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Involtini di SpatolaU pisci Spatula Vincè
Pistacchi di BronteI pistacchi di Bronte ed il mio pesto
Vincè
Gelo di melone rossoLa mia assenza durerà ancora un pò. Il periodio Estivo è qui in Sicilia sacro per godersi lo splendido mare ed il sole. Ma ci sono ancora tantissime cose da dire sulla nostra Sicilia. ![]() Qui una mia foto fatta ieri ... con una casa famosa alle spalle. Indovinerete dove sono? ![]() E cosà c'è di meglio del melone rosso (Anguria) fresco e dissetante, all'ombra di una pianta. Rilassato su una sedia a sdraio, magari guardando le acque cristalline e blu cobalto del nostro mare. Questa sera i miei sogni mi hanno portato al " gelu di miluni russu ", molto delicato e profumato al gelsomino. ![]() Ingredienti
Preparate l'infuso di gelsomino facendo bollire due bicchieri d'acqua e mettendo in infusione i fiori per circa un'ora. Filtrate e unite l'infuso al succo di anguria. Mettete l'amido setacciato e lo zucchero un un tegame a fondo pesante, stemperate con il succo di anguria mescolando bene con la frusta per non formare grumi. Lasciate sul fuoco medio, mescolando di continuo, fino a bollore. Lasciate sobbollire qualche minuto perche si addensi e spegnete. Versate negli stampini, lasciate raffreddare e poneteli in frigo per almeno 4 ore. Al momento di servire il dolce, rovesciatelo sul piatto e decorate con gocce di cioccolato fondente e pistacchi tritati. Vincè
Involtini di pesce spadaInvoltini di pesce spada alla Messinese INGREDIENTI:
Vincè
Gli spaghetti di TrabiaGli spaghetti sono di origine SICILIANA!!
Chi ha detto che gli spaghetti li ha portati Marco Polo di ritorno dal suo viaggio in Cina nel 1295?
Tutta una leggenda...
In effetti, la pasta in generale, esisteva da molto tempo nel bacino Mediterraneo. Infatti i cereali furono scelti, per essere la base dell'alimentazione, macinati ed impastati e da tutti vennero cotti in acqua salata. ![]() La prima indicazione storica dell'esistenza di qualcosa di simile alla pasta risale alla civiltà greca: la parola laganon era usata nel mondo greco per indicare una sfoglia larga e piatta di pasta tagliata a strisce. Evidentemente questo non vuol dire che la Domenica gli etruschi mangiavano i tortellini con la panna, ma certamente i Romani mescolavano l’acqua alla farina per fare una pasta che assomigliava molto alle nostre lasagne e che si chiamava “lagana” e che cucinavano in forma di timballo.
Alcune Foto sono di Carmelo Rifici http://www.librizziacolori.eu Vincè
Cannolo SicilianoCannoli Siciliani I cannoli siciliani, sono ormai i dolci più famosi della Sicilia. Conosciuti sia sul territorio nazionale che anche all'estero. Costituiti da un'involucro "la scorza" ed un ripieno di crema di ricotta (quelli originali) Tutti gli altri, con ripieni diversi, son cannoli....ma non siciliani!!! ![]() La Tradizione Siciliana, vuole che i cannoli venghino regalati alle famiglie amiche, e il loro numero non deve essere meno di dodici. INGREDIENTI:
PROCEDIMENTO: Preparazione della pasta Mescolate la farina con il tuorlo d'uovo, lo zucchero, il burro sciolto, un pizzico di sale e del vino oppure del marsala secco, necessario per un impasto morbido e liscio. Coprite l'impasto con un canovaccio e lasciatelo riposare per due ore in un contenitore. Preparazione della crema di ricotta Passate la ricotta al setaccio, e con un cucchiaio di legno lavoratela unendo lo zucchero a velo fino a renderla cremosa, aggiungete poi la frutta candita tagliata a piccoli pezzi, il pistacchio tritato grosso, il cioccolato fondente fatto a pezzetti e rimescolate tutto, e mettete il tutto in frigorifero fino al momento dell'uso. Riprendete la pasta, stendetela sottile con un matterello per uno spessore di 3 mm, infine tagliatela in quadrati di 10 / 12 cm. Spennellate questi quadrati con albume d'uovo sbattuto ed avvolgeteli per diagonale su pezzi di canna tagliati a misura ed accuratamente sterilizzati (oppure su equivalenti stampi metallici). In una padella mettete dell’olio con l’aggiunta di qualche pezzetto di strutto e friggeteli ben larghi. Appena dorati e croccanti metteteli a scolare, lasciateli raffreddare, levateli dai tubicini e riempiteli con la ricotta. Spolverateli con lo zucchero a velo vanigliato e cannella, serviteli freschi. Vincè
La caponata di mele...Ma quanti dolci avete divorato oggi?...Io mezza cassata siciliana di grandi dimensioni
E ancora c'è la festività di Pasquetta, con i suoi arrosti misti tra carne di castrato e spiedini di cinghiale.
Che ne dite se domani invece "sgrassiamo" un pò con pesce e frutta?
Vi propongo gli spiedini di calamari (ad anelli) intervallati da bastoncini di zucchine genovesi, passati dal pangrattato,arrostiti e irrorati da pochissimo olio d'oliva e qualche goccia di limone...molto buoni e leggeri.
Altro piatto buonissimo, molto appetitoso, da consumare come un forte antipasto (forte perchè lo accompagnerete sicuramente con tanto pane) o come un ottimo contorno...la caponata di mele. La mela non è frutto prettamente siciliano, ma la ricetta lo è.
Provatela... è davvero squisita.
Desidero dedicare questa ricetta a Patty (pantalina) e a Vincè come da mia promessa.
Usate le mele bianche, dopo averle lavate, tagliatele senza togliere la buccia alcune a pezzi non troppo piccoli ( nella cottura si frullerebbero) e altre a spicchi non troppo spessi, mettetele in una pirofila con acqua e qualche goccia di limone. Le mele a fettine verranno cucinate a parte ma allo stesso modo. Il procedimento è perfettamente uguale a quello della classica caponata di melenzane, gli ingredienti anche, tranne olive e capperi, al posto dei quali va una bella manciata di pinoli.Quando la caponata si sarà raffreddata ,prima di servire, fate colare graziosamente sul piatto un pò di cacao amaro sciolto,che si sposerà perfettamente con l'agrodolce, poggiate su di esso le fettine di mele che avete cucinato a parte in forma circolare, dentro di esse poggiate la caponata (quella a pezzetti), e ancora sopra pochissimo cacao. Guarnite con ciuffo di prezzemolo e spicchio di arancia sanguinella. Un suggerimento: la quantità di cipolle nella caponata (sia di mele che di melenzane) deve essere notevole. Che augurarvi adesso?... buona Pasquetta, un salutone a tutti e... buon appetito!
Stella
Pasta con le sardePasta cu li sardi
Questo piatto, diffuso come uno dei piatti più celebri della cucina siciliana, vanta di essere un “piatto povero”.
Questo per il suo costo basso degli ingredienti e in special modo delle sarde pescate lungo le acque azzurre delle nostre coste.
Questo piatto nel corso degli anni ha subito varianti; chi lo presenta gratinato al forno, chi mette il concentrato di pomodoro anziché lo zafferano...ma quello vero è quello descritto.
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800 calorie a porzione
Carciofi Arrostiti sulla braceCacocciuli Arrustuti
Vincè
Le panelle sicilianeRicetta per la preparazione delle panelle Amalgamare 500gr di farina di ceci in 1,5 Lt di acqua salata. Mettere a fuoco medio per circa 40 minuti, mescolando continuamente. Qualcuno a questo punto aggiunge del prezzemolo tritato. A cottura ultimata mettere la pasta così ottenuta in una forma, in maniera da farla raffreddare ed indurire per poi poterla tagliare a fettine. Si può anche stendere la pasta su un piano di marmo inumidito, per poi tagliarla con la forma che si vuole. Per avere delle panelle di forma rotonda io metto la pasta calda in un contenitore cilindrico (io uso le latte di olio di semi dove ho tolto le due estremità) Ho utilizzato anche delle forme come le vaschette del gelato, ottenendo delle panelle rettangolari. Le fettine così ottenute dello spessore di circa 5 millimetri, vanno fritte in olio di semi ben caldo.
Le panelle fritte possono essere salate e pepate a propio gusto e vanno mangiate preferibilmente appena fatte.
Vincè
Pasta alla NormaDi chiara origine catanese è questa pasta alla "Norma" così chiamata probabilmente per assimilarla alla massima espressione del lirismo belliniano.
Si dice che sia stato Nino Martoglio, il noto commediografo catanese, davanti ad un piatto di pasta così condito, ad esclamare: "È una Norma!" per indicarne la suprema bontà, paragonandola all'opera di Vincenzo Bellini.
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Vincè
BUCCE DI ARANCIA CANDITEBUCCIA DI ARANCE CANDITE E CIOCCOLATA
In alcuni nostri dolci tipici non manca mai la buccia di arancia o di mandarino direi che e d’obbligo. Il cannolo non è cannolo senza la sua brava scorretta di arancia. E la cassata? riuscite ad immaginarne una senza il suo bravo mandarino candito al centro? E che dire dei buccellati e delle “petrafennula”* Proprio in questa ultima la maggior parte del composto e fatto di scorze di arancia. Di arance, noi siciliani ne consumiamo tante dall’inizio dell’inverno all’inizio dell’estate e mentre noi buttiamo la buccia, i nostri “pasticcieri” ne fanno grandi scorte nei loro congelatori. Eppure preparare una deliziosa scorza d’arancia candita, magari ricoperta per metà di buona cioccolata fondente, è una cosa semplice e alla portata anche di coloro che non hanno molta confidenza con i fornelli. Se offerti agli ospiti il successo è assicurato. Le arance migliori sono il Washington navel, conosciuto come brasiliano per la presenza di un “ombellico” (navel), la cui buccia si presenta spessa e ricca di essenza.
*petrafennula – Pietrafendola dolce durissimo ottenuto mediante cottura di bucce di arance, mosto, frutta secca, confetti.
Ingredienti :
- scorze di arancia taglia a strisce di un centimetro - zucchero - cioccolato fondente Le scorze di arancia si posso accumulare in breve conservandole in congelatore.
Preparazione:
Sbucciare le arance tagliandole a strisce della larghezza di un centimetro. Asportare un sottile strato di albedo per rendere liscia la scorza e togliere la e asportate la parete più spugnosa; metterle in abbondante acqua per ventiquattro ore sostituendolo due tre volte. In questo modo le scorze si libera del sapore amarognolo dell’albedo.
Mettere in una casseruola le bucce e una quantità di zucchero di pari peso, aggiungere acqua pari al il 10% dello zucchero. Fare cuocere prima fuoco moderato fino a quando lo zucchero comincia a sciogliersi, continuare la cottura a fiamma bassa e mescolando fino a quando tutto lo zucchero sarà assorbito dalle scorze. Lasciatele asciugare posandole su un foglio di carta da forno. Nel frattempo fate sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente. Mescolate con un cucchiaino per assicurarsi che si sciolga tutto. Qualche colpetto sulla parete interna del contenitore farà in modo che l’eccesso di cioccolato si tolga. Fatele consolidare sulla carta forno poggiandole dalla parte dell’albedo. Facile , di poco costo, e vi assicuro che i vostri amici per averli faranno… a vucciria!!!
terramia
ALICI MARINATEI miei ricordi di bambino risalgono agli anni '50, decennio in cui si colloca la mia nascita. Provenivamo dagli stenti del dopoguerra e coniugare il pranzo con la cena era lo scopo principale in tutte le famiglie e non sempre si riusciva nell'intento. Mio padre era mugnaio, un mestiere caduto in tale disuso che credo pochissimi oggi sappiano di cosa si tratti. Lavorava nei mulini, selezionava le farine e, almeno quelle, non ci mancavano. Ma era una vita dura, un vagare fra i vari opifici della provincia alla ricerca di lavoro in un'epoca in cui le macchine cominciavano a soppiantare il lavoro dell'uomo.
La cucina era povera, ma mia madre ogni giorno si arrangiava per preparare cose diverse, piatti di cui forse si è persa la memoria, tutte a base di verdure di ogni tipo e di pesce: carne se ne vedeva poca, giusto qualche domenica, rigorosamente con il sugo per poter condire anche la pasta. Ai tempi da noi il pesce non era un problema, il pescato era copioso e a buon mercato. Oggi è già diverso. Si mangiava sopratutto pesce azzurro: alici, sarde, ope, sgombri, sauri (sgombri bastardi), mai dentici o naselli, solo pesce stagionale. Fra questo, qui a Catania, spiccano le alici (i masculini) che il catanese doc ama al di la di ogni altra specie. Molti i modi di cucinarle, fritte, arrostite, crude, in insalata, con la pasta e i piselli. Oggi vorrei darvi una ricetta semplice di cui ogni catanese è ghiotto: le alici marinate. Spero possa essere di vostro gradimento anche se avverto che la qualità delle alici di Catania è diversa per il sapore intenso e delicato a un tempo, cosa che non ho mai riscontrato in altre parti dell'isola.
Dosi per 4 persone 600 gr di alici
6 limoni
1 spicchio d'aglio
olio d'oliva, sale, pepe, prezzemolo tritato,
peperoncino
Diliscare e lavare le alici in acqua corrente.
Scolarle, sistemarle in un recipiente insieme con il succo di 3 limoni e farle marinare per mezzora.
Scolarle ancora bene eliminando il liquido scuro che si sarà formato, riporle a raggiera nel piatto di portata, condirle con l'olio, l'aglio e il prezzemolo tritati, il sale, il pepe, il peperoncino e coprirle con il succo di altri 3 limoni.
Servire subito.
E' una ricetta semplice ma gustosa. Non mi resta che auguravi buon appetito.
Giovanni
ARCHESTRATO: TUTTI A TAVOLA!Qualche post fa, avevo parlato della lingua siciliana presso la corte palermitana di Federico II. Citavo allora i nostri poeti, da Ciullo d'Alcamo a Guido delle Colonne... Ora, visto che il nostro blog è anche ricco di ricette di cucina, vorrei unire la poesia alla gastronomia, fornendo a tutti i nostri amici una curiosità, direi una rarità letteraria tutta siciliana, segnatamente gelese. Nel IV secolo a.C., il poeta gelese Archestrato (misconosciuto anche dai gelesi), nonchè cultore della buona tavola, scrisse l'opera "Hadypatheia", cioè "Gastronomia" o "Sul dolce Gusto". L'opera ci giunge frammentata, ma notevole. Non è un semplice ricettario in versi (già di per sè una novità per l'epoca), ma una sorta di "istruzioni per l'uso", in cui il poeta, gran viaggiatore, indica agli amici in che luogo comprare tal pesce, in quale stagione, secondo quale benevolenza divina, come infornare tale pietanza o tal altra e persino il numero corretto di commensali (..."Di vivande squisite unica mensa Scelgo per voi anche quest'altro frammento, dove si elogia la prelibatezza dell'anguilla dello Stretto di Messina. Lodo ogni anguilla, ma la più squisita
Angelo
Il torrone siciliano
Vincè
Li favuzzi siciliani
Che buone!!!...Svariati sono i modi per poter preparare un buon piatto di fave...possiamo davvero sbizzarrirci...uno dei tanti semplicissimi e che è un ottimo contorno..."li favi ammuddicati cu l'agghiuzza", le fave (solo però le primissime della produzione, molto piccole e tenere) appena appena sbollentate, ancora caldissime poste in una ciotola di creta insieme ad aglio tritato finemente, pangrattato, olio, poco sale, foglioline di mentuccia, fatte riposare e raffreddare con coperchio...ummmm appena scoperchiate sentite che profumo...ho finito poc'anzi di pranzare, ma co sta ricetta mi vien di nuovo fame. Una ricetta sicilianissima è "La pasta cu lu maccu"...si soffrigge la cipolla leggermente, si aggiungono un pò di finocchietti selvatici tagliuzzati, acqua. sale, pepe e li si versano le fave secche sgusciate (per intenderci quelle gialle). Si fa cuocere a fuoco lento finchè il tutto non si riduce quasi a mò di purè. A parte lessare gli spaghettini fino a metà cottura, scolarli e versali nel pure di fave, ultimare la cottura sempre mescolando per non fare attaccare alla pentola. In ultimo aggiungere una manciata di pangrattato. Servire nei piatti versando sopra un filo d'olio crudo. Il "maccu" è buonissimo anche da solo, senza la pasta...in questo caso si può consumare sia caldo che freddo. Questo piatto è la tipica prima portata per la festa di san Giuseppe, al quale vengono innalzati nelle strade vari altarini,a Sant'Angelo Muxaro, un comune piccolissimo, sito di fronte san Biagio, nella provincia dove il mese di febbraio la campagna si trasforma in roseo giardino con i mandorli in fiore. Ma sempre qui in Sicilia molto conosciute sono anche le "fave a cunigghiu spizzicati"...è un piatto da "passatempo gastronomico" e a Palermo si trova spesso nelle taverne per accompagnare un buon bicchiere di vino. Sono le fave secche intere, mancanti solo del cappello (l'unghia nera), messe in acqua la sera precedente, poi bollite assieme a qualche spicchio d'aglio intero, successivamente scolate e condite con olio d'oliva extravergine e un pizzico di origano. Vanno mangiate con le mani, schiacciando tra indice e pollice la fava affinchè esca l'interno e rimane in mano la buccia. E' un piatto salutare :"purificanu, santificanu...tiranu la scorica e sananu"...questo il detto siciliano che indica le proprietà benefiche per la funzionalità gastrica. Ma chi non ha mai mangiato le "favuzza tenniri tenniri" crude con i tocchetti di parmigiano? ...e tra una fava e l'altra vi lascio dandovi appuntamento al prossimo post.
Stella
IL MANDARINETTO
IL MANDARINETTO
Fra non molto troveremo, nei nostri mercati, uno dei frutti più belli che la nostra terra possa produrre: il mandarino tardivo di Ciaculli, detti anche marzuddu o marzuolu perché è l’ultima produzione di questo frutto che matura proprio a marzo. Ciaculli è una zona che si trova all’altezza dell’autostrada Palermo-Messina a ridosso delle montagne che fanno da cinta alla città. In questa zona, nei decenni addietro, sono stati sottratti alla montagna, molti terreni e terrazzati vennero impiantati a mandarino. Un vero spettacolo vedere come questi impianti si ergono sulle pendici del monte. La produzine avviene tardiva proprio perché i terreni sono esposti a nord e quindi con condizioni climatiche ancora fredde quando in altre zone incalza la primavera. Mi sembra il momento opportuno per proporre una ricetta semplice per fare in casa un liquore apprezzato in tutto il mondo: il mandarinetto. Il liquore che troviamo negli scaffali dei negozi è prodotto con l’essenza proveniente dalle industrie agrumarie e ottenuta con delle macchine che, con dei rulli “grattano” la buccia del frutto. Così facendo, oltre alla parte superficiale del frutto, dove ci sono le sacche di essenza, viene asportata anche una parte di “albedo” ovvero quella parte bianca che sta nella parte interna della buccia. L’albedo conferisce al liquore un retrogusto amarognolo. All’essenza, in oltre, per una migliore conservazione viene aggiunta dei composti contenente zolfo. Così il sapore del prezioso liquore risulta, agli intenditori, sgradevole e vi assicuro non ha nulla a che vedere con quello fatto in casa. Se poi consideriamo che una bottiglia di mandarinetto di 750 Cl. Costa intorno a 15 euro (oltre 20 a litro) vale la pena provare la ricetta che vi suggerisco il cui costo è di otto euro al litro o qualche centesimo in più. Le proporziono che vi propongo consentono di ottenere tre litri di mandarinetto con una percentuale di alcool del 33° . Aggiungo che alcuni preferiscono adoperare frutti ancora verdi io preferisco frutto semimaturi che conferiscono, al liquore, lo stesso colore del frutto. Aggiungo che la ricetta classica prevede una quantità di zucchero di 900 grammi a mio avviso viene troppo dolce e dopo varie prove ho ridotto la quantità.
Ingredienti:
10 mandarini freschi semi maturi Un litro di alcool per liquori 500 gr. Di zucchero Una bottiglia di acqua minerale da 1,5litri
Esecuzione:
Pelare i mandarini in strisce sottile in modo da non asportare la parte bianca, e metterlo in un barattolo con l’alcool. Riporre il barattolo in luogo buio per 10 giorni. Preparare uno sciroppo con un litro d’acqua tiepida e lo zucchero. Aggiungere l’alcool filtrato dalle bucce, e aggiungere altra acqua fino ad ottenere tre litri di liquore. Lasciare maturare il liquore per quindici giorni in luogo buio. Facile no!! E che gusto!! Suggerisco di berlo molto freddo tenendo il liquore dentro il congelatore. In questo modo si può pure preparare il limoncello e l’arancello. Per abbellire le bottiglie si può preparare una etichetta personalizzata come la mia.
Non scordate di brindare al nostro blog!!!
Terramia
Acqua e zammù
"Acqua e zammù, prima iò e dopu tu"
( Acqua e anice, prima io e dopo tu )
Questo il detto davanti "turno estivo" che avveniva tra le vie siciliane davanti agli antichi chioschi. Ancora oggi, nelle file a volte si sente qualcuno legato alla vecchia Sicilia recitare questo modo di dire a chi, facendo il furbo, cerca di superare il turno.
Dentro il chiosco, gazebo in muratura e ferro battuto con pianta cruciforme, c'era "l'acquavitaru" (l'acquaiolo), gestore del chiosco che con una "buzza" (recipiente di creta) di acqua, dove l'acqua si manteneva fresca, una "buzzicedda" (bottiglietta) di "zammù" (anice) e i "gotti" (bicchieri) preparava una bevanda alcolica, bianca come una nuvoletta, molto dissetante.
I precedessori dell' "acquavitaru" non avevano invece dimora fissa , ma giravano per le vie delle città, portando dietro le varie stoviglie, spesso con panchette addobbate per l'occasione con nastri e pendagli siciliani e "abbanniannu" (bandendo la mercanzia) "ACQUA CU LU ZAMMU', CHI L'AIU FRIDDA !" (acqua con anice, quanto ce l'ho fredda!).
Nelle strade della vecchia Palermo tantissimi chioschi si incontravano, nati anche per la posizione geografica della città; infatti a Palermo circondata da una cerchia di monti, la vaporizzazione del mare ristagna all'interno della conca pianeggiante, provocando l'aumento dell'umidità con la conseguente afa.
Accanto all'"acqua e zammù" dopo ebbe l'avvento la bibita effervescente e nei chioschi primeggiava la "azzusa", la gassosa. Col tempo però la nascita dei bar provocò la scomparsa di molti suddetti gazebi, alcuni dei quali veri e propri monumenti, come i chioschi Ribaudo di piazza Politeama e piazza Verdi al Massimo, perfettamente uguali, disegnati dall'architetto Ernesto Basile e costruiti nel 1894, ora adibiti a rivendite di tabacchi.
Per l'amore verso le tradizioni della mia terra, son felice che oggi molti chioschi sono ritornati all'antico splendore, come quello di Alcamo in piazza Ciullo...e se chiedete l'"acqua e zammù", vi viene servita una bibita "annivata" (color neve)...buonissima e dissetante dal retrogusto molto piacevole di freschezza.
Buona Domenica
Stella
I CRISPEDDRI DI RISU
I CRISPEDDRI DI RISU (DI S.GIUSEPPE) I “crispeddri di risu", di cui vi do la ricetta, a Catania si preparano e gustano per la festa di S.Giuseppe. Peraltro fanno letteralmente leccare le dita (perché si mangiano senza posate) e vedrete alla fine perché....
Nino
Sfingi di carnevaleCome molti hanno compreso, le usanze e le tradizioni della nostra Sicilia, pur essendo simili per gli aspetti generali, posson cambiare da una zona ad un'altra nel modo di interpretarle.
Un caso tipico, sono i dolci popolari fatti a carnevale nella mia zona, quella di Gela.
Le frittelle da noi preparate a carnevale e chiamate "Sfinci" sono una cosa simile ma non identica alle piu' famose Sfingi di San Giuseppe preparate propio in un periodo dell'anno diverso.
Le nostre Sfingi sono piu' povere nel contenuto, rispetto a quelle di San Giuseppe, che hanno nella pasta incorporate le uova e un ripieno di ricotta.
Ingredienti:
Preparazione:
Vincè
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