L'antico Fretum Siculum è stato generato per distacco, avvenuto in tempi geologici recenti (5 milioni di anni fa), della Sicilia dalla Calabria a causa degli spostamenti delle placche litosferiche costituenti il fondo del Mediterraneo e le zone emerse adiacenti.
E' una specie di canyon a forma di un imbuto, largo Km.3 circa, a Nord fra Capo Peloro (Sicilia) e Torre Cavallo (Calabria), e Km. 16 circa, a Sud fra Capo d'Alì (Sicilia) e la Punta Pèllaro (Calabria) aprendosi verso lo Ionio. Mantiene la sua forma grazie ai movimenti geodinamici di sollevamento delle aree emerse e di sprofondamento di quelle immerse. Il fondale varia la sua profondità da 1500 metri nell’estrema area sud, al largo di Roccalumera, arrivando a 72 metri all’imboccatura nord, tra Ganzirri e Punta Pezzo. In questo punto è localizzata la “sella” sottomarina, che rende il profilo sottomarino dello Stretto uguale ad un monte asimmetrico i cui opposti versanti sul lato ionico precipitano rapidamente, arrivando a quasi 1500 metri, mentre sul lato tirrenico il fondale si abbassa dolcemente. Una insellatura sommersa tra Aspromonte e Peloritani, caratterizzata da forti correnti ed elevati moti vorticosi.
La navigazione dello Stretto presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari che si originano sia a causa dell'opposto regime delle maree tra Ionio e Tirreno, sia dei movimenti di acqua imponenti che si alternano nelle due direzioni ogni 6 ore circa, in dipendenza delle fasi lunari, ma molte cause ne possono alterare l'andamento, ad esempio le caratteristiche chimico-fisiche (salinità, temperatura e densità) diverse. Anche i venti vi spirano violenti e talora in conflitto tra loro.
La corrente principale, lenta, profonda e prolungata nel tempo, prodotta dal flusso che va da Sud a Nord è detta "rema montante". La corrente contraria da nord a sud, superficiale violenta e turbolenta con velocità che superano i 12 Km/h, è detta "rema scendente".
In generale, la corrente raggiunge il proprio massimo dopo 4 ore e diminuisce fino ad una mezz'ora prima che si stabilisca la corrente opposta. Questo periodo di mezz'ora è chiamato dai locali corrente di bilancio o "ferma", dal nome se ne intuiscono le caratteristiche.
Ogni corrente nel suo movimento ha i propri "bastardi", cioè delle controcorrenti, che si formano ai suoi lati, quindi lungo il litorale, circa 1 ora dopo la sua formazione. Aumentano di forza insieme alle correnti principali e diminuiscono con esse. Possono avere una larghezza fino di 1000 metri e sviluppandosi in località note, possono essere sfruttate dalle imbarcazioni per la navigazione.
Le acque dello Stretto con la montante si abbassano di circa 20 cm.; con la scendente si alzano di altrettanto. A volte i due dislivelli si sommano, toccando un dislivello massimo di 50 cm. Le massime depressioni si hanno in agosto, mentre le massime elevazioni in novembre.
Nel punto in cui le due correnti si incontrano, oppure dove una corrente trova notevoli differenze di fondo, si formano dei fenomeni di turbolenza. Essi possono presentarsi con sviluppo in senso orizzontale (nel caso dei “tagli” e delle “scale di mare”) oppure verticale (nel caso dei “garofali” o "refoli", e “macchie d’olio”).
Per i fenomeni del primo tipo si tratta di vere e
proprie onde, simili a quelle riscontrabili al cambio di marea negli
estuari, che si sviluppano quando, nel caso della montante, le acque
più pesanti del Mar Ionio si precipitano contro le più leggere acque
tirreniche in fase di recessione o quando, nel caso della scendente, le
acque tirreniche scivolano rapidamente su quelle ioniche più pesanti,
già presenti nel bacino. Uno di questi fenomeni è il periodico ribollimento delle acque che viene denominato dai rivieraschi col nome "taglio". Il
fenomeno dura pochi minuti manifestando un ribollimento e un’agitazione
nel settore interessato. Questo settore si presenta cosparso di piccoli
vortici rotanti rapidamente attorno ad un definito centro di risucchio.
In seguito la striscia di mare agitato si sposta e percorre lo stretto
recando ovunque le stesse apparenze superficiali. Per i
fenomeni a sviluppo verticale si tratta di veri e propri gorghi formati
dall'incontro di correnti opposte e favoriti dall'irregolarità del
fondo. I principali gorghi si formano comunque in punti determinati con
corrente montante.
I principali sono: quello chiamato
Cariddi, che si forma con il montante davanti alla spiaggia del Faro e
l'altro dovuto alla stessa corrente, lo Scilla, che si forma sulla
costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo. Notevole è anche il vortice che, con la corrente scendente, si forma davanti al Faro di Messina e coi venti sciroccali, in giorni di luna piena o nuova.
I “garofali” presentano una rotazione ciclonica ed in essi le acque più pesanti affondano sopra quelle più leggere che emergono con moti turbolenti. Nel caso delle “macchie d’olio” il movimento è invece anticiclonico e le acque affiorano al centro del vortice mostrando una superficie calma d’aspetto oleoso.
Tali notevoli velocità e gli enormi volumi d’acqua in gioco, se rapportati ai mezzi di navigazione dei tempi di Omero indicano chiaramente perché lo Stretto venisse considerato abitato da mostri in grado di ingoiare le imbarcazioni o farle naufragare nel volgere di poco tempo, come l’immane Cariddi: il mostro senza volto che risucchiava le navi dagli abissi producendo vortici e gorghi.
I fondali dello Stretto sono popolati dalle bellissime foreste di Laminarie ed ospitano biocenosi con caratteri molto particolari. I ristretti fondali a sud di Messina sono poi ricoperti da chiazze discontinue di Posidonia oceanica.
Il mare dello Stretto è anche ricchissimo di 'plancton' ed anche per questo preferito da branchi di pesci ogni tipo come i tonni, le costardelle, i delfini e specialmente il pesce spada. Gli zoologi di tutto il mondo che fanno capo al locale Istituto di Biologia Marina, sono attratti da questa zona di mare perchè in condizioni metereologiche particolarmente avverse, la montante rigetta sulle spiagge di Gazirri e del Faro, dei pesci abissali con occhi strofizzati e di forme non consuete.
Oggi a quaranta (40) anni dalla morte vorrei ricordare il poeta Salvatore Quasimodo con una sua famosissima composizione ermetica "Ed è subito sera"
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
È il tema della solitudine insita in ogni uomo. Ognuno è solo con se
stesso, anche se vicino agli altri. La solitudine si affievolisce, ma
non scompare quando l’uomo trova l’amore di una donna e l’amore dei
figli. Ma anche nelle migliori condizioni possibili egli è sempre solo:
se si ammala è lui a soffrire e se muore è lui a morire. Gli altri
possono fare molto, possono lenire le sofferenze ma non debellarla e
non possono salvarlo dalla malattia o dalla morte. Ogni uomo è solo con
se stesso mentre si illude di poter capire la vita e si inganna di
afferrare la felicità. Subito arriva la morte che rapina ogni illusione
e ogni felicità.
Biografia
Salvatore
Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) il 20 agosto del 1901 da Gaetano e Clotilde Ragusa. La nonna paterna, Clotilde Papandreu, è figlia di profughi greci originari di Patrasso. Questa origine può avere inciso negli interessi futuri di Salvatore, così come il profondo affetto che lo lega alla Sicilia, influenzata dalla cultura ellenica. Trascorse
gli anni dell'infanzia in piccoli paesi della Sicilia orientale
(Gela, Cumitini, Licata, ecc.), seguendo il padre che era capostazione
delle Ferrovie dello Stato. Subito dopo il catastrofico terremoto
del 1908 andò a vivere a Messina, dove Gaetano Quasimodo era
stato chiamato per riorganizzare la locale stazione. Prima dimora
della famiglia, come per tanti altri superstiti, furono i vagoni
ferroviari.
Un'esperienza
di dolore tragica e precoce che avrebbe lasciato un segno profondo
nell'animo del poeta. Nella città dello Stretto Quasimodo compì
gli studi fino al conseguimento nel 1919 del diploma presso
l'Istituto Tecnico "A. M. Jaci", sezione fisico-matematica.
All'epoca
in cui frequentava lo "Jaci" risale un evento di fondamentale
importanza per la sua formazione umana e artistica: l'inizio
del sodalizio con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, che
sarebbe poi durato tutta la vita. Negli anni messinesi Quasimodo
cominciò a scrivere versi, che pubblicava su riviste simboliste
locali.
Nel
1919, appena diciottenne, Quasimodo lasciò la Sicilia con cui
avrebbe mantenuto un legame edipico, e si stabilì a Roma.
In
questo periodo continuò a scrivere versi che pubblicava su riviste
locali soprattutto di Messina, trovò il modo di studiare in
Vaticano il latino e il greco presso monsignor Rampolla del
Tindaro.
L'assunzione
nel 1926 al Ministero dei Lavori Pubblici, con assegnazione
al Genio Civile di Reggio Calabria, assicurò finalmente a Quasimodo
la sopravvivenza quotidiana.
Ma
l'attività di geometra, per lui faticosa e del tutto estranea
ai suoi interessi letterari, sembrò allontanarlo sempre più
dalla poesia e, forse per la prima volta, Quasimodo dovette
considerare naufragate per sempre le proprie ambizioni poetiche.
Tuttavia,
il riavvicinamento alla Sicilia, i contatti ripresi con gli
amici messinesi della prima giovinezza, soprattutto il "ritrovamento"
con Salvatore Pugliatti, insigne giurista e fine intenditore
di poesia, valsero a riaccendere la volontà languente, a far
sì che Quasimodo riprendesse i versi del decennio romano, per
limarli e aggiungerne di nuovi.
Nasceva
così in ambito messinese il primo nucleo di Acque e terre.
Nel 1929 Quasimodo si recò a Firenze, dove il cognato Elio Vittorini
lo introdusse nell'ambiente di "Solaria", facendogli conoscere
i suoi amici letterati, da Alessandro Bonsanti, ad Arturo Loira,
a Gianna Manzini, a Eugenio Montale, che intuirono subito le
doti del giovane siciliano. E proprio per le edizioni di "Solaria"
(che aveva pubblicato alcune liriche di Quasimodo) uscì nel
1930 Acque e terre, il primo libro della storia poetica
di Quasimodo, accolto con entusiasmo dai critici dell'epoca,
che salutarono la nascita di un nuovo poeta.
Nel
1932 vinse il premio dell'Antico Fattore, patrocinato dalla
rivista e nello stesso anno, per le edizioni di "circoli", uscì
Oboe sommerso.
Nel
1934 Quasimodo si trasferì a Milano, che segnò una svolta particolarmente
significativa nella sua vita e non solo artistica. Accolto nel
gruppo di "corrente" si ritrovò al centro di una sorta di società
letteraria, di cui facevano parte poeti, musicisti, pittori,
scultori.
Nel
1936 Quasimodo pubblicò con G. Scheiwiller Erato e Apòllion
(prefazione di Sergio Solmi) ancora un libro fortunato con cui
si concluse la fase ermetica della sua poesia. Nel 1938 lasciò
il lavoro al Genio Civile e iniziò l'attività editoriale come
segretario di Cesare Zavattini, che più tardi lo farà entrare
nella redazione del settimanale il "Tempo". Nel 1938, per le
"edizioni primi piani" uscì la prima importante raccolta antologica
Poesie, con un saggio introduttivo di Oreste Macrì, che
rimase tra i contributi fondamentali della critica quasimodiana.
Il poeta intanto collaborava alla principale rivista dell'ermetismo,
la fiorentina "letteratura". Nel 1939-40 Quasimodo mise a punto
la traduzione dei Lirici greci, che uscì nel 1942 nelle edizioni
di "corrente" e che, per il suo valore di originale opera creativa,
sarà poi ripubblicata e riveduta più volte.
Sempre
nel 1942 presso Mondadori uscì Ed è subito sera.
Nel 1941 gli venne concessa, per
chiara fama, la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio
di musica "G. Verdi" di Milano. Insegnamento che terrà
fino all'anno della sua morte.
Durante
la guerra, nonostante mille difficoltà, Quasimodo continuò a
lavorare alacremente: mentre continuava a scrivere versi, tradusse
parecchi Carmina di Catullo, parti dell'Odissea, Il fiore delle
Georgiche, il Vangelo secondo Giovanni, Epido re di Sofocle
(tutti lavori che vedranno la luce dopo la liberazione). Un'attività
questa di traduttore, che Quasimodo portò avanti negli anni
successivi, parallelamente alla propria produzione e con risultati
eccezionali, grazie alla raffinata esperienza di scrittore.
Numerosissime le sue traduzioni: da Ruskin, Eschilo, Shakespeare,
Molière, Dall'Antologia Palatina, Dalle Metamorfi di Ovidio;
e ancora da Cummings, Neruda, Aiken, Euripide, Eluard (quest'ultima
uscita postuma).
Nel
1947, edita da Mondadori, uscì la sua prima raccolta del dopoguerra,
Giorno dopo giorno, libro che segnò una svolta nella
poesia di Quasimodo, al punto che si parlò e si continua a parlare
di un primo e un secondo Quasimodo. Di fatto l'esperienza tragica
e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento
che l'imperativo categorico era quello di "rifare luomo" e che
ai poeti spettava un ruolo importante in questa ricostruzione,
fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia
troppo soggettiva, rinunciasse al trobar clus della sua
prima maniera e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale,
soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore,
al suo stile. Quest'ultimo aspetto spiega da un lato perchè
la poesia resistenziale di Quasimodo supera quasi sempre lo
scoglio della retorica e si pone su un piano più alto rispetto
all'omologa poesia europea di quegli anni; dall'altro, che non
c'è vera rottura: solo che, rimanendo coerente con le proprie
ragioni poetiche, il poeta, sensibile al tempo storico che viveva,
accoglieva temi sociali ed etici e di conseguenza variava il
proprio stile.
Dal
1948 Quasimodo tenne la rubrica teatrale sul settimanale "omnibus"
(nel 1950, sempre come titolare della stessa rubrica, passò
al settimanale il "tempo").
Nel
1949 uscì presso la Mondadori La vita non è un sogno,
ancora ispirato, anche se un pò stancamente, al clima resistenziale.
Nel
1950 Quasimodo ricevette il premio San Babila e nel 1953 l'Etna-Taormina
insieme a Dylan Thomas.
Nel
1954 uscì per la casa editrice Schwarz Il falso e vero verde;
un libro di crisi, con cui inizia una terza fase della poesia
di Quasimodo, che rispecchia un mutato clima politico. Dalle
tematiche prebelliche e postbelliche si passa a poco a poco
a quelle del consumismo, della tecnologia, del neocapitalismo,
tipiche di quella "civiltà dell'atomo" che il poeta denuncia
mentre si ripiega su se stesso e muta ancora una volta la sua
strumentazione poetica. Il linguaggio ridiventa complesso, più
scabro; Quasimodo media lessemi anche dalla cronaca, il ritmo
si fa più secco, suscitando perplessità in quanti vorrebbero
il poeta sempre uguale a se stesso. Seguì nel 1958 La terra
impareggiabile (Mondadori, Milano), premio Viareggio. Ancora
nel 1958 Quasimodo mise a punto l'antologia della Poesia italiana
del dopoguerra; nello stesso anno compì un viaggio in URSS,
nel corso del quale venne colpito da infarto, cui seguì una
lunga degenza all'ospedale Botkin di Mosca.
Il
10 dicembre 1959, a Stoccolma, Salvatore Quasimodo ricevette
il premio Nobel per la letteratura e lesse il discorso
Il poeta e il politico, venne pubblicato l'anno dopo
nell'omonimo volume (Schwarz, Milano 1960) che raccoglie i principali
scritti critici di Quasimodo. Al Nobel seguirono moltissimi
scritti e articoli sulla sua opera, con un ulteriore incremento
delle traduzioni.
Nel
1960, dall'Università di Messina gli venne conferita la laurea
honoris causa; inoltre fu insignito della cittadinanza di Messina.
Sempre
nel 1960 sul settimanale "Le Ore" gli venne affidata
una rubrica di "colloqui coi lettori", che tenne fino al 1964,
quando passò al "tempo" con una rubrica simile.
Nel
1966 Quasimodo pubblicò il suo ultimo libro, Dare e avere;
un titolo emblematico per una raccolta che è un bilancio di
vita, quasi un testamento spirituale (il poeta infatti sarebbe
morto appena due anni dopo).
Nel
1967 l'Università di Oxford gli conferì la laurea honoris causa.
Colpito da ictus il 14 giugno 1968 ad Amalfi, dove si trovava
per presiedere un premio di poesia, morì sull'auto che lo trasportava
a Napoli.
Il
Poeta Premio Nobel per la Letteratura è tradotto in quaranta
lingue (compreso il Coreano), ed è studiato e conosciuto in
tutti i Paesi del mondo.
Chi ha detto che gli spaghetti li ha portati Marco Polo di ritorno dal suo viaggio in Cina nel 1295? Tutta una leggenda...
In effetti, la pasta in generale, esisteva da molto tempo nel bacino Mediterraneo.
Infatti i cereali furono scelti, per essere la base dell'alimentazione, macinati ed impastati e da tutti vennero cotti in acqua salata. Si svilupparono coltivazioni di frumento e orzo, grano saraceno nell'Africa settentrionale, nel Nord europeo avena, mais nell'America centrale e segale nei paesi anglosassoni.
La prima indicazione storica dell'esistenza di qualcosa di simile alla pasta risale alla civiltà greca: la parola laganon era usata nel mondo greco per indicare una sfoglia larga e piatta di pasta tagliata a strisce. Aristofane, il commediografo greco della fine di V secolo a.C., in un passo di carattere gastronomico di una sua commedia, accenna ad una pasta di frumento che ricorda gli attuali ravioli. Gli Etruschi conoscevano qualcosa di simile alla nostra pasta. Pare che preparassero e cucinassero lasagne di farro, un cereale simile al frumento, ma ben piu' resistente alle intemperie e alle malattie. In alcune tombe dell’IV secolo a.C., a Cerveteri, sono state ritrovate delle pitture, che raffigurano alcuni strumenti per la preparazione della pasta, come il mattarello, la spianatoia e la rotella per i tortellini...
Evidentemente questo non vuol dire che la Domenica gli etruschi mangiavano i tortellini con la panna, ma certamente i Romani mescolavano l’acqua alla farina per fare una pasta che assomigliava molto alle nostre lasagne e che si chiamava “lagana” e che cucinavano in forma di timballo.
Che cosa siano queste lagane ce lo spiega il Forcellini (1688 - 1768) nel suo Lexicon totius latinitatis: membranulas ex farina et aqua, quae iure pingui coctae, caseo, pipere, croco et cinnamomo conditur. Illud certum est cibum esse teneriorem et qui nullo labore mandi potest, ovvero sottili strisce di farina e acqua, che cotte in brodo grasso, si condiscono con cacio, pepe, zafferano e cannella.
Il piu' antico libro di ricette romane, scritto da Apicio, " De re coquinaria libri ", raccomandava di utilizzare " le duttili lagane per racchiudervi timballi e pasticci ". 35 a.C. Orazio Flacco (65 a. C. - 8 a.C.) descrive la propria frugale cena: [...] inde domum me ad porri et ciceris refero laganique catinum, quindi me ne ritorno a casa (la sera) per mangiare una scodella di porri, ceci e lagane.
Intorno all'anno 1000 d.C. abbiamo la prima ricetta documentata di pasta, nel libro "De arte Coquinaria per vermicelli e maccaroni siciliani ", scritto da Martino Corno, cuoco del potente Patriarca di Aquileia.
Nel 1154 il geografo arabo Al-Idrisi, che era al servizio di Ruggero II, narra nel suo scritto « Nuzhat al-mustâq fî ihtirâq al-âfâq» cioè "il libro di chi si diletta a girare il mondo", che in un villaggio vicino Palermo, chiamato Trabia, pieno di mulini, si fabbrica della pasta a forma di fili “itrija” che gli abitanti fanno seccare al sole ed esportano con le navi in tutto il Mediterraneo.
La citazione si trova nella «Charta Rogeriana ». Il manoscritto si trova presso la Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Division orientale.
La citazione sugli itrija viene riportata in italiano, nel testo della conferenza "L'opera cartografica di al-Idrisi: geografo arabo-siculo del XII secolo" di Tindaro Gatani (Librizzi, Mestre, 2006):
A ponente di Termini è un abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah ["la quadrata", Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere] parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si fabbrica tanta [copia di] paste [arabo "itriya" / pasta a forma di fili (Tria in arabo), / vermicelli", Rizzitano] da esportarne in tutte le parti, [specialmente] in Calabria e in altri paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne spediscono moltissimi carichi di navi...
Sembra che la parola « tria », designa la pasta fatta in casa in certe zone della Sicilia e della Puglia anche oggi. (se qualcuno volesse confermare, ne sarei grato!!)
Manca ancora quasi un secolo alla nascita di Marco Polo e gia' come si è detto si usava la pasta alimentare a forma di spaghetto!!
Prima di dare la notizia, che trovate alla fine... parliamo un pò della famosa isola...quella "de Fimmini"
Nel
tratto di mare compreso tra Punta Raisi e Capo Gallo, si specchia
l'omonima Isola delle Femmine localmente nota anche come Isola di
Fuori. Dista dalla costa poco più di 800 metri e si estende per una
superficie di oltre 14 kmq.
Presenta una forma molto allungata (575 m.
circa) ed ha una larghezza di appena 325 metri mentre verso nord è
sovrastata da una zona collinare sulla cui sommità, a quota 35 metri
circa sul livello del mare, si ergono i ruderi di una torre a base
quadrata risalente al XVI secolo su progetto dell’architetto toscano
Camillo Camilliani.
Tale costruzione, inserita come fortezza nel sistema difensivo più avanzato delle torri costiere contro il dilagare delle incursioni da parte di pirati, in corrispondenza ed al di sopra della ripida scogliera del versante nord, presenta un muro quasi intatto visibile dal mare e dalla terraferma a grandi distanze. Si direbbe però che l'isola, spoglia di vegetazione arborea, e la torre, con le sue possenti mura (circa 2 metri di spessore) ormai in gran parte diroccate, siano l'una il complemento dell'altra e che entrambe vivano in simbiosi, immutate e immutabili, dalla notte dei tempi.
Fin
dall'antichità la torre ha esercitato un fascino intenso e particolare
sulla fantasia popolare tanto che attorno alle sue origini sono fiorite
numerose leggende.
Quella più nota considera la torre come prigione
isolata per sole donne. Si racconta infatti di una piccola comunità di
donne turche che sarebbero vissute in esilio nella torre da esse stesse
costruita.
Un'altra versione vuole che nell'isola si rifugiassero donne
dei paesi vicini quando volevano sfuggire a mariti troppo autoritari o
violenti.
Ma la più suggestiva è certamente la storia di Lucia una
bellissima ragazza del paese che, innamorata di un giovane del luogo,
non volle cedere alle offerte di un signore prepotente il quale,
vistosi respinto, per rabbia la fece rapire e segregare in quella
torre. Lucia piuttosto che arrendersi preferì lasciarsi morire. Si dice
che ancora oggi durante le giornate di tempesta è possibile udire il
suo disperato lamento echeggiare tra le mura diroccate della sua
prigione pervaso di struggente malinconia.
Una testimonianza di Plinio il Giovane (62 d. C.), in una lettera
indirizzata a Traiano, descrive l'isola come residenza di fanciulle
bellissime che per la durata di una luna concedevano le loro grazie al
giovane guerriero che si fosse distinto in battaglia per il suo eroismo
tanto da essere insignito della “Fronda di Palma” (la medaglia d'oro al
valore militare dei nostri giorni). Sembra, però, che in seguito
l'isola divenisse facile preda di pirati saraceni che con periodiche e
improvvise incursioni la spogliarono dei suoi beni e ne rapirono anche
le fanciulle che con la forza trasferirono in altro luogo del Mar Egeo. Con il trascorrere del tempo l'isola, ormai deserta, venne ben presto
dimenticata. Così delle Femmine rimase solo il ricordo ed il nome. Altra presunta origine è da ricercarsi nel nome latino "Fimis",
traduzione dell'arabo "Fimi" che significa bocca o imboccatura e che
avrebbe indicato il canale che separa l'isola dalla costa. Ma è più
accreditata l'ipotesi che la voce araba venisse intesa volgarmente
"Fimini" da cui, per una certa affinità ed assonanza, prevalse a poco a
poco la dizione di "Fimmini" per assumere più tardi la definitiva forma
italiana di "Femmine"; nome che dal nascente borgo marinaro venne
esteso anche all'isola con la distinzione "di Fuori".
Ed ecco la notizia...l'isola è stata sequestrata trovate l'articolo quì