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    Involtini di Spatola

    U pisci Spatula


    fotoA Spatula, come viene chiamato in Sicilia o pesce bandiera a Napoli, anche detto pesce lama a Cagliari, pesce sciabola a Messina, pesce argentin a Genova... (è propio vero... un nome un luogo).

    E' un bellissimo pesce azzurro, dal corpo privo di squame argenteo e brillante di circa 1 metro di lunghezza.

    Per chi non l'avesse mai visto, si presenta allungato e schiacciato ai lati, appunto per questo ricorda una spada, una sciabola...

    Come tutti i pesci azzurri è ricco di acidi grassi insaturi, gli  omega3, ha carni molto saporite e pregiate e costa poco.

    E' possibile cucinarlo a pezzi o sfilettato.


    Condimenti foto

    Involtini di Pisci Spatula
    ( Ricetta personale )

    Involtini

     Ingredienti per il ripieno:
     
       una cipolla media
       mollica di pangrattato 200gr
       pinoli 100gr
       vino bianco q.b.
       pecorino Ragusano 100gr
       piacentino Ennese a fette sottili 100gr
       buccia d'arancio secca tritata
       2 filetti d'acciuga
       pepe ed aromi vari



    Con queste quantità si prepara circa 1 Kg di spatola già sfilettata.



    Preparazione:

    tavolaSoffriggere la cipolla con poco olio extra vergine ed un pò di vino bianco ed i filetti d'acciuga, aggiungere i pinoli ed il pan grattato.

    Fare rosolare un pò il tutto, aggiungere il vino bianco che deve man mano evaporare.

    Aggiungere la buccia d'arancio tritata, il pepe, gli aromi e per finire il pecorino Ragusano grattugiato.

    Il composto non deve venire ne troppo secco ne troppo umido, regolare quindi con il vino bianco la consistenza.

    Disporre sopra i filetti di Spatola il composto e le fette di piacentino Ennese.
    Arrotolarli tipo spiedini e chiuderli con uno stuzzicadenti.


    Eventuale ripieno rimasto viene aggiunto agli involtini già chiusi.

    Disporli su una teglia e cuocere in forno caldo a 180°C per 15-20 minuti.

    Io li ho disposti in ciotole di ceramica resistenti al calore (3 involtini per ciotola) e cotti in forno ventilato.
    A piacimento può essere condito con un misto di succo d'arancia e di limone.

     




          Vincè

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    Pistacchi di Bronte


    I pistacchi di Bronte ed il mio pesto


    Furono gli Arabi, strappando la Sicilia ai Bizantini, a promuovere e a diffondere la cultura del pistacchio nell'isola e, a conferma di ciò, basta considerare l'affinità etimologica del nome dialettale dato al pistacchio col corrispondente termine arabo. "Frastuca" il frutto e "Frastucara" la pianta derivano infatti dai termini arabi "fristach", "frastuch" e "festuch" derivati a loro volta dalla voce persiana "fistich".

    La specie ha avuto particolare sviluppo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nelle province di Caltanissetta, Agrigento e Catania.

    In quest’ultima, ai piedi del vulcano Etna, nel territorio di Bronte, conobbe la massima espansione tanto che nel 1860 interi pascoli e terreni incolti furono trasformati in pistacchieti e la pianta coltivata divenne il fulcro di tutto il sistema agricolo ed economico dell’area.

    Sarà per lo straordinario connubio tra la pianta e il terreno lavico, ricco di sali minerali, sarà per il sole e l’aria di questa terra; sta di fatto che il frutto prodotto in questo lembo dell’isola cresce rigoglioso e supera dal punto di vista dell’aroma, del gusto e delle proprietà organolettiche la restante produzione mondiale. Nessun altro ha un colore verde smeraldo così brillante e un profumo così intenso, resinoso e grasso.

    Fonte: Comune di Bronte



    IN CUCINA

    Per il suo aroma e le qualità organolettiche il pistacchio verde di Bronte tradizionalmente è stato sempre il principe della pasticceria, delle carni insaccate di pregio e della gastronomia di alta classe.

    In tempi recenti, oltre al favoloso gelato ed alla sempre osannata "torta al pistacchio" (prodotta con pan di Spagna, a volte farcita con uno strato di cioccolata o di nutella che si associano particolarmente al gusto del frutto), e alle gustose "paste di pistacchio" (realizzate con la stessa procedura con cui si produce la pasta di mandorle) si fanno sempre più strada, il "pesto di pistacchio", la "crema al pistacchio" (una preparazione dolce da spalmare sul pane o da utilizzare per guarnire dolci), un liquore e la storica filletta al pistacchio (tradizionale dolce brontese guarnito del prezioso frutto).



    Il mio Pesto di Pistacchi

    Non sarà quello che viene preparato a Bronte e che viene anche venduto in vasetti, anche perchè facendo delle ricerche ho notato che non ci sono delle ricette uniche per farlo.

    Chi lo fà con solo pistacchio, chi con aggiunta di basilico, chi mette l'olio extra vergine, chi l'olio d'oliva...ecc.

    A questo punto ho dovuto fare delle scelte ... ed anche delle prove, per questo mio pesto ... che di "pestato" non ha niente dato che oggi usiamo il robot da cucina con frullatore incorporato... :-))



    INGREDIENTI:
    • 150 gr di pistacchi di Bronte
    • 100 gr di Basilico
    • 50 gr di Rucola
    • 40 gr di Pinoli
    • 10 gr di Aglio ( 3 spicchi )
    • 100 gr di Olio d'oliva extravergine
    • sale e pepe q.b
    • 100 gr di Parmigiano (io non lo metto nel miscuglio, ma lo aggiungo sul piatto finale)

    PREPARAZIONE:

    Passare in un frullatore tutti gli ingredienti e frullare a velocità bassa.
    Amalgamare bene il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo e consistente.

    Non ho aggiunto il Parmigiano, che naturalmente è richiesto nella ricetta perchè sono solito aggiungerlo fresco sul piatto finale e perchè ho conservato il tutto in porzioni nel congelatore.

    Questa la mia composizione grafica



           Vincè

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    Gelo di melone rosso


    La mia assenza durerà ancora un pò. Il periodio Estivo è qui in Sicilia sacro
    per godersi lo splendido mare ed il sole.
    Ma ci sono ancora tantissime cose da dire sulla nostra Sicilia.



    Qui una mia foto fatta ieri ... con una casa famosa alle spalle.
    Indovinerete dove sono?
     



    E cosà c'è di meglio del melone rosso (Anguria) fresco e dissetante, all'ombra di una pianta.
    Rilassato su una sedia a sdraio,  magari guardando le acque cristalline e blu cobalto del nostro mare.

    Questa sera i miei sogni mi hanno portato al  " gelu di miluni russu ",
    molto delicato e profumato al gelsomino.


    Ingredienti
    • 2 litri di succo di anguria filtrato ( ottenuto frullando la polpa )
    • 100 g di zucchero semolato ( io ne ho utilizzato 80 )
    • 150 g di zucchero al velo vanigliato
    • 150 g di amido di mais ( maizena )
    • una dozzina di fiori di gelsomino
    • un pugno di gocce di cioccolato fondente
    • pistacchi tritati
    Preparazione

    Preparate l'infuso di gelsomino facendo bollire due bicchieri d'acqua e mettendo in infusione i fiori per circa un'ora.
    Filtrate e unite l'infuso al succo di anguria. Mettete l'amido setacciato e lo zucchero un un tegame a fondo pesante, stemperate con il succo di anguria mescolando bene con la frusta per non formare grumi. Lasciate sul fuoco medio, mescolando di continuo, fino a bollore. Lasciate sobbollire qualche minuto perche si addensi e spegnete. Versate negli stampini, lasciate raffreddare e poneteli in frigo per almeno 4 ore. Al momento di servire il dolce, rovesciatelo sul piatto e decorate con gocce di cioccolato fondente e pistacchi tritati.


          Vincè

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    Involtini di pesce spada


    Involtini di pesce spada alla Messinese

    INGREDIENTI:
    • gr. 600 di pesce spada in fette sottili
    • gr. 50 parmigiano grattugiato
    • n° 2 cucchiai di pan grattato
    • gr. 50 di formaggio pepato siciliano grattuggiato
    • n° 1 cipolla tagliata a velo
    • n° 2 cucchiai di prezzemolo tritato
    • olio extra vergine d'oliva
    • sale e pepe

    PREPARAZIONE:

    In un poco di olio fate appassire la cipolla, aggiungete poi 200 gr di pesce spada tagliato fine, il pan grattato, il parmigiano, il sale il pepe.
    Amalgamate bene il tutto e fate insaporire per qualche minuto. Nel frattempo spianate le altre fettine di pesce spada con il batticarne in modo da raggiungere uno spessore di circa 5 cm, adagiate al centro di ogni fettina un po’ del composto appena preparato ed arrotolatela poi su se stessa facendo in modo di chiudere bene le estremità per evitare che il ripieno fuoriesca.
    Con uno spiedino infilzate gli involtini ottenuti, tenendoli separati da una foglia di alloro.
    Passateli ancora nel pane grattato in modo che ne vengano ben ricoperti, adagiateli su una pirofila leggermente unta con dell’olio, bagnateli con un filo di olio e fateli cuocere nel forno a 180° C per circa 20 minuti.
    Quando sono ben dorati, sfornate e servite subito.
    Si possono fare anche alla griglia...naturalmente accompagnati da un vino bianco fresco!!

    Correggo la ricetta dopo aver sentito amici di Messina e dintorni.


           Vincè

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    Gli spaghetti di Trabia


    Gli spaghetti sono di origine SICILIANA!!

    Chi ha detto che gli spaghetti li ha portati Marco Polo di ritorno dal suo viaggio in Cina nel 1295?
    Tutta una leggenda...



    In effetti, la pasta in generale, esisteva da molto tempo nel bacino Mediterraneo.

    Infatti i cereali furono scelti, per essere la base dell'alimentazione, macinati ed impastati e da tutti vennero cotti in acqua salata.
    Si svilupparono coltivazioni di frumento e orzo, grano saraceno nell'Africa settentrionale, nel Nord europeo avena, mais nell'America centrale e segale nei paesi anglosassoni.


    La prima indicazione storica dell'esistenza di qualcosa di simile alla pasta risale alla civiltà greca: la parola laganon era usata nel mondo greco per indicare una sfoglia larga e piatta di pasta tagliata a strisce.
    Aristofane, il commediografo greco della fine di V secolo a.C., in un passo di carattere gastronomico di una sua commedia, accenna ad una pasta di frumento che ricorda gli attuali ravioli.
    Gli Etruschi conoscevano qualcosa di simile alla nostra pasta.
    Pare che preparassero e cucinassero lasagne di farro, un cereale simile al frumento, ma ben piu' resistente alle intemperie e alle malattie.
    In alcune tombe dell’IV secolo a.C., a Cerveteri, sono state ritrovate delle pitture, che raffigurano alcuni strumenti per la preparazione della pasta, come il mattarello, la spianatoia e la rotella per i tortellini...

    Evidentemente questo non vuol dire che la Domenica gli etruschi mangiavano i tortellini con la panna, ma certamente i Romani mescolavano l’acqua alla farina per fare una pasta che assomigliava molto alle nostre lasagne e che si chiamava “lagana” e che cucinavano in forma di timballo.

    Che cosa siano queste lagane ce lo spiega il Forcellini (1688 - 1768) nel suo Lexicon totius latinitatis:
    membranulas ex farina et aqua, quae iure pingui coctae, caseo, pipere, croco et cinnamomo conditur. Illud certum est cibum esse teneriorem et qui nullo labore mandi potest
    , ovvero sottili strisce di farina e acqua, che cotte in brodo grasso, si condiscono con cacio, pepe, zafferano e cannella.

    Il piu' antico libro di ricette romane, scritto da Apicio, " De re coquinaria libri  ", raccomandava di utilizzare " le duttili lagane per racchiudervi timballi e pasticci ". 35 a.C.
    Orazio Flacco (65 a. C. - 8 a.C.) descrive la propria frugale cena:
    [...] inde domum me ad porri et ciceris refero laganique catinum, quindi me ne ritorno a casa (la sera) per mangiare una scodella di porri, ceci e lagane.

    Intorno all'anno 1000 d.C. abbiamo la prima ricetta documentata di pasta, nel libro "De arte Coquinaria per vermicelli e maccaroni siciliani ", scritto da Martino Corno, cuoco del potente Patriarca di Aquileia.


     

    Nel 1154 il geografo arabo Al-Idrisi, che era al servizio di Ruggero II, narra nel suo scritto « Nuzhat al-mustâq fî ihtirâq al-âfâq » cioè "il libro di chi si diletta a girare il mondo", che in un villaggio vicino Palermo, chiamato Trabia, pieno di mulini, si fabbrica della pasta a forma di fili “itrija” che gli abitanti fanno seccare al sole ed esportano con le navi in tutto il Mediterraneo.

    La citazione si trova nella « Charta Rogeriana ».
    Il manoscritto si trova presso la Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Division orientale.
     

    La citazione sugli itrija viene riportata in italiano, nel testo della conferenza "L'opera cartografica di al-Idrisi: geografo arabo-siculo del XII secolo" di Tindaro Gatani
    (Librizzi, Mestre, 2006):

    A ponente di Termini è un abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah ["la quadrata", Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere] parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si fabbrica tanta [copia di] paste [arabo "itriya" / pasta a forma di fili (Tria in arabo), / vermicelli", Rizzitano] da esportarne in tutte le parti, [specialmente] in Calabria e in altri paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne spediscono moltissimi carichi di navi...

    Lo stesso Gatani ha poi tenuto un’altra conferenza sulla pasta, di cui trovate informazioni su:  http://www.librizziacolori.eu/gatani/pasta/storia%20pasta.htm


    Sembra che la parola « tria », designa la pasta fatta in casa in certe zone della Sicilia e della Puglia anche oggi.
    (se qualcuno volesse confermare, ne sarei grato!!)


    Manca ancora quasi un secolo alla nascita di Marco Polo e gia' come si è detto si usava
    la pasta alimentare a forma di spaghetto!!

    " Semmu sempri i megghiu "
     

     

    Alcune Foto sono di Carmelo Rifici  http://www.librizziacolori.eu


           Vincè

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    Cannolo Siciliano


    Cannoli Siciliani

    I cannoli siciliani, sono ormai i dolci più famosi della Sicilia.
    Conosciuti sia sul territorio nazionale che anche all'estero.
    Costituiti da un'involucro "la scorza" ed un ripieno di crema di ricotta (quelli originali)
    Tutti gli altri, con ripieni diversi, son cannoli....ma non siciliani!!!



    La Tradizione Siciliana, vuole che i cannoli venghino regalati alle famiglie amiche, e il loro numero non deve essere meno di dodici.


    INGREDIENTI:

    • gr. 300 farina bianca
    • gr. 30 burro
    • gr. 30 zucchero semolato
    • gr. 30 pistacchi
    • gr. 400 ricotta
    • gr. 200 zucchero al velo
    • gr. 100 di canditi [arancio, cedro, zucca]
    • gr. 50 cioccolato fondente
    • 1 uovo
    • marsala secco o del buon vino secco
    • strutto ed olio per friggere
    • cannella in polvere
    • sale.

    PROCEDIMENTO:

    Preparazione della pasta
    Mescolate la farina con il tuorlo d'uovo, lo zucchero, il burro sciolto, un pizzico di sale e del vino oppure del marsala secco, necessario per un impasto morbido e liscio.
    Coprite l'impasto con un canovaccio e lasciatelo riposare per due ore in un contenitore.

    Preparazione della crema di ricotta
    Passate la ricotta al setaccio, e con un cucchiaio di legno lavoratela unendo lo zucchero a velo fino a renderla cremosa, aggiungete poi la frutta candita tagliata a piccoli pezzi, il pistacchio tritato grosso, il cioccolato fondente fatto a pezzetti e rimescolate tutto, e mettete il tutto in frigorifero fino al momento dell'uso.

    Riprendete la pasta, stendetela sottile con un matterello per uno spessore di 3 mm, infine tagliatela in quadrati di 10 / 12 cm.
    Spennellate questi quadrati con albume d'uovo sbattuto ed avvolgeteli per diagonale su pezzi di canna tagliati a misura ed accuratamente sterilizzati (oppure su equivalenti stampi metallici).

    In una padella mettete dell’olio con l’aggiunta di qualche pezzetto di strutto e friggeteli ben larghi.

    Appena dorati e croccanti metteteli a scolare, lasciateli raffreddare, levateli dai tubicini e riempiteli con la ricotta.
    Spolverateli con lo zucchero a velo vanigliato e cannella, serviteli freschi.


           Vincè

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    La caponata di mele

    ...Ma quanti dolci avete divorato oggi?...Io mezza cassata siciliana di grandi dimensioni Imbarazzato...domani l'ago della bilancia non ce la farà a tornare giù...uff.......
    E ancora c'è la festività di Pasquetta, con i suoi arrosti misti tra carne di castrato e spiedini di cinghiale.
     
    Che ne dite se domani invece "sgrassiamo" un pò con  pesce e frutta?
    Vi propongo gli spiedini di calamari (ad anelli) intervallati da bastoncini di zucchine genovesi, passati dal pangrattato,arrostiti e irrorati da pochissimo olio d'oliva e qualche goccia di limone...molto buoni e leggeri.
     
    Altro piatto buonissimo, molto appetitoso, da consumare come un forte antipasto (forte perchè lo accompagnerete sicuramente con tanto pane) o come un ottimo contorno...la caponata di mele. La mela non è frutto prettamente siciliano, ma la ricetta lo è.
    Provatela... è davvero squisita.
    Desidero dedicare questa ricetta a Patty (pantalina) e a Vincè come da mia promessa.
                                              

    Usate le mele bianche, dopo averle lavate, tagliatele senza togliere la buccia alcune a pezzi non troppo piccoli ( nella cottura si frullerebbero) e altre a spicchi non troppo spessi, mettetele in una pirofila con acqua e qualche goccia di limone. Le mele a fettine  verranno cucinate a parte ma allo stesso modo. Il procedimento è perfettamente uguale a quello della classica caponata di melenzane, gli ingredienti anche, tranne olive e capperi, al posto dei quali va una bella manciata di pinoli.Quando la caponata si sarà raffreddata ,prima di servire, fate colare graziosamente sul piatto un pò di cacao amaro sciolto,che si sposerà perfettamente con l'agrodolce, poggiate su di esso le fettine di mele che avete cucinato a parte in forma circolare, dentro di esse poggiate la caponata (quella a pezzetti), e ancora sopra pochissimo cacao. Guarnite con ciuffo di prezzemolo e spicchio di arancia sanguinella. Un suggerimento: la quantità di cipolle nella caponata (sia di mele che di melenzane) deve essere notevole.

    Che augurarvi adesso?... buona Pasquetta, un salutone a tutti e... buon appetito!


     
             Stella

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    Pasta con le sarde

     
    Pasta cu li sardi
     
    Questo piatto, diffuso come uno dei piatti più celebri della cucina siciliana, vanta di essere un “piatto povero”.
    Questo per il suo costo basso degli ingredienti e in special modo delle sarde pescate lungo le acque azzurre delle nostre coste.
     
    Questo piatto nel corso degli anni ha subito varianti; chi lo presenta gratinato al forno, chi mette il concentrato di pomodoro anziché lo zafferano...ma quello vero è quello descritto.

     
     
    Ingredientiper 6 persone:
     
    • Bucatini 600 g
    • Sarde fresche 800 g
    • Finocchio selvatico 1 Kg
    • Cipolle 2
    • Acciughe salate - 4 filetti
    • Uva sultanina 50 g
    • Pinoli 50 g
    • Zafferano 1 bustina
    • Olio extravergine d'oliva 6 cucchiai
    • Sale

    Preparazione:
     
    Mondare il finocchio selvatico eliminando gli steli più duri, lavarlo e farlo bollire in acqua salata; scolarlo e tritarlo. Conservare l'acqua di cottura. Far rinvenire l'uva sultanina in acqua tiepida.
    Nel frattempo pulire le sarde, eliminando teste, code, squame e la lisca centrale, e passarle velocemente sotto l'acqua corrente.
    Lavare accuratamente le acciughe salate. Affettare le cipolle e metterle a rosolare in un tegame con l'olio; sciogliere nello stesso soffritto le acciughe lavate.
    A questo punto aggiungere le sarde e portare avanti la cottura per circa 5 minuti. 
    E' la volta poi del finocchio selvatico e dello zafferano, sciolto in un mestolino d'acqua; il tutto deve cuocere ancora per una decina di minuti.
    Pochi istanti prima di spegnere il fornello, aggiungere l'uva sultanina, ben scolata, e i pinoli.
    Nel frattempo cuocere i bucatini al dente, nell'acqua di cottura del finocchio selvatico, seguendo le istruzioni sulla confezione. Scolare la pasta, aggiungerla al tegame col sugo, girare con un cucchiaio di legno e lasciare sul fuoco qualche minuto.
    Lasciar riposare qualche minuto e prima di servire spolverizzate con della mollica tostata precedentemente.
     
    Consigli e suggerimenti.
    Per una buona riuscita della mollica tostata usare una padella antiaderente e mettere due spicchi d’aglio schiacciati, dello zucchero e un filo d’olio extravergine.
    Al posto delle acciughe salate, si possono usare i filetti sott'olio, dopo averli ben scolati, e questo rappresenta un risparmio di tempo.
    Non sempre è facile trovare il finocchio selvatico fresco che è un tipico prodotto siciliano; si può ricorrere allora a quello secco. Se ne aggiunge un cucchiaio o più, a seconda dei gusti, direttamente nel sugo con il pesce.
    Il piatto è talmente ricco che può essere considerato anche piatto unico da abbinare semplicemente ad un'insalata di stagione.

    800 calorie a porzione

     
             Vincè

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    Carciofi Arrostiti sulla brace


    Cacocciuli Arrustuti

    Le giornate incominciano qui in Sicilia a farsi più belle, il tempo più stabile e le scampagnate per il fine settimana, diventano il giusto modo per passare il tempo.
    Durante le scampagnate si sà, la baldoria è d'obbligo assieme alle mangiate!
    La preparazione del posto dove arrostire è poi un rito...prettamente maschile.
    Le donne invece preparano le pietanze da cucinare...bruschette, salsiccia, insalata e la pasta naturalmente.
    L'amica Pepa (la chiamo Pinuccia) in un suo post, parla dei " cacocciuli ", periodo adatto di produzione questo!
    Farli arrostiti sulla brace è un passatempo e ne gode lo stomaco.
    Lascio qui, il suo modo di cucinarli...ringraziandola per il suggerimento.
    Io ho solo preparato uno slide sull'argomento!!





    prendete i carciofi e tagliateli a mettà,
    cosichè si tolgano quasi tutte le spine,
    tagliate pure il gambo raso al carciofo.
    Sbattete un pò il sotto ed allargate
    la parte delle foglie con le mani,
    condite questa parte con:
    aglio e prezemolo tritati
    sale, pepe, ed olio.
    Mettere i carciofi sulla brace dalla parte del gambo
    posizionateli in modo che la brace li copra a mettà
    lascite cuocere, e buon appetito.


          

    22 calorie per carciofo + mezzo cucchiaio d'olio per carciofo 45 cal = 67 cal a carciofo
     
             Vincè

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    Le panelle siciliane



    Ricetta per la preparazione delle panelle

    Amalgamare 500gr di farina di ceci in 1,5 Lt di acqua salata.
    Mettere a fuoco medio per circa 40 minuti, mescolando continuamente.
    Qualcuno a questo punto aggiunge del prezzemolo tritato.
    A cottura ultimata mettere la pasta così ottenuta in una forma, in maniera da farla raffreddare ed indurire per poi poterla tagliare a fettine.
    Si può anche stendere la pasta su un piano di marmo inumidito, per poi tagliarla con la forma che si vuole.

    Per avere delle panelle di forma rotonda io metto la pasta calda in un contenitore cilindrico (io uso le latte di olio di semi dove ho tolto le due estremità)
    Ho utilizzato anche delle forme come le vaschette del gelato, ottenendo delle panelle rettangolari.
    Le fettine così ottenute dello spessore di circa 5 millimetri, vanno fritte in olio di semi ben caldo.
    Le panelle fritte possono essere salate e pepate a propio gusto e vanno mangiate preferibilmente appena fatte.

     


     
             Vincè

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    Pasta alla Norma

     
    Di chiara origine catanese è questa pasta alla "Norma" così chiamata probabilmente per assimilarla alla massima espressione del lirismo belliniano.
    Si dice che sia stato Nino Martoglio, il noto commediografo catanese, davanti ad un piatto di pasta così condito, ad esclamare: "È una Norma!" per indicarne la suprema bontà, paragonandola all'opera di Vincenzo Bellini.

     
     
    Ingredienti (per 4 persone)
     
    • circa 400 gr. di maccheroni, secondo le abitudini, (si può usare altro tipo di pasta: io, preferisco pasta corta)
    • 600 gr. di pomodori perini (quelli per fare la salsa) o direttamente una bottiglia di passata di pomodoro
    • Una melanzana di quelle dette "turche" (quelle nere col diametro grande)
    • Ricotta salata da grattuggiare (non troppo stagionata)
    • 1 cipolla piccola
    • Basilico
    • 1 spicchio d'aglio
    • Olio extra vergine di oliva
    • Sale grosso

    Preparazione:
     
    Tagliare la melanzana a fette spesse 1 cm e disporle a strati in uno scolapasta con un po' di sale grosso. Lasciarle così per un'ora, con un peso sopra, a spurgare l'acqua di vegetazione.
    Preparare la salsa con i pomodori e la cipolla, passando i pomodori nel passatutto. Dopodiché mettere l'aglio in una casseruola con un po' d'olio d'oliva extravergine e lasciarlo imbiondire.
    Aggiungere la passata di pomodoro, qualche foglia di basilico, un po' di sale e lasciare cuocere per circa 15 minuti.
    A parte, friggere le fette di melanzana tagliate a dadini in olio abbondante, asciugandole poi con della carta assorbente (meglio se carta da fritto).
    A questo punto buttare la pasta e, a termine cottura, scolarla e ripassarla per pochi secondi nella casseruola della salsa.
    Infine versare la pasta nei piatti e grattugiarvi sopra la ricotta salata in quantità abbondante.
     
     

     
             Vincè

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    BUCCE DI ARANCIA CANDITE

    BUCCIA DI ARANCE CANDITE E CIOCCOLATA

     

    In alcuni nostri dolci tipici non manca mai la buccia di arancia o di mandarino direi che e d’obbligo. Il cannolo non è cannolo senza la sua brava scorretta di arancia. E la cassata? riuscite ad immaginarne una senza il suo bravo mandarino candito al centro? E che dire dei buccellati e delle “petrafennula”* Proprio in questa ultima la maggior parte del composto e fatto di scorze di arancia.

    Di arance, noi siciliani ne consumiamo tante dall’inizio dell’inverno all’inizio dell’estate e mentre noi buttiamo la buccia, i nostri  “pasticcieri” ne fanno grandi scorte nei loro congelatori.

     Eppure preparare una deliziosa scorza d’arancia candita, magari ricoperta per metà di buona cioccolata fondente, è una cosa semplice e alla portata anche di coloro che non hanno molta confidenza con i fornelli. Se offerti agli ospiti il successo è assicurato.

     Le arance migliori sono il Washington navel,  conosciuto come brasiliano per la presenza di un “ombellico” (navel), la cui buccia si presenta spessa  e ricca di essenza.

     

    *petrafennula – Pietrafendola

    dolce durissimo ottenuto mediante cottura di bucce di arance, mosto, frutta secca, confetti.

     

    Ingredienti :

     

    - scorze di arancia taglia a  strisce di un centimetro

    - zucchero

    - cioccolato fondente

     Le scorze di arancia si posso accumulare in breve conservandole in congelatore.

     

    Preparazione:

     

    Sbucciare le arance tagliandole a strisce della larghezza di un centimetro. Asportare un sottile strato di albedo per rendere liscia la scorza e togliere la  e asportate la parete più spugnosa;

    metterle in  abbondante acqua per ventiquattro ore sostituendolo due tre volte. In questo modo le scorze si libera del sapore amarognolo dell’albedo.

     

    Mettere in una casseruola le bucce e una quantità di zucchero di pari peso, aggiungere acqua pari al il 10% dello zucchero. Fare cuocere prima  fuoco moderato fino a quando lo zucchero comincia a sciogliersi, continuare la cottura a fiamma bassa  e mescolando fino a quando tutto lo zucchero sarà assorbito dalle scorze.  Lasciatele asciugare  posandole su un foglio di carta da forno. 

    Nel frattempo fate sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente. Mescolate con un cucchiaino per assicurarsi che si sciolga tutto. Qualche colpetto sulla parete interna del contenitore farà in modo che l’eccesso di cioccolato si tolga.  Fatele consolidare sulla carta forno poggiandole dalla parte dell’albedo.

    Facile , di poco costo, e vi assicuro che i vostri amici per averli faranno… a vucciria!!!

    terramia

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    ALICI MARINATE

    I miei ricordi di bambino risalgono agli anni '50, decennio in cui si colloca la mia nascita. Provenivamo dagli stenti del dopoguerra e coniugare il pranzo con la cena era lo scopo principale in tutte le famiglie e non sempre si riusciva nell'intento. Mio padre era mugnaio, un mestiere caduto in tale disuso che credo pochissimi oggi sappiano di cosa si tratti. Lavorava nei mulini, selezionava le farine e, almeno quelle, non ci mancavano. Ma era una vita dura, un vagare fra i vari opifici della provincia alla ricerca di lavoro in un'epoca in cui le macchine cominciavano a soppiantare il lavoro dell'uomo.
    La cucina era povera, ma mia madre ogni giorno si arrangiava per preparare cose diverse, piatti di cui forse si è persa la memoria, tutte a base di verdure di ogni tipo e di pesce: carne se ne vedeva poca, giusto qualche domenica, rigorosamente con il sugo per poter condire anche la pasta. Ai tempi da noi il pesce non era un problema, il pescato era copioso e a buon mercato. Oggi è già diverso. Si mangiava sopratutto pesce azzurro: alici, sarde, ope, sgombri, sauri (sgombri bastardi), mai dentici o naselli, solo pesce stagionale. Fra questo, qui a Catania, spiccano le alici (i masculini) che il catanese doc ama al di la di ogni altra specie. Molti i modi di cucinarle, fritte, arrostite, crude, in insalata, con la pasta e i piselli. Oggi vorrei darvi una ricetta semplice di cui ogni catanese è ghiotto: le alici marinate. Spero possa essere di vostro gradimento anche se avverto che la qualità delle alici di Catania è diversa per il sapore intenso e delicato a un tempo, cosa che non ho mai riscontrato in altre parti dell'isola.
     
    Dosi per 4 persone                               600 gr di alici
                                                             6 limoni
                                                             1 spicchio d'aglio
                                                             olio d'oliva, sale, pepe, prezzemolo tritato,
                                                             peperoncino
     
    Diliscare e lavare le alici in acqua corrente.
    Scolarle, sistemarle in un recipiente insieme con il succo di 3 limoni e farle marinare per mezzora.
    Scolarle ancora bene eliminando il liquido scuro che si sarà formato, riporle a raggiera nel piatto di portata, condirle con l'olio, l'aglio e il prezzemolo tritati, il sale, il pepe, il peperoncino e coprirle con il succo di altri 3 limoni.
    Servire subito.
     
    E' una ricetta semplice ma gustosa. Non mi resta che auguravi buon appetito.
     

     
           Giovanni

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    ARCHESTRATO: TUTTI A TAVOLA!

    saida_0512

    Qualche post fa, avevo parlato della lingua siciliana presso la corte palermitana di Federico II. Citavo allora i nostri poeti, da Ciullo d'Alcamo a Guido delle Colonne... Ora, visto che il nostro blog è anche ricco di ricette di cucina, vorrei unire la poesia alla gastronomia, fornendo a tutti i nostri amici una curiosità, direi una rarità letteraria tutta siciliana, segnatamente gelese. Nel IV secolo a.C., il poeta gelese Archestrato (misconosciuto anche dai gelesi), nonchè cultore della buona tavola, scrisse l'opera "Hadypatheia", cioè "Gastronomia" o "Sul dolce Gusto". L'opera ci giunge frammentata, ma notevole. Non è un semplice ricettario in versi (già di per sè una novità per l'epoca), ma una sorta di "istruzioni per l'uso", in cui il poeta, gran viaggiatore, indica agli amici in che luogo comprare tal pesce, in quale stagione, secondo quale benevolenza divina, come infornare tale pietanza o tal altra e persino il numero corretto di commensali

     (..."Di vivande squisite unica mensa
    Accolga tutti, ma di tre o di quattro
    O di cinque non più sia la brigata:
    Perchè se fosser più cena sarebbe
    Di mercenarj predator soldati.")

    Scelgo per voi anche quest'altro frammento, dove si elogia la prelibatezza dell'anguilla dello Stretto di Messina.

    Lodo ogni anguilla, ma la più squisita
    È quella che si pesca dello stretto
    Nel mar, che Reggio di rincontro guarda.
    O di Messina abitator felice
    Sopra ogni altro mortal' che questo cibo
    In copia mangi! Levan pur gran fama
    Le anguille di Strimona e di Copea
    Perchè son grosse e pingui a maraviglia.
    Ma d'onde pur si fosse, a mio parere,
    Signoreggia tra tutte le vivande
    E ogni altra avanza per la sua dolcezza
    L'anguilla, il pesce sol ch'è tutto polpa.


     
             Angelo

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    Il torrone siciliano


    Con i loro carrettini, adesso sempre più grandi e motorizzati, "i turrunari" non mancano mai nelle nostre piazze, durante i giorni di festa.
    Il torrone è infatti conosciuto in tutta l'isola e le varietà sono diverse.

    I più noti sono quelli con mandorle e pistacchio, o quelli ricoperti di cioccolata, poi ci sono i torroni con nocciole e arachidi.
    A Licata (AG), si preparava anche la "cicirata", con ceci tostati cotti nel miele.

    Il dolce è sicuramente di origini arabe, come il termine qubbayt, che in siciliano è diventato "cubbàita", così viene chiamato il torrone a Palermo fatto con la "giuggiulena", cioè con semi di sesamo.

    Ma l'etimologia del nome "Turruni" proviene dallo spagnolo turròn = abbrustolito (derivato di  turrar = arrostire).
    Si puo' supporre quindi che gli arabi abbiano portato questo dolce anche in Spagna e che il termine spagolo si sia diffuso in Italia più di quello arabo.

    L'amica Gabriella, nostra ospite qui in Sicilia, ricorderà il servizio fotografico fatto a Caltanissetta, durante le festività natalizie.
    Le foto rappresentano la preparazione del torrone fatta da un'amico turrunaru.
    Li ho raccolte poi in uno slide che vi propongo qui sotto,
    assieme alla ricetta casalinga del torrone.

    Ingredienti:

    1 Kg di mandorle sgusciate
    1 kg di zucchero
    Olio d'oliva

    Esecuzione:

    In una pentola mettere lo zucchero ed a fuoco moderato fatelo fondere, fino ad ottenere un caramello color ambrato.
    Occorre arrivare alla temperatura di circa 170°C per avere il caramello, attenzione alle scottature.
    Aggiungere le mandorle preventivamente tostate e mescolare energicamente, sempre a fuoco moderato.
    Quando tutto l'impasto sarà omogeneo ed il caramello non molto scuro, versare il torrone su un piano di marmo, preventivamente oleato.
    Con l’aiuto di un coltello date al dolce la forma desiderata: se siete bravi potete realizzare le classiche barrette, altrimenti vi potete limitare a dividere l’impasto in piccoli pezzetti dalla forma irregolare (forse meno belli esteticamente ma altrettanto gustosi).


     

       


     
             Vincè

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    Li favuzzi siciliani

    Che buone!!!...Svariati sono i modi per poter preparare un buon piatto di fave...possiamo davvero sbizzarrirci...uno dei tanti semplicissimi e che è un ottimo contorno..."li favi ammuddicati cu l'agghiuzza", le fave (solo però le primissime della produzione, molto piccole e tenere) appena appena sbollentate, ancora caldissime poste in una ciotola di creta insieme ad aglio tritato finemente, pangrattato, olio, poco sale, foglioline di mentuccia, fatte riposare e raffreddare con coperchio...ummmm appena scoperchiate sentite che profumo...ho finito poc'anzi di pranzare, ma co sta ricetta mi vien di nuovo fame.

    Una ricetta sicilianissima è "La pasta cu lu maccu"...si soffrigge la cipolla leggermente, si aggiungono un pò di finocchietti selvatici tagliuzzati, acqua. sale, pepe e li si versano le fave secche sgusciate (per intenderci quelle gialle). Si fa cuocere a fuoco lento finchè il tutto non si riduce quasi a mò di purè. A parte lessare gli spaghettini fino a metà cottura, scolarli e versali nel pure di fave, ultimare la cottura sempre mescolando per non fare attaccare alla pentola. In ultimo aggiungere una manciata di pangrattato. Servire nei piatti versando sopra un filo d'olio crudo. Il "maccu" è buonissimo anche da solo, senza la pasta...in questo caso si può consumare sia caldo che freddo. Questo piatto è la tipica prima portata per la festa di san Giuseppe, al quale vengono innalzati nelle strade vari altarini,a Sant'Angelo Muxaro, un comune piccolissimo, sito di fronte san Biagio, nella provincia dove il mese di febbraio la campagna si trasforma in roseo giardino con i mandorli in fiore.

    Ma sempre qui in Sicilia molto conosciute sono anche le "fave a cunigghiu spizzicati"...è un piatto da "passatempo gastronomico" e a Palermo si trova spesso nelle taverne per accompagnare un buon bicchiere di vino. Sono le fave secche intere, mancanti solo del cappello (l'unghia nera), messe in acqua la sera precedente, poi bollite assieme a qualche spicchio d'aglio intero, successivamente scolate e condite con olio d'oliva extravergine e un pizzico di origano. Vanno mangiate con le mani, schiacciando tra indice e pollice la fava affinchè esca l'interno e rimane in mano la buccia. E' un piatto salutare :"purificanu, santificanu...tiranu la scorica e sananu"...questo il detto siciliano che indica le proprietà benefiche per la funzionalità gastrica.

    Ma chi non ha mai mangiato le "favuzza tenniri tenniri" crude con i tocchetti di parmigiano?

    ...e tra una fava e l'altra vi lascio dandovi appuntamento al prossimo post.


     
             Stella

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    IL MANDARINETTO

     

    IL MANDARINETTO

    Io e 
Lui

    Fra non molto troveremo, nei nostri mercati, uno dei frutti più belli che la nostra terra possa produrre: il mandarino tardivo di Ciaculli, detti anche marzuddu o marzuolu perché è l’ultima produzione di questo frutto che matura proprio a marzo.

    Ciaculli è una zona che si trova all’altezza dell’autostrada Palermo-Messina   a ridosso delle montagne che fanno da cinta alla città. In questa zona, nei decenni addietro, sono stati sottratti alla montagna, molti terreni e terrazzati vennero impiantati a mandarino. Un vero spettacolo vedere come questi impianti si ergono sulle pendici del monte. La produzine avviene tardiva proprio perché i terreni sono esposti a nord e quindi con condizioni climatiche ancora fredde quando in altre zone incalza la primavera.

    Mi sembra il momento opportuno per proporre una ricetta semplice per fare in casa un liquore apprezzato in tutto il mondo: il mandarinetto.

    Il liquore che troviamo negli scaffali dei negozi è prodotto con l’essenza proveniente dalle industrie agrumarie e ottenuta con delle macchine che, con dei rulli “grattano” la buccia del frutto. Così facendo, oltre alla parte superficiale del frutto, dove ci sono le sacche di essenza, viene asportata anche una parte di “albedo” ovvero quella parte bianca che sta nella parte interna della buccia. L’albedo conferisce al liquore un retrogusto amarognolo.   All’essenza, in oltre,  per una migliore conservazione viene aggiunta dei composti contenente zolfo. Così il sapore del prezioso liquore risulta, agli intenditori, sgradevole e vi assicuro non ha nulla a che vedere con quello fatto in casa.

    Se poi consideriamo che una bottiglia di mandarinetto di 750 Cl. Costa intorno a 15 euro (oltre 20 a litro) vale la pena provare la ricetta che vi suggerisco il cui costo è di otto euro al litro o qualche centesimo in più.

     Le proporziono che vi propongo consentono di ottenere tre litri di mandarinetto con una percentuale di alcool del 33° .

    Aggiungo che alcuni preferiscono adoperare frutti ancora verdi io preferisco frutto semimaturi che conferiscono, al liquore,  lo stesso colore del frutto. Aggiungo che la ricetta classica prevede una quantità di zucchero di 900 grammi a mio avviso viene troppo dolce e  dopo varie prove ho ridotto la quantità.

     

    Ingredienti:

     

    10 mandarini freschi semi maturi

    Un litro di alcool per liquori

    500 gr. Di zucchero

    Una bottiglia di acqua minerale da 1,5litri

     

     Esecuzione:

     

         Pelare i mandarini  in strisce sottile in modo da non asportare la parte bianca, e metterlo in un barattolo con l’alcool. Riporre il barattolo in luogo buio per 10 giorni.

    Preparare uno sciroppo con un litro d’acqua tiepida e lo zucchero. Aggiungere l’alcool filtrato dalle bucce, e aggiungere altra acqua fino ad ottenere tre litri di liquore.

         Lasciare maturare il liquore per quindici giorni in luogo buio. Facile no!! E che gusto!! Suggerisco di berlo molto freddo tenendo il liquore dentro il congelatore.

         In questo modo si può pure preparare il limoncello e l’arancello.

         Per abbellire le bottiglie si può preparare una etichetta personalizzata come la mia.

     

    Non scordate di brindare al nostro blog!!!

     

     


     
            Terramia

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    Acqua e zammù

     

    "Acqua e zammù, prima iò e dopu tu"
    ( Acqua e anice, prima io e dopo tu )
    Questo il detto davanti "turno estivo" che avveniva tra le vie siciliane davanti agli antichi chioschi. Ancora oggi, nelle file a volte si sente qualcuno legato alla vecchia Sicilia recitare questo modo di dire a chi, facendo il furbo, cerca di superare il turno.
    Dentro il chiosco, gazebo in muratura e ferro battuto con pianta cruciforme, c'era "l'acquavitaru" (l'acquaiolo), gestore del chiosco che con una "buzza" (recipiente di creta) di acqua, dove l'acqua si manteneva fresca, una "buzzicedda" (bottiglietta) di "zammù" (anice) e i "gotti" (bicchieri) preparava una bevanda alcolica, bianca come una nuvoletta, molto dissetante.

    I precedessori dell' "acquavitaru" non avevano invece dimora fissa , ma giravano per le vie delle città, portando dietro le varie stoviglie, spesso con panchette addobbate per l'occasione con nastri e pendagli siciliani e "abbanniannu" (bandendo la mercanzia) "ACQUA CU LU ZAMMU', CHI L'AIU FRIDDA !" (acqua con anice, quanto ce l'ho fredda!).
    Nelle strade della vecchia Palermo tantissimi chioschi si incontravano, nati anche per la posizione geografica della città; infatti a Palermo circondata da una cerchia di monti, la vaporizzazione del mare ristagna all'interno della conca pianeggiante, provocando l'aumento dell'umidità con la conseguente afa.
    Accanto all'"acqua e zammù" dopo ebbe l'avvento la bibita effervescente e nei chioschi primeggiava la "azzusa", la gassosa. Col tempo però la nascita dei bar provocò la scomparsa di molti suddetti gazebi, alcuni dei quali veri e propri monumenti, come i chioschi Ribaudo di piazza Politeama e piazza Verdi al Massimo, perfettamente uguali, disegnati dall'architetto Ernesto Basile e costruiti nel 1894, ora adibiti a rivendite di tabacchi.
    Per l'amore verso le tradizioni della mia terra, son felice che oggi molti chioschi sono ritornati all'antico splendore, come quello di Alcamo in piazza Ciullo...e se chiedete l'"acqua e zammù", vi viene servita una bibita "annivata" (color neve)...buonissima e dissetante dal retrogusto molto piacevole di freschezza.


    Buona Domenica
             Stella

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    I CRISPEDDRI DI RISU


    I CRISPEDDRI DI RISU (DI S.GIUSEPPE)

    I “crispeddri di risu", di cui vi do la ricetta, a Catania si preparano e gustano per la festa di S.Giuseppe. Peraltro  fanno letteralmente leccare le dita (perché si mangiano senza posate) e vedrete alla fine perché....
    Fate scuocere 200gr. di riso in 1/2 litro di latte. Una volta raffreddato: aggiungete 1 bustina di vaniglia,1 bustina di lievito per dolci, la buccia sottile di mezza arancia tagliata finemente in listarelle da 1-2 mm.e e 200 gr. di farina. Impastate il tutto omogeneamente e lasciate lievitare per 20-30 min..

    Posate, quindi, su un tagliere parte dell'impasto (largo 10 cm.,alto 1,5 -2 cm.),staccatene, con una lama di coltello bagnata, bastoncini dalla larghezza di1,5-2 cm.(in pratica ogni bastoncino quanto un dito medio grassoccio), dorateli in olio bollente (una volta c’era solo l’olio d’oliva, adesso si usa anche quello di semi)
    e poi metteteli a scolare in un colabrodo rivestito con carta da rotolone da cucina. Una volta ben scolati, versateli in una terrina dove avrete messo 200 gr. di miele, aromatizzatto con 10-15 gr. di cannella polverizzata, e metteteli a tavola. Ognuno ne prenda uno alla volta. Attenzione a chi ha problemi di linea: sono come le ciliegie, l'uno tira l'altro


     
             Nino

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    Sfingi di carnevale

     
    Come molti hanno compreso, le usanze e le tradizioni della nostra Sicilia, pur essendo simili per gli aspetti generali, posson cambiare da una zona ad un'altra nel modo di interpretarle.
    Un caso tipico, sono i dolci popolari fatti a carnevale nella mia zona, quella di Gela.
    Le frittelle da noi preparate a carnevale e chiamate "Sfinci" sono una cosa simile ma non identica alle piu' famose Sfingi di San Giuseppe preparate propio in un periodo dell'anno diverso.
    Le nostre Sfingi sono piu' povere nel contenuto, rispetto a quelle di San Giuseppe, che hanno nella pasta incorporate le uova e un ripieno di ricotta.
     
     

     
      Ingredienti:
    • 500 g. Farina di grano duro
    • 25 g. lievito di birra
    • Acqua tiepida q.b.
    • Olio per friggere
    • zucchero o miele
    • cannella
    • Sale
      Preparazione: 
    Sistemare la farina a fontana su un piano di lavoro, al centro mettere il lievito sbriciolato e pian piano aggiungere l’acqua tiepida con un pizzico di sale.
    Impastare sbattendo la pastella, fino a quando l’impasto risulti molle, molto elastico ed in superficie si formino delle bollicine.
    Coprire con un panno e lasciare lievitare per qualche ora.
    Con l'aiuto di un cucchiaio, prendere dei piccoli pezzi di pasta ed immeggerli in abbondante olio bollente.
    Quando gli sfinci saranno dorati, adagiarli su un vassoio con la carta assorbente, per eliminare l'olio di frittura in eccesso.
    Passare gli sfinci in un piatto da portata, e condirli con zucchero o miele caldo e cannella.
     
     
    Una variante a questa ricetta è sostituire l’acqua al latte e la farina di grano duro a quella 00. 

     
             Vincè

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