Di mitiche origini nato dal sangue della testa recisa di Medusa di cui avrebbe conservato gli stessi poteri, il corallo vanta una storia antichissima in cui un insieme di leggende esalta le sue presunte virtù terapeutiche e scaramantiche che trovano riscontro sia nella cultura orientale che in quella occidentale.
Il corallo vanta una storia antichissima…
quanto all’origine della lavorazione non si hanno, fino ad oggi, dati precisi né sull’epoca né sul popolo che per primo l’avrebbe praticata.
La storia del corallo riferisce che fino al sec. XVI si parla genericamente di «corallo lavorato», la trasformazione dei cespi, diffusissima a Marsiglia, viene praticata a Napoli, Trapani e Genova e fu in tali due ultime città che la produzione divenne più qualificata e diversificata.
A Trapani la trasformazione si accentrava quasi del tutto nelle mani degli ebrei, per cui, quando questi con editto dei Re Cattolici Isabella e Ferdinando d’Aragona furono espulsi dall’isola (1492), l’attività si paralizzò .
Poi, dopo alcuni anni, un banchiere (Gian Battista Fardella) per ripristinare quella lavorazione tanto importante per l’economia di Trapani, indusse alcuni ebrei alla conversione e, quindi, a riprendere il loro posto in città.
I maestri «curaddari», le cui 25 botteghe erano tutte accentrate in un’unica strada, eseguivano le loro incisioni in prevalenza di carattere sacro per arrivare poi a quello che e’ stato sempre il più diffuso ornamento muliebre: la collana.
A Trapani, ove i banchi corallini davano materia prima in abbondanza, l'arte della lavorazione dei corallo divenne artigianato sistematico…per cui il corallo è stata una delle risorse che ha dato pregio e lustro alla città di Trapani .
Sculture, monili e altre opere realizzate in corallo si possono ammirare presso il Museo Pepoli durante la Mostra del Corallo.
Trapani e’ ancora oggi famosa in tutto il mondo per la pesca e la lavorazione del corallo rosso mediterraneo, il Corallium rubrum vagheggiato e desiderato in tutti i continenti, prezioso gioiello e talismano.. medicinale panacea per tutti i mali in grado di tenere lontano la sventura, tesoro nascosto sotto le onde sorvegliato dalle divinita’ marine e pianta dell’eterna giovinezza inseguita da sempre dall’uomo.
Oggi la lavorazione del corallo è quasi del tutto scomparsa anche se ancora alcune maestranze tentano di perpetuare nel tempo il valore e la tradizione di questa arte ma la grave crisi che sta colpendo i piccoli artigiani e la scarsità della materia prima, temo porterà all'estinzione definitivamente di questa attivita’ della citta’ di Trapani.
Il Presepio di corallo,
Trapani, Sec. XVII - Museo S. Martino - Napoli
I cannoli siciliani, sono ormai i dolci più famosi della Sicilia. Conosciuti sia sul territorio nazionale che anche all'estero. Costituiti da un'involucro "la scorza" ed un ripieno di crema di ricotta (quelli originali) Tutti gli altri, con ripieni diversi, son cannoli....ma non siciliani!!!
La
Tradizione Siciliana, vuole che i cannoli venghino regalati alle famiglie amiche,
e il loro numero non deve essere meno di dodici. INGREDIENTI:
gr. 300 farina bianca
gr. 30 burro
gr. 30 zucchero semolato
gr. 30 pistacchi
gr. 400 ricotta
gr. 200 zucchero al velo
gr. 100 di canditi [arancio, cedro, zucca]
gr. 50 cioccolato fondente
1 uovo
marsala secco o del buon vino secco
strutto ed olio per friggere
cannella in polvere
sale.
PROCEDIMENTO:
Preparazione della pasta Mescolate la farina con il tuorlo d'uovo, lo zucchero, il burro sciolto, un pizzico di sale e del vino oppure del marsala secco, necessario per un impasto morbido e liscio. Coprite l'impasto con un canovaccio e lasciatelo riposare per due ore in un contenitore.
Preparazione della crema di ricotta Passate la ricotta al setaccio, e con un cucchiaio di legno lavoratela unendo lo zucchero a velo fino a renderla cremosa, aggiungete poi la frutta candita tagliata a piccoli pezzi, il pistacchio tritato grosso, il cioccolato fondente fatto a pezzetti e rimescolate tutto, e mettete il tutto in frigorifero fino al momento dell'uso.
Riprendete la pasta, stendetela sottile con un matterello per uno spessore di 3 mm, infine tagliatela in quadrati di 10 / 12 cm. Spennellate questi quadrati con albume d'uovo sbattuto ed avvolgeteli per diagonale su pezzi di canna tagliati a misura ed accuratamente sterilizzati (oppure su equivalenti stampi metallici).
In una padella mettete dell’olio con l’aggiunta di qualche pezzetto di strutto e friggeteli ben larghi.
Appena dorati e croccanti metteteli a scolare, lasciateli raffreddare, levateli dai tubicini e riempiteli con la ricotta. Spolverateli con lo zucchero a velo vanigliato e cannella, serviteli freschi.
Oggi il giorno della memoria (16° anniversario) in una Italia distratta che non può e non
deve dimenticare il sacrifico di uomini morti nell'adempimento del loro
dovere.
Giovanni stava tornando da Roma
come era solito fare nei fine settimana. Il jet di servizio partito
dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva a Punta Raisi dopo
un viaggio di 53 minuti. Lo attendono tre autovetture del gruppo di
scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di
Stato, Arnaldo La Barbera.
Appena sceso dall'aereo, Falcone
si sistema alla guida di una Croma bianca ed accanto prende posto la
moglie Francesca Morvillo. Nella Croma marrone, c'è alla guida Vito
Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro
Rocco Di Cillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo,
Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone,
poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra.
Le auto lasciano l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione
Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono
attivate neppure le sirene. Ma qualcuno, nell'ombra, ha già tramato. Sa
dell'arrivo del giudice. Su una strada parallela, una macchina si
affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne
segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale;
sono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti
dopo, alle ore 17:58, presso il Km.5 della A29, una carica di cinque
quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede
stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene
azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da
Totò Riina.
La deflagrazione provoca un'esplosione immane ed
una voragine enorme sulla strada. Giovanni Falcone muore alle 19:05 del
23 Maggio del 1992. Si consuma così il più eclatante attacco che Cosa
Nostra abbia mai sferrato ai danni dello Stato.
«L´antimafia senza tappeti rossi», l´ha chiamata Tina Martinez
Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone che ieri
mattina, a Capaci, è riuscita a riunire nel giardino della legalità
lungo l´autostrada i reduci della «Quarto Savona Quindici», la
squadra di volontari che scortava il giudice e a farli incontrare
con gli studenti. «È stata una giornata meravigliosa - ha detto la
Montinaro - tutti i colleghi di Antonio sono attorno a me, sotto
l´albero a parlare di lui, di Vito e di Rocco. È un modo semplice e
onesto di ricordarli con affetto. In questo modo si dice no alla
mafia».
«Vedervi qui, in tanti, è una grande gioia e dimostra che,
contrariamente a quanto si ritiene, i giovani italiani hanno valori
forti». Con queste parole piene di speranza Maria Falcone ha accolto la
nave sul molo del porto di Palermo. Pietro Grasso invece fa un appello
al mondo dell´istruzione: «Oggi il futuro è rappresentato dalle giovani
generazioni. Il mondo della scuola è quello che formerà le classi
dirigenti di domani ed è dalla scuola che dobbiamo alimentare la nostra
speranza di un domani senza mafie».
"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le
conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le
pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana." (J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)
Voluto dall'imperatore Federico II di Svevia, che lo fece costruire nel 1239 sul sito dell'antica Rocca Saturnia (un tempo adibita a prigione), il Castello Ursino nacque con finalità esclusivamente difensive, inserendosi nel sistema di fortificazioni sul lato est della città. Sorgeva sul mare ed era munito di fossato e ponte levatoio: oltre che per difesa dal mare,aveva anche l'importante funzione di tenere a bada l'irrequieta popolazione catanese (già punita dallo Svevo nel 1232). Fu proprio nel 1232, secondo la leggenda, che Federico II ricevette da S.Agata il monito "Noli offendere patriam Agathae quia ultrix iniuriarium est" (non offendere la patria di Agata perchè è vendicatrice delle ingiurie) che lo fece desistere dal trucidare i rivoltosi catanesi rei di aver appoggiato il partito guelfo.
Le iniziali dell'iscrizione si trovano a tutt'oggi su uno dei portali della Cattedrale e, oltre a testimoniare lo stretto legame fra i catanesi e la loro paladina S.Agata, ci attestano quanto tesi fossero i rapporti fra la città e l'imperatore, tanto da indurre quest'ultimo a costruire addirittura una rocca difensiva nel cuore della città.
Oggi l'aspetto è cambiato, la lava del 1669 lo ha circondato e lo ha "tratto fuori" dal mare: gli abbellimenti architettonici sono venuti nelle epoche successive, perchè originariamente era molto più "spartano", composto praticamente solo da altissime mura e feritoie. Resta un documento preziosissimo della nostra storia, testimone, da Federico in poi, di tutte le vicende di Catania, che poco alla volta, hanno scolpito sulle sue pietre tracce indelebili di un passato che ci appartiene.
La tradizione artistica dei carretti siciliani è un’arte centenaria, decantata da poeti e racconti. Lo stesso Camilleri, ammirato nella visione della lavorazione di un carretto, disse che quello era un momento che sarebbe rimasto indelebile nella sua memoria... Prima di lui, Salvatore Lo Presti, autore di una monografia sul carretto siciliano, ricamava, nel 1956, un ritratto pieno di ammirazione e di grande emozione nel suo libro ‘ Il carretto ’, a tiratura limitata. Tanti altri insigni studiosi o, meri ammiratori di questa grande arte popolare, hanno descritto il mondo del carretto e i suoi migliori artefici.
Questa l'introduzione al sito che un'amico ci ha voluto segnalare e che io non potevo farmi sfuggire:
[...Vi segnalo il sito della collezione di carretti siciliani appartenuta a mio nonno e adesso ereditata. La mi famiglia è di origine sicialiana ma ormai da decenni residende al nord Italia. Cambia il luogo di residenza e l'attacamento alla terra di origine si fa' sempre piu forte. Questo vuole essere un modo per ricordare la propria cultura e se possibile farla conoscere a tutto il mondo o almeno ad una parte. Salvatore Musso ] http://www.carrisiciliani.altervista.org/
Il nonno del nostro amico, si chiamava come lui, Salvatore Musso era nato a Catania ed era un mastro carradore, cioè colui che costruiva carretti siciliani...mestiere anche questo ormai in estinzione. Nella sua bottega sono nati moltissimi carretti alcuni dei quali commissionati anche da personaggi famosi come ad esempio Walt Disney.
Interessanti gli album fotografici del sito dove si può ammirare parte della collezione di Musso. I decori del carro e le così dette chiavi (vere opere d'arte). Inoltre il lavoro di cagnatura (ferratura del cerchio) della ruota del carro.
TRENTENNALE DELL’OMICIDIO DI PEPPINO 9 Maggio 1978 – 9 Maggio 2008
“Tra la casa di Peppino Impastato e quella di Gaetano
Badalamenti ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima
volta in un pomeriggio di gennaio, con uno scirocco gelido che
lavava i marciapiedi e gonfiava i vestiti. Mi ricordo un cielo
opprimente e la strada bianca che tagliava il paese in tutta
la sua lunghezza, dal mare fino alle prime pietre del monte
Pecoraro. Cento passi, cento secondi: provai a contarli e pensai
a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane
di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai
a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con
i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in
fondo alla Sicilia.” (Claudio Fava, “Cinque
delitti imperfetti”, Mondatori 1994, p.9)
9 maggio 1978, ore 1,40 il macchinista del treno Trapani-Palermo, Gaetano
Sdegno, transitando in località "Feudo", nel territorio di Cinisi,
avverte uno scossone, ferma la locomotiva e constata che il binario era tranciato.
Avverte il dirigente della stazione ferroviaria che, alle 3,45 chiama per
telefono i carabinieri. Questi accorrono sul posto: dal loro sopralluogo risulta
che il binario è stato divelto per un tratto di circa 40 centimetri e che
nel raggio di circa 300 metri erano sparsi resti umani. La persona deceduta
in seguito all'esplosione viene identificata in Giuseppe (familiarmente Peppino)
Impastato.
Oltre ai carabinieri sul posto accorrono molti curiosi, mentre i compagni
di Impastato vengono tenuti a distanza. I resti vengono raccolti frettolosamente
e il tratto di binario tranciato dall'esplosione viene subito riparato. Si
cancellano così importantissime prove.
La pista seguita dai carabinieri, dalla polizia e dalla Digos è quella dell'attentato
terroristico. A Roma, in via Caetani, nello stesso giorno viene trovato il
corpo senza vita di Aldo Moro; il clima è tale per cui la prima cosa a cui
pensano le forze dell'ordine è che le "teste calde" non possano
che essere affiliate alle Brigate Rosse. [......]
Tutto falso!!....
Il lungo passato di militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli
assassini e dalle "forze dell'ordine" per partorire l'assurda ipotesi
di un attentato terroristico.
Non è così! L'omicidio ha un nome chiaro: MAFIA. [.....]
I compagni di Peppino di Palermo redigono un manifesto con la scritta: "Peppino
Impastato è stato assassinato dalla mafia".
Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino.Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All'interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare". Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un'emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull'ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante". Solo dopo molti anni e parecchie istanze ed esposti della famiglia, il caso viene riaperto. Infatti nel giugno del 1996, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, indicano in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo. Finalmente dopo più di 20 anni, la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione, mentre Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
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Riflessioni
"Io sono orgogliosa di essere siciliana.....sono orgogliosa di far parte di questo popolo. E' vero, manca la volontà politica di distruggere la mafia. Eppure quando cammini per le strade, sopratutto in primavera, quello che senti nell'aria non è odore di morte...è odore di zagara...è odore di limoni....Il sole che ti accarezza la pelle... Il rumore del mare....la nostra storia. No, questa è la Sicilia..." Quella....amica di Blog
"La mafia non è solo un problema d'ordine pubblico, ma culturale, da risolvere, quindi, alle radici. La cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi. E' un modo d'agire, di pensare". Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! Peppino Impastato
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"Le analisi moderne del fenomeno della mafia la considerano, prima ancora che una organizzazione criminale, una "organizzazione di potere"; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, nonché del supporto di certi strati della popolazione. Di conseguenza il termine viene spesso usato per indicare un modo di fare o meglio di organizzare, non necessariamente cose illecite. Quindi il termine "mafioso" può essere utilizzato nel linguaggio comune per definire, per esempio un sindaco che dia concessioni edilizie solo ai suoi "amici" o un professore universitario che fa vincere borse di studio a persone anche valide ma a lui legate o la nomina da parte di un governo di altissimi dirigenti anche capaci ma "politicamente vicini" alla maggioranza di cui il governo è espressione". dall'enciclopedia Wikipedia:
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"Tanta gente, tanti giudici, che hanno iniziato a dubitare
della pista terroristica (si ricorda che, all'inizio, si disse, da
parte delle Autorità, che Impastato fosse morto nel corso di un
attentato terroristico che stava preparando sulla linea ferroviaria
Palermo-Trapani) e che si sono addentrati nella pista mafiosa sono
morti, uccisi in qualche modo dalla mafia. Il giudice Gaetano Costa, il
sostituto Domenico Signorino, Rocco Chinnici, lo stesso Giovanni
Falcone. Non è stato civile e democratico aspettare un quarto di secolo
per giungere alla verità, noi abbiamno vissuto in un paese dove non c'è
stata legalità" (il tribunale ha condannato il boss Gaetano Badalamenti per l'omicidio, solo nel 2002).
D'altro canto, invece "le persone che hanno cercato di insabbiare
le indagini, sono tutte vive, nessuno è morto neanche per cause
naturali, ed hanno fatto una splendida carriera. Sembra un paradosso". Un'amara riflessione - di Giovanni Impastato.
Non tutti sapevano:
E' partita il 14 aprile da Sanremo la "Veleggiata Antimafia", l'originale iniziativa organizzata in occasione del trentennale dell'uccisione di Peppino Impastato dal "Centro Culturale Peppino e Felicia Impastato" di Sanremo con la collaborazione di Associazione Libera e Acmos e con il patrocinio di Regione Liguria, Prefettura di Imperia, Provincia di Imperia e Comune di Sanremo.
Il progetto prevede il viaggio della barca a vela "Martinez ... impunito", sede mobile del Centro Impastato, da Portosole di Sanremo verso le coste palermitane per una navigazione di circa 700 miglia.
L'arrivo è previsto al porto di Terrasini venerdì 9 maggio in occasione della manifestazione nazionale per il trentennale dell'uccisione di Impastato. Durante le soste (Savona, 14-16 aprile; Genova, 16-17 aprile; Spezia 17-18 aprile; Livorno 20-23 aprile; Anzio 24-28 aprile; Napoli 29 aprile - 2 maggio; Tropea 3-5 maggio; Messina 5-7 maggio) si svolgeranno diverse attività: incontri con scuole, associazioni, enti pubblici e privati, nonché proiezioni di filmati, concerti e spettacoli teatrali.
La veleggiata è concepita come una navigazione a staffetta per portare la pluralità delle testimonianze raccolte. Ad ogni tappa verrà distribuito del materiale sul tema della lotta alla mafia.
Dal 30 aprile al 4 maggio sono stati miei ospiti l’amica carissima Gioia con il marito Franco. Come
potete immaginare, siamo stati in giro per la città di Palermo ma,
soprattutto abbiamo visitato alcuni paesi che i miei amici ancora non
conoscevano. Uno di questi è Corleone.
Cittadina che vale la pena di visitare e non certo per la solita curiosità a cui è stata sottoposta per anni: la mafia. Corleone, in provincia di Palermo, sorge a 540 m s.l.m nella zona dei monti Sicani, nel cuore della Sicilia occidentale. Ha un territorio di 230 Kmq e una popolazione di circa 12.000 abitanti. Ha origini molto antiche risalenti alla prima fase del neolitico nel VI millennio a.C.. Corleone "Animosa Civitas" perché sempre in prima linea in tutte le guerre combattute in Sicilia, si trova adagiato in una conca del bacino del fiume Belice nella zona dei monti Sicani e protetto da una corona di rocce calcaree che costituiscono un unicum geologico da cui prendono il nome: “calcariniti glauconitiche corleonesi”.
Le "Rocche gemelle", ubicate una ad est del centro abitato dove si erge il Castello Soprano con i resti dell'antica torre di avvistamento saracena e l'altra al centro del paese in un blocco calcareo geologicamente crollato dalla montagna frontale e su cui è stato edificato il castello medievale ora eremo dei Frati Francescani Rinnovati, creano uno scenario suggestivo. Proprio ai piedi del Castello Soprano si può ammirare uno spettacolo della natura: la "Cascata delle Due Rocche". Le origini di Corleone non sono nette e precise e fino a poco tempo fa si facevano risalire agli arabi che nel 840 occuparono la zona compresa tra Caltabellotta e Valle dei Platani. Gli scavi archeologici condotti sulla Montagna Vecchia a partire dagli inizi degli anni '90, testimoniano invece che l'attuale impianto urbanistico ha una storia ben più lontana, infatti alcuni recenti reperti fanno risalire le origini ad epoca preistorica. E' certa comunque la presenza dei bizantini e dei musulmani, a testimonianza di ciò l'esistenza di una moschea attestata da fonti scritte. Nel nostro
giro visitiamo naturalmente il Palazzo Provenzano, dimora signorile del
XVIII secolo situato nel centro storico, sede del Museo Civico
Comprensoriale "Pippo Rizzo" dove sono esposti i reperti archeologici
ritrovati sulla Montagna Vecchia.
Tra i reperti più significativi la "Pietra Miliare" il pezzo più importante del museo per l'iscrizione latina più antica che si conosca risalente al 252 a.C., anno in cui Aurelio Cotta fu Console Romano in Sicilia per la prima volta. Noi siamo stati fortunati, abbiamo avuto una guida personale e superba. Camminando per le stradine del paese, dopo aver visitato il Museo Civico, ci siamo imbattuti, quasi per caso, in un sacerdote, Calogero Giovinco che ci ha raccontato la storia del suo paese con una passione e dedizione che lascio a voi immaginare. Raccontando del grandissimo patrimonio artistico ecclesiale (per questo motivo Corleone venne battezzato il paese delle cento chiese) ci porta a visitare la Chiesa di Sant’Agostino risalente al 1300 e l’annesso oratorio, un gioiello che stava per essere demolito 32 anni fa e salvo grazie a lui.
Ma la cosa che più mi ha colpita e che mi ha lasciata quasi senza fiato è il Museo Etnologico aperto nel gennaio 2000, impiantato nei locali dell' ex Monastero dei frati Olivetani. La collezione etnografica è stata ordinata dal prof. Filippo Salvatore Oliveri (etnoantropologo della Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Caltanissetta) ed è costituita da oltre duemila oggetti attinenti al mondo contadino pastorale e artigianale, risalenti tra la fine dell' Ottocento e i primi anni quaranta. Naturalmente il merito di questo Museo va al Sac. Calogero Giovinco che oltre ad essere stato il fondatore-promotore dell'iniziativa culturale, continua nell’ infaticabile ricerca di materiali e manufatti, grazie e soprattutto alle generose donazioni dei cittadini corleonesi e dei paesi vicini. Giuridicamente il Museo appartiene alla parrocchia San Leoluca Abate della quale il Sac. Giovinco ne è la guida.
Infine, gradevole risulta anche la bella passeggiata che abbiamo fatto nel centro storico medievale guarnito da murales, realizzati da pittori locali, raffiguranti squarci di storia, folklore e tradizioni locali. Tante sono ancora le cose che non ho descritto, ma il motivo è semplice: è un invito a voi tutti per andare a visitarla.
Durante il mio ultimo soggiorno a Palermo dal 25 al 27 Aprile, per il raduno primaverile "Sicilia 2008", ho visitato un pò la città. Accompagnato dalle amiche palermitane, che ringrazio per la loro ospitalità, sono passato da questo antico locale di Palermo. Riportato su molte guide turistiche, l'antica focacceria S. Francesco è sicuramente una meta da non perdere, per chi viene qui e per i buon gustai delle specialità palermitane.
La Focacceria prende il nome dal un monumento prezioso di Palermo, la Chiesa di San Francesco, che sorge proprio di fronte al locale. Il nucleo originario della Chiesa risale al XIII secolo; fu poi arricchita da portali e numerose cappelle in stile gotico o rinascimentale e in età barocca l'edificio venne ricoperto da stucchi ed affreschi.
L'attività, in quest'ultimo periodo, era stata presa di mira dal racket del pizzo. Ma voglio sottolineare il coraggio ammirevole dei fratelli Vincenzo e Fabio Conticello, che con le loro denunce hanno fornito riscontri concreti alle indagini dei carabinieri del nucleo operativo di Palermo, consentendo l'arresto e il riconoscimento di alcuni mafiosi che avevano cercato di imporre ai due imprenditori il pagamento di tangenti e l'assunzione di un loro compare... Articolo da "la Repubblica"
E' anche per questo e non solo per l'ottimo cibo che vale la pena andare alla Focacceria!!!
Il pizzo è un male curabile, dobbiamo solo volerlo tutti. Giustificare qualcosa per paura o per abitudine è un atto mafioso tanto quanto un attentato omicida.
Naturalmente siamo rimasti anche noi a mangiare alla focacceria, che per quella giornata ha organizzato un grande tavolo all'aperto al centro della piazza. Acquistando i così detti pizzini, abbiamo potuto assaggiare parte delle specialità palermitane, preparati in appositi carrettini posti tutto attorno la piazza...tutto propio suggestivo!!!
Il polpo
I cannoli siciliani
Riporto di seguito, quello che c'era scritto sulla carta usata da coprivassoio.
Nel cuore del centro di Palermo, l'addove c'era la cappella dei principi di Cattolica, nel settecentesco palazzo dall'omonimo nome, nacque la "Focacceria S. Francesco". Il fondatore Antonio Alaimo, di professione cuoco di palazzo, ebbe come saldo delle sue spettanze i locali dell'ex cappella dove ancora oggi è attiva la focacceria. Fu eseguita un'opera di riadattamento dei locali, utilizzando alcuni mobili già di pertinenza della cappella stessa, e la focacceria iniziò la sua attività. La focacceria già dal 1834 si affermò come il primo locale pubblico dove poter consumare dei piatti tipicamente palermitani. Lo sfincione, la focaccia schietta e la focaccia maritata. Molte sono le storie miste a leggende e dicerie popolari che vedono la focacceria quale scenario d'incontri tra personalità famose nel campo della politica, dell'arte della cultura nel corso degli ultimi tre secoli. Nel 1848, quando venne proclamato il primo parlamento siciliano, Ruggiero Settimo, neo eletto capo del governo, festeggiò il suo successo con sfincioni e vino marsala della focacceria. Da ricordareè che durante il periodo che precede l'unità d'Italia, la focacceria fu uno dei punti di ristoro del generale Giuseppe Garibaldi e i suoi mille. Tanti personaggi legati alla cultura di un tempo solevano gustare le prelibatezze della cucina povera palermitana dandosi appuntamento presso lo storico locale. Pirandello, Crispi, per non parlare di reali d'Italia, di Spagna, di Belgio, capi di stato, attori del teatro e del cinema di ieri e di oggi. Tra il 1898 ed il 1900 Salvatore Alaimo, erede del fondatore, operò il primo restauro commissionando alla Fonderia Oretea i tavoli in ghisa, le vetrate e la cucina economica; per i piani dei tavoli utilizzo una pietra palermitana conosciuta come Billiemi, e alla falegnameria Ducrot commissionò alcuni mobili in legno e le panche ancora in uso. Così nel 1902 la Focacceria divenne "ANTICA".
Oggi l'Antica Focacceria S. Francesco non ha perso il suo smalto, anzi è stata costantemente oggetto di regolari manutenzioni al fine di preservare l'inestimabile valore storico del locale: esso è infatti annoverato tra i pochi esercizi storici d'Italia. Anche oggi è meta di tutti i turisti che visitano Palermo e sicuro punto di riferimento dei Palermitani di ogni età e ceto sociale. Sicuramente la trasformazione più evidente della focacceria consiste nel fatto che, pur mantenendo le tradizioni storiche del locale, gli attuali eredi, i fratelli Conticello (quinta generazione) hanno visto nel locale non solo il passato dei loro antenati, ma anche il futuro dei propi figli. Infatti con le dovute cautele hanno iniziato un processo di riqualificazione aziendale che tende a dare una qualità sicura ai cibi preparati, decisamente più vari ma comunque perfettamente in linea con la gastronomia tradizional popolare di Palermo. La focacceria offre alla sua clientela, oltre alle panelle, le arancine, le pizze, i primi piatti tipici, anche insalate ed altri sfizi della gastronomia siciliana ed italiana oltre ad una varietà di dolci e vini.
Informazioni utili ANTICA FOCACCERIA SAN FRANCESCO Palermo, Via A. Paternostro, 58 Tel. 091320264 Chiuso il martedì Si può prenotare anche via web. Sito: www.afsf.it E-Mail: info@afsf.it
Le Catacombe dei Cappuccini ovvero Il cimitero sotterraneo dei Cappuccini di Palermo
L'importante è far finta che quelli appesi ai muri non siano... quello che sono.
Questo potrebbe essere paradossalmente il segreto per non restare terrorizzati dai quasi 8000 scheletri mummificati appesi nelle Catacombe dei Cappuccini. Uno spettacolo unico, forse pauroso per le persone un po' deboli di stomaco, ma assolutamente da non perdere.
Si tratta di una sorta di galleria che si snoda per circa 300 metri sotto l'omonimo convento. In un ambiente di luci soffuse e aria rarefatta si incontrano le salme di nobili, religiosi, bambini, donne non maritate e militari deposte in questo luogo a partire dal 1599.
In quegli anni i padri cappuccini, avendo necessità di ricavare un nuovo cimitero, riesumarono alcune fosse comuni vecchie di centinaia di anni. Con grande sorpresa notarono che le salme contenute non si erano polverizzate ma asciugate conservando lo scheletro in modo quasi perfetto.
Quell'ambiente di tufo aveva "cotto" i corpi un po' come fa il forno a microonde.
Si dice poi che i frati decisero di esporre questi resti così ben conservati con intento monitorio: "polvere siete, polvere tornerete". Così nacquero le catacombe.
I primi a essere "sepolti" in questo modo furono proprio i padri cappuccini, cui seguirono rapidamente i membri delle famiglie patrizie palermitane, che, in cambio di un congruo compenso in oro, si aggiudicavano una sepoltura esclusiva, una nicchia e le cerimonie funebri con un sistema che oggi verrebbe definito "all including".
I frati applicavano le antiche tecniche di mummificazione. I corpi, subito dopo la cerimonia funebre, venivano stesi sui "colatoi" di legno dove erano lasciati essiccare per quasi un anno.
Il risultato era uno scheletro integro, che per resistere al tempo poteva essere bagnato anche con l'arsenico o con la calce. La salma, così trattata, veniva rivestita con gli abiti più eleganti che il defunto avesse da vivo. Dopo essere stata inchiodata a un'asse di legno la salma era collocata nella propria nicchia. Questa pratica proseguì fino al 1881, anno in cui questo tipo di sepoltura fu bandito perché antigienico.
Le cronache dicono che da allora le catacombe siano rimaste pressoché intatte: uniche novità sarebbero le inferriate - antiestetiche ma necessarie - e la chiusura di alcune casse.
Alcuni di questi "scheletri" sono diventati a modo loro delle celebrità: i più ammirati sono Antonio Prestigiacomo una sorta di don Giovanni che ha fatto mettere occhi di vetro al suo teschio per potere vedere le donne anche dopo la morte, i colonnelli borbonici deposti con le loro eleganti divise, "il gigante" che incombe con il suo vestito nero, la cappella dei bambini, Silvestro da Gubbio la mummia più antica, il Re di Tunisi e la piccola Rosalia Lombardo (aggiunta alla collezione nel 1920), il cui corpicino è talmente ben imbalsamato da far credere che la bimba sia solo addormentata.
Una caverna di presenze terrifiche, in cui il passato ci travolge con il suo volto più inquietante e in cui aleggiano le solite immancabili leggende: la più curiosa racconta che ogni 25 anni lo spirito del conte Cagliostro cerchi tra questi resti umani le spoglie della sua amata.
Non sono invece una leggenda le migliaia di persone - per lo più stranieri - che ogni anno visitano queste catacombe spinte sicuramente dalla curiosità, ma anche dalla volontà di riscoprire un monumento unico e di grande impatto emotivo. Ma per favore, non chiamatela galleria degli orrori.