”….. Volevo avvertire il nostro
ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo
messi sotto la protezione della polizia…..se paghiamo i 50 milioni,
torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile,
saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo
detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli
come lui”.
Queste le parole che hanno segnato la sua condanna a morte Li ha fatte pubblicate su un giornale siciliano, per dire NO!!
Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli
diedero il nome di Libero in ricordo del sacrificio di Giacomo
Matteotti. La famiglia è antifascista e il ragazzo matura anch'egli una
posizione avversa al regime di Benito Mussolini. Nel 1942 si
trasferisce a Roma, dove studia in Scienze Politiche durante la seconda
guerra mondiale. Per non andare in guerra, entra in seminario, da cui
però esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però a
Giurisprudenza all'Universita di Palermo. Prosegue l'attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta
si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo
dell'imprenditoria. Torna a Palermo per aprire uno stabilimento
tessile. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali. Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, viene
anche preso di mira da Cosa nostra che pretende il pagamento del pizzo.
Libero Grassi ebbe il coraggio di opporsi alle richieste di racket
della mafia, e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori. Per questo fu assassinato, il 29 agosto 1991.
Medaglia d'oro al valore civile «Imprenditore
siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la
mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando
con le competenti Autorità nell'individuazione dei malviventi. Per tale
non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale
ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di
integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all'estremo
sacrificio.»
Oggi a quaranta (40) anni dalla morte vorrei ricordare il poeta Salvatore Quasimodo con una sua famosissima composizione ermetica "Ed è subito sera"
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
È il tema della solitudine insita in ogni uomo. Ognuno è solo con se
stesso, anche se vicino agli altri. La solitudine si affievolisce, ma
non scompare quando l’uomo trova l’amore di una donna e l’amore dei
figli. Ma anche nelle migliori condizioni possibili egli è sempre solo:
se si ammala è lui a soffrire e se muore è lui a morire. Gli altri
possono fare molto, possono lenire le sofferenze ma non debellarla e
non possono salvarlo dalla malattia o dalla morte. Ogni uomo è solo con
se stesso mentre si illude di poter capire la vita e si inganna di
afferrare la felicità. Subito arriva la morte che rapina ogni illusione
e ogni felicità.
Biografia
Salvatore
Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) il 20 agosto del 1901 da Gaetano e Clotilde Ragusa. La nonna paterna, Clotilde Papandreu, è figlia di profughi greci originari di Patrasso. Questa origine può avere inciso negli interessi futuri di Salvatore, così come il profondo affetto che lo lega alla Sicilia, influenzata dalla cultura ellenica. Trascorse
gli anni dell'infanzia in piccoli paesi della Sicilia orientale
(Gela, Cumitini, Licata, ecc.), seguendo il padre che era capostazione
delle Ferrovie dello Stato. Subito dopo il catastrofico terremoto
del 1908 andò a vivere a Messina, dove Gaetano Quasimodo era
stato chiamato per riorganizzare la locale stazione. Prima dimora
della famiglia, come per tanti altri superstiti, furono i vagoni
ferroviari.
Un'esperienza
di dolore tragica e precoce che avrebbe lasciato un segno profondo
nell'animo del poeta. Nella città dello Stretto Quasimodo compì
gli studi fino al conseguimento nel 1919 del diploma presso
l'Istituto Tecnico "A. M. Jaci", sezione fisico-matematica.
All'epoca
in cui frequentava lo "Jaci" risale un evento di fondamentale
importanza per la sua formazione umana e artistica: l'inizio
del sodalizio con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, che
sarebbe poi durato tutta la vita. Negli anni messinesi Quasimodo
cominciò a scrivere versi, che pubblicava su riviste simboliste
locali.
Nel
1919, appena diciottenne, Quasimodo lasciò la Sicilia con cui
avrebbe mantenuto un legame edipico, e si stabilì a Roma.
In
questo periodo continuò a scrivere versi che pubblicava su riviste
locali soprattutto di Messina, trovò il modo di studiare in
Vaticano il latino e il greco presso monsignor Rampolla del
Tindaro.
L'assunzione
nel 1926 al Ministero dei Lavori Pubblici, con assegnazione
al Genio Civile di Reggio Calabria, assicurò finalmente a Quasimodo
la sopravvivenza quotidiana.
Ma
l'attività di geometra, per lui faticosa e del tutto estranea
ai suoi interessi letterari, sembrò allontanarlo sempre più
dalla poesia e, forse per la prima volta, Quasimodo dovette
considerare naufragate per sempre le proprie ambizioni poetiche.
Tuttavia,
il riavvicinamento alla Sicilia, i contatti ripresi con gli
amici messinesi della prima giovinezza, soprattutto il "ritrovamento"
con Salvatore Pugliatti, insigne giurista e fine intenditore
di poesia, valsero a riaccendere la volontà languente, a far
sì che Quasimodo riprendesse i versi del decennio romano, per
limarli e aggiungerne di nuovi.
Nasceva
così in ambito messinese il primo nucleo di Acque e terre.
Nel 1929 Quasimodo si recò a Firenze, dove il cognato Elio Vittorini
lo introdusse nell'ambiente di "Solaria", facendogli conoscere
i suoi amici letterati, da Alessandro Bonsanti, ad Arturo Loira,
a Gianna Manzini, a Eugenio Montale, che intuirono subito le
doti del giovane siciliano. E proprio per le edizioni di "Solaria"
(che aveva pubblicato alcune liriche di Quasimodo) uscì nel
1930 Acque e terre, il primo libro della storia poetica
di Quasimodo, accolto con entusiasmo dai critici dell'epoca,
che salutarono la nascita di un nuovo poeta.
Nel
1932 vinse il premio dell'Antico Fattore, patrocinato dalla
rivista e nello stesso anno, per le edizioni di "circoli", uscì
Oboe sommerso.
Nel
1934 Quasimodo si trasferì a Milano, che segnò una svolta particolarmente
significativa nella sua vita e non solo artistica. Accolto nel
gruppo di "corrente" si ritrovò al centro di una sorta di società
letteraria, di cui facevano parte poeti, musicisti, pittori,
scultori.
Nel
1936 Quasimodo pubblicò con G. Scheiwiller Erato e Apòllion
(prefazione di Sergio Solmi) ancora un libro fortunato con cui
si concluse la fase ermetica della sua poesia. Nel 1938 lasciò
il lavoro al Genio Civile e iniziò l'attività editoriale come
segretario di Cesare Zavattini, che più tardi lo farà entrare
nella redazione del settimanale il "Tempo". Nel 1938, per le
"edizioni primi piani" uscì la prima importante raccolta antologica
Poesie, con un saggio introduttivo di Oreste Macrì, che
rimase tra i contributi fondamentali della critica quasimodiana.
Il poeta intanto collaborava alla principale rivista dell'ermetismo,
la fiorentina "letteratura". Nel 1939-40 Quasimodo mise a punto
la traduzione dei Lirici greci, che uscì nel 1942 nelle edizioni
di "corrente" e che, per il suo valore di originale opera creativa,
sarà poi ripubblicata e riveduta più volte.
Sempre
nel 1942 presso Mondadori uscì Ed è subito sera.
Nel 1941 gli venne concessa, per
chiara fama, la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio
di musica "G. Verdi" di Milano. Insegnamento che terrà
fino all'anno della sua morte.
Durante
la guerra, nonostante mille difficoltà, Quasimodo continuò a
lavorare alacremente: mentre continuava a scrivere versi, tradusse
parecchi Carmina di Catullo, parti dell'Odissea, Il fiore delle
Georgiche, il Vangelo secondo Giovanni, Epido re di Sofocle
(tutti lavori che vedranno la luce dopo la liberazione). Un'attività
questa di traduttore, che Quasimodo portò avanti negli anni
successivi, parallelamente alla propria produzione e con risultati
eccezionali, grazie alla raffinata esperienza di scrittore.
Numerosissime le sue traduzioni: da Ruskin, Eschilo, Shakespeare,
Molière, Dall'Antologia Palatina, Dalle Metamorfi di Ovidio;
e ancora da Cummings, Neruda, Aiken, Euripide, Eluard (quest'ultima
uscita postuma).
Nel
1947, edita da Mondadori, uscì la sua prima raccolta del dopoguerra,
Giorno dopo giorno, libro che segnò una svolta nella
poesia di Quasimodo, al punto che si parlò e si continua a parlare
di un primo e un secondo Quasimodo. Di fatto l'esperienza tragica
e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento
che l'imperativo categorico era quello di "rifare luomo" e che
ai poeti spettava un ruolo importante in questa ricostruzione,
fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia
troppo soggettiva, rinunciasse al trobar clus della sua
prima maniera e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale,
soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore,
al suo stile. Quest'ultimo aspetto spiega da un lato perchè
la poesia resistenziale di Quasimodo supera quasi sempre lo
scoglio della retorica e si pone su un piano più alto rispetto
all'omologa poesia europea di quegli anni; dall'altro, che non
c'è vera rottura: solo che, rimanendo coerente con le proprie
ragioni poetiche, il poeta, sensibile al tempo storico che viveva,
accoglieva temi sociali ed etici e di conseguenza variava il
proprio stile.
Dal
1948 Quasimodo tenne la rubrica teatrale sul settimanale "omnibus"
(nel 1950, sempre come titolare della stessa rubrica, passò
al settimanale il "tempo").
Nel
1949 uscì presso la Mondadori La vita non è un sogno,
ancora ispirato, anche se un pò stancamente, al clima resistenziale.
Nel
1950 Quasimodo ricevette il premio San Babila e nel 1953 l'Etna-Taormina
insieme a Dylan Thomas.
Nel
1954 uscì per la casa editrice Schwarz Il falso e vero verde;
un libro di crisi, con cui inizia una terza fase della poesia
di Quasimodo, che rispecchia un mutato clima politico. Dalle
tematiche prebelliche e postbelliche si passa a poco a poco
a quelle del consumismo, della tecnologia, del neocapitalismo,
tipiche di quella "civiltà dell'atomo" che il poeta denuncia
mentre si ripiega su se stesso e muta ancora una volta la sua
strumentazione poetica. Il linguaggio ridiventa complesso, più
scabro; Quasimodo media lessemi anche dalla cronaca, il ritmo
si fa più secco, suscitando perplessità in quanti vorrebbero
il poeta sempre uguale a se stesso. Seguì nel 1958 La terra
impareggiabile (Mondadori, Milano), premio Viareggio. Ancora
nel 1958 Quasimodo mise a punto l'antologia della Poesia italiana
del dopoguerra; nello stesso anno compì un viaggio in URSS,
nel corso del quale venne colpito da infarto, cui seguì una
lunga degenza all'ospedale Botkin di Mosca.
Il
10 dicembre 1959, a Stoccolma, Salvatore Quasimodo ricevette
il premio Nobel per la letteratura e lesse il discorso
Il poeta e il politico, venne pubblicato l'anno dopo
nell'omonimo volume (Schwarz, Milano 1960) che raccoglie i principali
scritti critici di Quasimodo. Al Nobel seguirono moltissimi
scritti e articoli sulla sua opera, con un ulteriore incremento
delle traduzioni.
Nel
1960, dall'Università di Messina gli venne conferita la laurea
honoris causa; inoltre fu insignito della cittadinanza di Messina.
Sempre
nel 1960 sul settimanale "Le Ore" gli venne affidata
una rubrica di "colloqui coi lettori", che tenne fino al 1964,
quando passò al "tempo" con una rubrica simile.
Nel
1966 Quasimodo pubblicò il suo ultimo libro, Dare e avere;
un titolo emblematico per una raccolta che è un bilancio di
vita, quasi un testamento spirituale (il poeta infatti sarebbe
morto appena due anni dopo).
Nel
1967 l'Università di Oxford gli conferì la laurea honoris causa.
Colpito da ictus il 14 giugno 1968 ad Amalfi, dove si trovava
per presiedere un premio di poesia, morì sull'auto che lo trasportava
a Napoli.
Il
Poeta Premio Nobel per la Letteratura è tradotto in quaranta
lingue (compreso il Coreano), ed è studiato e conosciuto in
tutti i Paesi del mondo.
Oggi il giorno della memoria (16° anniversario) in una Italia distratta che non può e non
deve dimenticare il sacrifico di uomini morti nell'adempimento del loro
dovere.
Giovanni stava tornando da Roma
come era solito fare nei fine settimana. Il jet di servizio partito
dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva a Punta Raisi dopo
un viaggio di 53 minuti. Lo attendono tre autovetture del gruppo di
scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di
Stato, Arnaldo La Barbera.
Appena sceso dall'aereo, Falcone
si sistema alla guida di una Croma bianca ed accanto prende posto la
moglie Francesca Morvillo. Nella Croma marrone, c'è alla guida Vito
Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro
Rocco Di Cillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo,
Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone,
poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra.
Le auto lasciano l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione
Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono
attivate neppure le sirene. Ma qualcuno, nell'ombra, ha già tramato. Sa
dell'arrivo del giudice. Su una strada parallela, una macchina si
affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne
segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale;
sono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti
dopo, alle ore 17:58, presso il Km.5 della A29, una carica di cinque
quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede
stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene
azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da
Totò Riina.
La deflagrazione provoca un'esplosione immane ed
una voragine enorme sulla strada. Giovanni Falcone muore alle 19:05 del
23 Maggio del 1992. Si consuma così il più eclatante attacco che Cosa
Nostra abbia mai sferrato ai danni dello Stato.
«L´antimafia senza tappeti rossi», l´ha chiamata Tina Martinez
Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone che ieri
mattina, a Capaci, è riuscita a riunire nel giardino della legalità
lungo l´autostrada i reduci della «Quarto Savona Quindici», la
squadra di volontari che scortava il giudice e a farli incontrare
con gli studenti. «È stata una giornata meravigliosa - ha detto la
Montinaro - tutti i colleghi di Antonio sono attorno a me, sotto
l´albero a parlare di lui, di Vito e di Rocco. È un modo semplice e
onesto di ricordarli con affetto. In questo modo si dice no alla
mafia».
«Vedervi qui, in tanti, è una grande gioia e dimostra che,
contrariamente a quanto si ritiene, i giovani italiani hanno valori
forti». Con queste parole piene di speranza Maria Falcone ha accolto la
nave sul molo del porto di Palermo. Pietro Grasso invece fa un appello
al mondo dell´istruzione: «Oggi il futuro è rappresentato dalle giovani
generazioni. Il mondo della scuola è quello che formerà le classi
dirigenti di domani ed è dalla scuola che dobbiamo alimentare la nostra
speranza di un domani senza mafie».
"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le
conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le
pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana." (J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)
TRENTENNALE DELL’OMICIDIO DI PEPPINO 9 Maggio 1978 – 9 Maggio 2008
“Tra la casa di Peppino Impastato e quella di Gaetano
Badalamenti ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima
volta in un pomeriggio di gennaio, con uno scirocco gelido che
lavava i marciapiedi e gonfiava i vestiti. Mi ricordo un cielo
opprimente e la strada bianca che tagliava il paese in tutta
la sua lunghezza, dal mare fino alle prime pietre del monte
Pecoraro. Cento passi, cento secondi: provai a contarli e pensai
a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane
di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai
a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con
i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in
fondo alla Sicilia.” (Claudio Fava, “Cinque
delitti imperfetti”, Mondatori 1994, p.9)
9 maggio 1978, ore 1,40 il macchinista del treno Trapani-Palermo, Gaetano
Sdegno, transitando in località "Feudo", nel territorio di Cinisi,
avverte uno scossone, ferma la locomotiva e constata che il binario era tranciato.
Avverte il dirigente della stazione ferroviaria che, alle 3,45 chiama per
telefono i carabinieri. Questi accorrono sul posto: dal loro sopralluogo risulta
che il binario è stato divelto per un tratto di circa 40 centimetri e che
nel raggio di circa 300 metri erano sparsi resti umani. La persona deceduta
in seguito all'esplosione viene identificata in Giuseppe (familiarmente Peppino)
Impastato.
Oltre ai carabinieri sul posto accorrono molti curiosi, mentre i compagni
di Impastato vengono tenuti a distanza. I resti vengono raccolti frettolosamente
e il tratto di binario tranciato dall'esplosione viene subito riparato. Si
cancellano così importantissime prove.
La pista seguita dai carabinieri, dalla polizia e dalla Digos è quella dell'attentato
terroristico. A Roma, in via Caetani, nello stesso giorno viene trovato il
corpo senza vita di Aldo Moro; il clima è tale per cui la prima cosa a cui
pensano le forze dell'ordine è che le "teste calde" non possano
che essere affiliate alle Brigate Rosse. [......]
Tutto falso!!....
Il lungo passato di militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli
assassini e dalle "forze dell'ordine" per partorire l'assurda ipotesi
di un attentato terroristico.
Non è così! L'omicidio ha un nome chiaro: MAFIA. [.....]
I compagni di Peppino di Palermo redigono un manifesto con la scritta: "Peppino
Impastato è stato assassinato dalla mafia".
Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino.Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All'interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare". Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un'emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull'ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante". Solo dopo molti anni e parecchie istanze ed esposti della famiglia, il caso viene riaperto. Infatti nel giugno del 1996, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, indicano in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo. Finalmente dopo più di 20 anni, la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione, mentre Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
*****
Riflessioni
"Io sono orgogliosa di essere siciliana.....sono orgogliosa di far parte di questo popolo. E' vero, manca la volontà politica di distruggere la mafia. Eppure quando cammini per le strade, sopratutto in primavera, quello che senti nell'aria non è odore di morte...è odore di zagara...è odore di limoni....Il sole che ti accarezza la pelle... Il rumore del mare....la nostra storia. No, questa è la Sicilia..." Quella....amica di Blog
"La mafia non è solo un problema d'ordine pubblico, ma culturale, da risolvere, quindi, alle radici. La cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi. E' un modo d'agire, di pensare". Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! Peppino Impastato
****
"Le analisi moderne del fenomeno della mafia la considerano, prima ancora che una organizzazione criminale, una "organizzazione di potere"; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, nonché del supporto di certi strati della popolazione. Di conseguenza il termine viene spesso usato per indicare un modo di fare o meglio di organizzare, non necessariamente cose illecite. Quindi il termine "mafioso" può essere utilizzato nel linguaggio comune per definire, per esempio un sindaco che dia concessioni edilizie solo ai suoi "amici" o un professore universitario che fa vincere borse di studio a persone anche valide ma a lui legate o la nomina da parte di un governo di altissimi dirigenti anche capaci ma "politicamente vicini" alla maggioranza di cui il governo è espressione". dall'enciclopedia Wikipedia:
****
"Tanta gente, tanti giudici, che hanno iniziato a dubitare
della pista terroristica (si ricorda che, all'inizio, si disse, da
parte delle Autorità, che Impastato fosse morto nel corso di un
attentato terroristico che stava preparando sulla linea ferroviaria
Palermo-Trapani) e che si sono addentrati nella pista mafiosa sono
morti, uccisi in qualche modo dalla mafia. Il giudice Gaetano Costa, il
sostituto Domenico Signorino, Rocco Chinnici, lo stesso Giovanni
Falcone. Non è stato civile e democratico aspettare un quarto di secolo
per giungere alla verità, noi abbiamno vissuto in un paese dove non c'è
stata legalità" (il tribunale ha condannato il boss Gaetano Badalamenti per l'omicidio, solo nel 2002).
D'altro canto, invece "le persone che hanno cercato di insabbiare
le indagini, sono tutte vive, nessuno è morto neanche per cause
naturali, ed hanno fatto una splendida carriera. Sembra un paradosso". Un'amara riflessione - di Giovanni Impastato.
Non tutti sapevano:
E' partita il 14 aprile da Sanremo la "Veleggiata Antimafia", l'originale iniziativa organizzata in occasione del trentennale dell'uccisione di Peppino Impastato dal "Centro Culturale Peppino e Felicia Impastato" di Sanremo con la collaborazione di Associazione Libera e Acmos e con il patrocinio di Regione Liguria, Prefettura di Imperia, Provincia di Imperia e Comune di Sanremo.
Il progetto prevede il viaggio della barca a vela "Martinez ... impunito", sede mobile del Centro Impastato, da Portosole di Sanremo verso le coste palermitane per una navigazione di circa 700 miglia.
L'arrivo è previsto al porto di Terrasini venerdì 9 maggio in occasione della manifestazione nazionale per il trentennale dell'uccisione di Impastato. Durante le soste (Savona, 14-16 aprile; Genova, 16-17 aprile; Spezia 17-18 aprile; Livorno 20-23 aprile; Anzio 24-28 aprile; Napoli 29 aprile - 2 maggio; Tropea 3-5 maggio; Messina 5-7 maggio) si svolgeranno diverse attività: incontri con scuole, associazioni, enti pubblici e privati, nonché proiezioni di filmati, concerti e spettacoli teatrali.
La veleggiata è concepita come una navigazione a staffetta per portare la pluralità delle testimonianze raccolte. Ad ogni tappa verrà distribuito del materiale sul tema della lotta alla mafia.
Nato a Belpasso (Catania) il 3 dicembre 1870, morto a Catania il 15 settembre 1921. Nino Martoglio esordì nel giornalismo a soli diciannove anni, pubblicando a Catania il settimanale politico-letterario-umoristico il D'Artagnan, interamente ideato e scritto da lui e dove cominciò a pubblicare i suoi versi, apprezzati anche da Carducci.
Nel 1901 iniziò a dedicarsi al teatro, nel tentativo di riproporre il teatro dialettale siciliano alle platee di tutta Italia. Fondò e diresse la Compagnia drammatica siciliana, compagnia teatrale con la quale nell'aprile del 1903 debuttò al Teatro Manzoni di Milano. San Giuvanni decullatu (1908) e L'aria del continente (1910), rappresentano alcune delle opere più famose della sua attività.
La sua maggiore opera, Centona, raccoglie il meglio delle sue poesie. È interamente scritta in siciliano ed è dedicata alla sua Sicilia, che con le sue rime, a volte amare a volte dolcissime, egli seppe dipingere con scene di vita e di costume di incomparabile bellezza.
Vincenzo Bellini (Catania, 3 novembre 1801 - Puteaux, 23 settembre 1835).
Studiò musica prima a Catania, sua città natale, poi a partire dal 1819, grazie ad una borsa di studio offerta dal comune di Catania, si trasferì a Napoli per perfezionarsi al conservatorio. Qui tra i suoi maestri ebbe Nicola Antonio Zingarelli, che lo indirizzò verso lo studio dei classici e il gusto per la melodia piana ed espressiva, senza artifici e abbellimenti, secondo i dettami della scuola musicale napoletana. Tra i banchi del conservatorio conobbe il calabrese Francesco Florimo, la cui fedele amicizia lo accompagnerà per tutta la vita e dopo la morte, allorché Florimo diventerà bibliotecario del conservatorio di Napoli e sarà tra i primi biografi dell'amico prematuramente scomparso. In questo periodo Bellini compose musica sacra, alcune sinfonie d'opera e alcune arie per voce e orchestra, tra cui la celebre Dolente immagine, oggi nota solo nelle successive rielaborazioni per voce e pianoforte. Nel 1825 presentò al teatrino del conservatorio la sua prima opera, Adelson e Salvini, come lavoro finale del corso di composizione. L'anno dopo colse il primo grande successo con Bianca e Fernando, andata in scena al teatro San Carlo di Napoli col titolo ritoccato in Bianca e Gernando per non mancare di rispetto al principe Ferdinando di Borbone. L'anno seguente il celebre Domenico Barbaja commissionò a Bellini un'opera da rappresentare al Teatro alla Scala di Milano. Sia Il pirata (1827) che La straniera (1829) ottennero alla Scala un clamoroso successo: la stampa milanese riconosceva in Bellini l'unico operista italiano in grado di contrapporre a Gioachino Rossini uno stile personale, basato su una maggiore aderenza della musica al dramma e sul primato del canto espressivo rispetto al canto fiorito. Meno fortuna ebbe nel 1829 Zaira, rappresentata a Parma. Lo stile di Bellini mal si adattava ai gusti del pubblico di provincia, più tradizionalista. Delle cinque opere successive, le più riuscite sono non a caso quelle scritte per il pubblico di Milano (La sonnambula, e Norma, entrambe andate in scena nel 1831) e Parigi (I puritani - 1835). In questo periodo compose anche due opere per il Teatro La Fenice di Venezia: I Capuleti e i Montecchi (1830), per i quali adattò parte della musica scritta per Zaira, e la sfortunata Beatrice di Tenda (1833). La svolta decisiva nella carriera e nell'arte del musicista catanese coincise con la sua partenza dall'Italia alla volta di Parigi. Qui Bellini entrò in contatto con alcuni dei più grandi compositori d'Europa, tra cui Frédéric Chopin, e il suo linguaggio musicale si arricchì di colori e soluzioni nuove, pur conservando intatta l'ispirazione melodica di sempre. Oltre ai Puritani, scritti in italiano per il Théâtre-Italien, a Parigi Bellini compose numerose romanze da camera di grande interesse, alcune delle quali in francese, dimostrandosi pronto a comporre un'opera in francese per il Teatro dell'Opéra di Parigi. Ma la sua carriera e la sua vita furono stroncate a meno di 34 anni da un'infezione intestinale probabilmente contratta all'inizio del 1830. Bellini fu sepolto nel cimitero Père Lachaise, dove rimase per oltre 40 anni, vicino a Chopin e a Cherubini. Nel 1876 la salma fu traslata nel Duomo di Catania.
Note biografiche tratte (e riassunte) da WikiPedia
1958-Maria Callas in Casta Diva da Norma (Bellini V.)
La storia dell'umanità è fatta di piccoli e grandi cambiamenti. Sono gli uomini a provocarli, con le loro scelte, le loro decisioni.
Gli anni ’60 rappresentano per il nostro paese un’epoca di profonde trasformazioni sociali, per le quali si è spesso parlato di una vera e propria “rivoluzione dei costumi”.
In Sicilia sono tanti i fatti di cronaca di quel periodo che si pongono in aperta rottura con la tradizione, a testimonianza del forte processo di mutamento sociale in atto. Nel dicembre del 1965, siamo ad Alcamo, in provincia di Trapani. Franca Viola, una ragazza appena diciottenne, viene rapita e violentata da un mafioso della zona (Filippo Melodia). Un fatto che, a quel tempo, non era considerato "grave". Il Melodia infatti, respinto dalla ragazza, ha una bella pensata: la rapisco, la violento e poi la sposo ( magari mi faccio aiutare da 12 amici caso mai dovesse ribellarsi). E anche se lei dovesse opporsi, il padre acconsentirà, ne va dell’onore di una famiglia. E invece lei, la protagonista di questa commovente storia, si oppone per la prima volta alla consuetudine del “matrimonio riparatore”, rifiutando di sposare chi l’aveva rapita e violentata e denunciando il suo aggressore ed i suoi complici, divenendo per tutti il simbolo di una rinascita della condizione femminile. Su tutta la stampa nazionale e locale nasce un ampio dibattito: si tratta di un evento di quelli che segnano una vera e propria svolta nei costumi dell’isola. Filippo Melodia viene condannato a 11 anni di carcere ridotti poi a 10. Nel 1968 Franca Viola, ascoltando il suo cuore ha sposato Giuseppe Ruisi, il ragazzo con il quale era fidanzata dall’età di quattordici anni e che mai l’ha abbandonata, neanche quando Franca rifiutò la sua proposta di matrimonio per paura che lo stupratore Filippo Melodia, come aveva minacciato, lo ammazzasse. Melodia invece, uscito dal carcere nel 1976, finirà assai male: il 13 aprile del 1978 si ‘scontra’ con una lupara e muore. A sua insaputa, Franca era diventata l’icona del primo rifiuto, in Sicilia, del matrimonio che ripaga il disonore, della libertà di scegliere, della dignità, per tutte quelle donne che dopo di lei avrebbero subito lo stesso trattamento. La vicenda di questa donna coraggiosa fece talmente scalpore che nel 1970 dalla sua storia fu tratto un film del regista Damiano Damiani intitolato “La moglie più bella”. Protagonista femminile nei panni di Franca era Ornella Muti.
Figlia di Terone di Agrigento e moglie del tiranno di Siracusa Gelone. Damarete è una delle tante donne ad essere stata protagonista della storia siciliana. Infatti ebbe un ruolo molto importante ed anche il primo nel suo genere.
Nel 480 a. C. si concluse la battaglia di Imera, che vide combattere e vincere i siciliani contro i cartaginesi.
Fu grazie a Damarete che i cartaginesi furono liberati, ma in cambio pretese ed ottenne che nel trattato di pace fosse inclusa una clausola che proibiva ai cartaginesi di sacrificare al dio Baal i figli maschi primogeniti giunti al decimo anno di età. Infatti i bambini venivano lungamente torturati e poi offerti in sacrificio a questo dio per placare le ire e chiederne favori.
I cartaginesi, non solo accettarono la clausola ma le regalarono una corona d’oro dal peso di cento talenti. Da questa corona fece coniare una moneta che lei stessa chiamò “Demareteion” facendone dono alla popolazione.
Fu la prima volta che la voce di una donna si elevò in difesa dei bambini.