catania nella terza decade dell' ottobre 1954, sapendo che vi sarei tornato solo per brevi periodi di vacanza e con Sasà ci fu qualche lettera non impegnativa.

A Natale, la prima vacanza, fui invitato da Pinella a una festa a casa di amici. Pippo, presente anche lui, cotto com' era di Sasà, quasi tutta la serata fece l'impossibile per attrarre l’ attenzione di lei, nonostante la sua apparente indifferenza.

Il giorno dopo incontrai Franco e gli dissi testualmente:" Vedi, Franco, io non sono il ragazzo che ci vuole per Sasà: la professione che sto per intraprendere mi terrà sempre lontano da quì e lo stipendio potrà solo consentirmi di darle da mangiare al massimo pane e patate. Per lei va bene Pippo. Faglielo capire.".

Incontrai Sasà di nuovo nella primavera del 1958: era fidanzata con Pippo, momentaneamente assente da Catania, in servizio militare. La sorella mi invitò ad andare a ballare in un circolo privato e ci ritrovammo ancora io e Sasà, cheek to cheek, a ballare "Monna Lisa", senza parlare.

Partii per Torino pochi giorni dopo.

Lei si laureò nel 1959 e sposò Pippo.

Nel giugno del 1982 a Catania incontrai Pinella. Andammo a cena insieme e lei, raccontandomi la poca fortuna del matrimonio di Sasà, mi disse; "Dovevi sposarla tu".


 
           Nino

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Giuseppina Turrisi Colonna


Giuseppina Turrisi Colonna

Figlia di Mauro Turrisi, barone di Bonvicino e Emilia Colonna, discendente di una nobile famiglia romana, nasce a Palermo il 2 aprile 1822.
Trascorre la sua breve vita quasi sempre a Palermo dedicandosi allo studio della storia e delle lingue antiche. Ancora ragazzina si fa notare per i suoi componimenti lirici e a soli 14 anni pubblica un inno sacro. Presto abbandona i temi religiosi e filosofici e si dedica a componimenti patriottici e civili, ricordiamo "Sol Patria spira i più fervidi carmi al petto mio!".
Inneggia all’Unità d’Italia ed invoca le donne a partecipare più attivamente alla vita politica: "In membra delicate ed esili un’anima di ferro e di fuoco, una perpetua battaglia tra le cure casalinghe e modeste prescritte alla donna, e il desiderio di una vita avventurosa, com’è del soldato e del marinaio".
Nel 1847, Giuseppina sposa il poeta siciliano Giuseppe De Spuches, principe di Galati. Dopo solo 10 mesi di matrimonio, il 17 febbraio del 1848, Giuseppina muore di parto. Per il suo spirito patriottico rimane famosa in tutta la Sicilia come la “Santa Rosalia del Risorgimento”.


 
         Teresa

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Carciofi Arrostiti sulla brace


Cacocciuli Arrustuti

Le giornate incominciano qui in Sicilia a farsi più belle, il tempo più stabile e le scampagnate per il fine settimana, diventano il giusto modo per passare il tempo.
Durante le scampagnate si sà, la baldoria è d'obbligo assieme alle mangiate!
La preparazione del posto dove arrostire è poi un rito...prettamente maschile.
Le donne invece preparano le pietanze da cucinare...bruschette, salsiccia, insalata e la pasta naturalmente.
L'amica Pepa (la chiamo Pinuccia) in un suo post, parla dei " cacocciuli ", periodo adatto di produzione questo!
Farli arrostiti sulla brace è un passatempo e ne gode lo stomaco.
Lascio qui, il suo modo di cucinarli...ringraziandola per il suggerimento.
Io ho solo preparato uno slide sull'argomento!!





prendete i carciofi e tagliateli a mettà,
cosichè si tolgano quasi tutte le spine,
tagliate pure il gambo raso al carciofo.
Sbattete un pò il sotto ed allargate
la parte delle foglie con le mani,
condite questa parte con:
aglio e prezemolo tritati
sale, pepe, ed olio.
Mettere i carciofi sulla brace dalla parte del gambo
posizionateli in modo che la brace li copra a mettà
lascite cuocere, e buon appetito.


      

22 calorie per carciofo + mezzo cucchiaio d'olio per carciofo 45 cal = 67 cal a carciofo
 
         Vincè

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