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Storie di SiciliaRiporto qui integralmente un'articolo della Dott.ssa Fara Misuraca, microbiologa (Università di Palermo) e storiografa. Tratto da " Il Brigantino - Il Portale del sud " Sarà questo un mio sfogo un pò federalista, ma ha l'intento di far conoscere, ricordare ed unire anzichè dividere!! La Sicilia è un luogo, "un topos", che si può sfogliare come un libro, un libro che racconta la storia del mondo mediterraneo, del nostro mondo. Roger Peyrefitte ha scritto nel 1952, nel suo libro Du Vesuve a l'Etna che "nessuna isola erge sull'orizzonte della nostra civiltà una fronte più radiosa della Sicilia. Tre volte, nel corso dei secoli, fu il più fulgido centro del mondo mediterraneo". Sì, almeno tre volte, quando ha espresso la cultura mediterranea in forma greca, in forma araba ed in quella Normanno-sveva. Sbagliava perché ci sono state altre epoche di grande cultura, praticamente misconosciute o occultate da una cultura a senso unico. Nel periodo greco (ma con "greco" non s'intende colonia o "sottoposta": infatti le città erano libere senza legame alcuno di vassallaggio ad Atene) la Sicilia ha prodotto geni matematici come Archimede, di cui tutti conosciamo i contributi, a tutt'oggi validi, alla fisica, alla matematica ed al calcolo infinitesimale. Oppure come il filosofo Gorgia da Lentini (re della dialettica) o, ancora, come il poeta Stesicoro, il poeta dei sentimenti. Da ricordare lo storico Diodoro d'Agira, che per primo scrisse una storia universale ed Epicarmo, il primo commediografo, che non sarà stato più bravo di Aristofane, ma ha inventato il genere! E che dire di Archestato di Gela che scrisse il primo libro di culinaria? e del poeta Teocrito che Virgilio considera suo maestro? Ci sono stati anche politici di grandi intuizioni, come Agàtocle da Siracusa, che per primo tentò l'unificazione delle regioni del meridionali d'Italia, intuendo che poteva derivarne una grande potenza economica e politica. Infine, per citare Santi Correnti, la pagina più interessante e più civile della Sicilia "greca" è quella del trattato di pace del 480 A.C. dopo la battaglia d'Imera, in cui i Siciliani imposero, tra le altre cose, ai Cartaginesi sconfitti, la rinuncia ai sacrifici umani. Fulgido esempio di civiltà fin dal V secolo a.C. Nel periodo Arabo la Sicilia e i Siciliani stupirono l'Italia e l'Europa. Meravigliosi tessuti, provenienti dai nostri opifici inondarono l'Europa, e l'uso della carta, e delle paste alimentari (gli spaghetti e i maccheroni, per intenderci), gli agrumi, il riso (di cui oggi vanno fiere le regioni del nord, dimenticando che siamo stati noi, dalla Sicilia a diffonderle nel continente!), i sistemi di canalizzazione delle acque. E vogliamo una curiosità? La città del Cairo fu fondata il 9 luglio del 969 da un arabo siciliano: Giawar da Palermo! Dopo gli Arabi, arrivarono i Normanni e gli Svevi (anche loro non per reprimere e sfruttare, ma per integrarsi, loro a noi). Questa miscela di popoli e culture rese la Sicilia un modello per l'Europa. Nel periodo normanno in Sicilia assistiamo alla nascita del regno più moderno e meglio organizzato d'Europa. Qui, in Sicilia si ebbe il primo Parlamento, nel 1129, con Ruggero II. L'Inghilterra lo ebbe solo nel 1264). Si ebbe il primo Stato "burocratico", vale a dire basato su funzionari e non su una organizzazione feudale (vassalli, valvassori e valvassini). Si ebbe il primo stato "laico", indipendente dalla chiesa di Roma e soprattutto si continuò, come nel periodo arabo, ad applicare uno spirito di tolleranza religiosa e civile che nel resto d'Europa sarà riconosciuta solo nel 1598 (cioè ben quattro secoli dopo) con l'editto di Nantes di Enrico IV di Francia. I nostri connazionali non riescono a riconoscercelo tutt'oggi!! Dal punto di vista culturale la Sicilia Normanna e Sveva annovera studiosi come Aristippo da Catania, che precorse l'umanesimo traducendo in latino autori come Aristotele, Platone e Diogene e, a Palermo, alla corte di Federico II nacque la letteratura italiana. Federico infatti, fu animatore, protagonista e creatore della famosa Scuola Poetica Siciliana ove confluirono rimatori ed uomini di cultura del periodo e che tanta parte ha avuto nel dare l'avvio alla letteratura italiana in volgare come testimonia lo stesso Dante Alighieri nel "De vulgari eloquenziae" e Petrarca nel "Trionfo d'Amore". Non solo in questi periodi, ma anche in altri successivi, la cultura siciliana ha dato luminosi esempi di avanguardia e intelligenza. Ricordiamo la proposta dell'abolizione della pena di morte del palermitano Argisto Giuffredi del 1580 (Beccaria sarebbe nato 2 secoli dopo), e, durante il periodo borbonico, gli scritti femministi di Isabella Bellini e Genoveffa Bisso del 1753 e di Vincenzo Di Blasi del 1737. Ricordiamo che Pietro Pisano fu il primo in Europa a capire che i pazzi non erano degli indemoniati, ma solo dei poveri malati da trattare con umanità e come tali li curò nella Real casa dei Matti, dove sperimentò anche la musicoterapia al posto dei letti di costrizione e delle pene corporali, così tanto in voga in Italia e nel resto d'Europa. Accade, invece, che quando si parla della Sicilia la maggior parte delle persone, anche di buona cultura, è portata ad identificarla in blocco con la mafia, con fichi d'india isolati in brulli paesaggi, con coppole nere e con donne, anch'esse "nere, per i veli", urlanti dietro una bara. Per anni il cinema italiano e la televisione hanno usato burlescamente la nostra lingua, dileggiando il povero contadino meridionale per la pronuncia e per i suoi errori di grammatica come se un contadino veneto, lombardo, piemontese o del centro nord in genere, si esprimesse correntemente in versi aulici. Un popolo di circa 5 milioni di abitanti viene accomunato "in toto" o ad un gruppo di feroci e spietati delinquenti (la mafia) o ad uno stereotipo d'avanspettacolo (inesistente nella realtà). Senza voler per questo minimizzare il fenomeno delinquenziale della mafia o le sacche di analfabetismo, è tuttavia d'obbligo puntualizzare che la storia della Sicilia e dei siciliani non può essere ridotta alla storia della mafia o del povero contadino ignorante. Ignorante di che poi, della lingua italiana, che la maggior parte degli italiani sconosce, mentre il nostro contadino, come tutti i contadini, è buon conoscitore delle sue tradizioni? Vorrei concludere questa mia introduzione ricordando solamente che a Torino, capoluogo del Piemonte, che per primo ci ha accusati di inciviltà e arretratezza se guardano la basilica di Superga, sappiano che l'ha costruita un siciliano, Filippo Juvara. Così come il palazzo reale di Stupinigi. Così per l'università di Torino, riformata da Francesco D'Aguirre di Salemi. Che sappiano anche che il palazzo reale di Madrid è su disegno dello Juvara. Così l'Osservatorio Ximeniano di Firenze, fondato nel '700 da Leonardo Ximenes trapanese, che il policlinico di Roma è al 50% merito, con guido Baccelli, romano, di Francesco Durante di letojanni. E, chicca sulle chicche, l'enciclopedia Treccani (a capitale lombardo, dal signor Treccani solo soldi) aveva Giovanni Gentile, Calogero Tumminelli e Antonio Pagliaro - tutti Siciliani D.O.C. - rispettivamente come responsabile culturale, editoriale e redazionale. E per la musica, le lettere, le arti? Non saprei quando fermarmi: Scarlatti, Bellini, Verga, Tempio, Martoglio, de Roberto, L. Lombardo Radice, Pitré, Meli, De Roberto, Lampedusa, Pirandello, Maiorana, Cannizzaro, Antonello, Serpotta, Rutelli, e così via, se dovessi continuare... Vincè
La perla del mediterraneo La
Sicilia, una delle isole più importanti del Mar Mediterraneo,
è forse la terra che più delle altre offre uno
dei migliori scenari culturali e folcloristici in grado di
provocare nel visitatore grande suggestione ed emozione.
Culla di passate e varie dominazioni come quella dei remoti Fenici, Greci e Bizantini e dei “più vicini” Normanni, Spagnoli ed Austriaci. Crocevia di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie dalle radici che affondano nelle tradizioni greche, nella religione e nelle più profane credenze popolari. Queste sono solo alcune definizioni di tale isola che offre un’alta concentrazione artistica ed umana dai significati e contenuti elevati e profondi che contribuiscono ad aumentarne il fascino e la magnificenza. Contribuiscono ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, inoltre, la sua storia millenaria, il fatto d’essere la patria di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti, le sue tradizioni ed i suoi valori. Se a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne, lo splendore dei suoi monumenti, la bontà della sua cucina e la cordialità e forte senso dell’ospitalità dei suoi abitanti, si evince che la Sicilia offre uno scenario complessivo davvero unico nel suo genere. Ed essere siciliano è un vanto. Dedico questo video di Ficarra e Picone Vincè
La 'nciuria
La 'nciuria è il soprannome siciliano…è una delle forme più espressive dialettali e piu comuni…ancora oggi in piccoli centri molta gente viene riconosciuta più per la ‘nciuria che per il suo cognome. Per un lasso di tempo sembrò che i soprannomi stessero scomparendo, oggi col ritorno al proprio dialetto addirittura c’è chi dopo il cognome firma col soprannome ricevuto dal popolo del suo paese. L’interpretazione dei soprannomi non è sempre semplice, alcuni rimangono enigmatici, misteriosi…esso può prendere lo spunto da una parola storpiata, da un grido, da un modo di dire, da un’azione quotidiana, per scherno o per vendetta,sul lavoro e nel tempo libero e tanti soprannomi composero il vero e prorpio cognome…Vicenzu figghiu di Giuvanni oggi è Vincenzo Di Giovanni.
Vi cito qualche 'nciuria che mi torna in mente, che sentivo dire in paese da piccola… Occhidaremi (occhii d’oro, occhi bellissimi)-Fadetedda (la fadetta o faretta era il grembiule da cucina…si diceva ad un uomo col carattere debole, quasi femminile)-Annacatipalli (dondola palle…ad uno che viveva nell’ozio)-40 sarmi (40 salme, misura terriera…ad uno ricchissimo)…ricordo la nciuria di un certo Ciccio (non faccio il cognome perché il figlio adesso onorevole )…Ciccu l’italianu perché con scarsissima cultura, ma molto ricco si atteggiava a superuomo sfoggiando il suo italiano maccheronico, con i relativi strafalcioni. Anche i vecchi soprannomi ci portano ad una riflessione delle nostre radici culturali, alle tradizioni, alla forma primaria di comunicazione tra le diverse comunità e i diversi ceti.
Stella
Li nostri abbanniaturi
Quant'era buono quel latte munto all'istante dentro "lu cicaruni" (il tazzone)...davanti ad una casetta alla periferia di Alcamo (oggi diventata Viale Europa) dove trascorrevo da bimba insieme ai miei genitori gli ultimi giorni d'estate, dopo il mare e prima di ritirarci per l'inverno in paese,passava ogni sera alle 18.30 puntualmente lu "picuraru" (pastore) con le sue capre...non era necessario che "abbanniassi"...c'era il suono delle campane legate al collo delle capre che segnava il suo arrivo...sento ancora la voce di mia mamma :"Stella, il latte..." e io correvo a prendere quel tazzone di "ferro smaltato" bianco con il bordo superiore blu...e bevevo il latte appena munto, ancora caldo con la sua schiuma che mi lasciava " i baffi"...ora che ci penso pure il secchio per lavare i pavimenti era bianco con la riga blu!... Questo mio post nasce dall'ascolto della canzone del nostro blog cantata dai Tinturia...se l'ascoltate bene parla dei vecchi mestieri dei nostri ambulanti...il venditore di uova, tenute in un cesto...a casa ricordo le uova per mantenerle fresche venivano messe in un barattolo con il sale...ci si svegliava presto per le grida di "lu conzalemmi", le donne uscivano al suo passaggio...chi con un piatto rotto, chi con la brocca, e lui con il filo di ferro e mastice univa i cocci...la figura del "conzalemmi" fu immortalata dal nostro Pirandello ne "La Giara"..."l'ammola cutedda" (arrotino) e "lu paracquaru" (l'ombrellaio) erano provvidenziali per poter usare vecchie forbici, coltelli e ombrelli...indimenticabile la figura del "cancia capiddi"...le donne alla fine della propria pettinatura raccoglievano i capelli caduti a terra, ne facevano un gomitolo che poi davano in cambio di un "pettini strittu", il pettine d'osso dai denti molto stretti che spesso si passava in testa ai bambini per assicurarsi che non ci fossero "ospiti indesiderati" (pidocchi). A casa dei miei, esisteva quella che ora chiamiamo cantina, tutt'attorno alla stanza c'erano le giare contenenti l'olio prodotto dalla nostra campagna...si sa che l'olio "arripusannu" depone "la murga" (residuo) che per la serie non si buttava nulla, mia mamma la dava in cambio del "sapuni moddi" (sapone molle giallo che ancora esiste in commercio)...chiedo al nostro chimico la reazione chimica di questo prodotto. Oggi abbiamo l'oroscopo che ci predice il futuro giornaliero, allora c'erano le zingare, con le loro bellisisme gonne variopinte, che tenevano al collo una cassettina con tante bustine contenenti previsioni scritte preconfezionate e buone per ogni occasione; sopra la cassettina un gabbietta con un pappagallo, la bestiolina prendeva con il becco una busta e la zingara leggeva "la vintura" (il destino); per le strade dei paesi si incontravano i carretti colmi di pentole, ombrelli, sedie col fondo di compensato, recipienti di latta per liquidi, bambole e li "busi" per lavorare a maglia...una sorta del nostro vò cumprà di oggi. Molto importante era la figura di "lu varveri" (il barbiere)...nella sua postazione succedeva di tutto...non solo taglio di capelli e rasatura di barba con "lu liccasapuni" (rasoio), ma anche si medicavano piccole ferite con "li sanguette", si estirpavano denti, si giocava a carte, si "sparlava" di tutti e di tutto, si organizzavano piccoli concerti con chitarra e fisarmonica,il profumo di lavanda accompagnava per tutto il giorno chi andava da barbiere... lo stesso odore lo portava quel calendarietto di fine anno che veniva regalato ai clienti con la sua cordicella pendente e "lu giummiddu"...all'interno c'erano raffigurate donnine seminude voluttuose...beh, il calendarietto l'uomo cervava di tenerlo nel taschino della giacca al riparo degli occhi delle mogli o delle madri. Tutti i giorni c'erano "lu spazzinu" e "lu scupastrati" (operatori ecologici) che raccoglievano l'immondizia casa per casa, mentre passava per le vie "lu cannaru" con le sue lunghissime canne, senza le quali non si poteva stender la biancheria...c'era pure un detto-indovinello "chiù chi grossa e longa è, pi li fimmini megghiu è"...non è un detto porno...ahahah, stava a significare che la canna più era lunga e grossa per la donna migliore era per stendere i panni. Ma la figura molto pittoresca e caratteristica per eccellenza della nostra Sicilia era "lu carritteri", festosamente vestito colorato con il suo fazzoletto bianco che faceva capolino dal taschino della giacca di velluto marrone e pataloni in fustagno. Il carrettiere era una sorta di dongioavnni, perennemente innamorato e molto sensibile al fascino femminile, amava molto la musica e il canto e nelle sue mani non mancava mai quello strumento che cambia nome da provincia a provincia :lu marranzanu o 'nganna larruni (inganna ladroni) o mariolu. Questi erano alcuni dei personaggi della vecchia nostra cara Sicilia, tanti mestieri sono andati perduti con l'avvento della tecnologia, alcuni, rimodernati, li troviamo ancora...ciò che non esiste più è la "calma del siciliano"...il siciliano lavorava e il suo lavoro lo svolgeva con grande attenzione, ma tutto si svolgeva con il tempo dovuto,"cu lu sò tempu" rispettando i tradizionali riti e accompagnandosi con canti e allegri racconti...oggi anche noi siciliani, come il resto dle mondo siamo presi dalla frenesia del tempo che fugge...non ci fermiamo più ad ammirare la bellezza della terra su cui camminiamo. SicilianitàL'amica ...Le Sens Du Contresens... ha commentato nel nostro Blog con un testo di Gesualdo Bufalino, L'isola plurale, tratto dalla raccolta Cere perse.
Non potevamo perde questa rappresentazione della nostra sicilianità, tra le centinaia di commenti.
Non riporto tutto il testo, per brevità, ma puo' essere letto interamente QUI.
[...]Vi è una Sicilia "babba", cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia "sperta", cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode.
Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male.
Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull'ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l'oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l'espatrio o ci lusinghi l'intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario.
L'insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore.
Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.[...]
Vincè
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