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    Tripudio di colori


     

     

    Arriva l’autunno in un tripudio di colori, profumi e sapori. Gli alberi, sovrani incontrastati dei nostri spazi sterminati, si tingono delle sfumature piu’ calde e accese del rosso, del giallo e dell'arancio. E’ davvero una festa... uno spettacolo grandioso che la natura offre generosamente ai nostri occhi, ma del quale noi, presi dal vortice dei nostri affari, spesso non ce ne accorgiamo neppure.

    Con l’autunno le campagne si popolano di contadini per la festa dell’uva… è tempo di vendemmia, ma forse dovrei usare un verbo al passato, considerando l’arrivo della meccanizzazione, che certamente ha garantito guadagni di tempo, ma ha tolto tanta ma tanta allegria e colore.

    Ho un ricordo forte e indimeticabile della vendemmia dei miei tempi di bimba… riesco quasi a commuovermi quando penso com’era tutto diverso.

    Dopo la stagione balneare passata ad Alcamo marina ci si trasferiva nella campagna dei miei… tra quelle terre mi sentivo più piccina di com’ero… ricordo le camere enormi del cascinale antichissimo dei miei avi con i letti alti per i materassi di crine poggiati su tavole e gli antichi “trispiti” … i lumi a petrolio perché a quei tempi in campagna l’energia elettrica ce la potevamo solamente sognare,il baglio col pozzo, accanto al quale la “pila” di pietra e una sorta di lavello basso sempre in pietra dove i contadini la sera si lavavano i piedi…, le casette dei contadini tutt’intorno (allora ci si abitava accanto al terreno per coltivarlo bene)… il grande macasenu” (magazzino) contenente file lunghissime di botti per il mosto, tutte numerate e le collane di zolfetti … ancora nel baglio un forno a legna dove ogni mattina si faceva il pane… giuro che sento in questo momento l’odore del pane misto a quello della legna bruciata… la stalla con le mucche… l’orticello vicino al cascinale con tutte le verdure utili al fabbisogno familiare e poi queste distese di terra coltivate a vigneti e ulivi.

     

     

     

    Il giorno i contadini stavano tra le viti a raccogliere l’uva… c’era l’andirivieni dei muli con addosso i tini colmi di acini biondi e bruni, altri contadini catapultavano i grappoli colorati in tini ancora più grandi  per esser passati poi dentro la macchina atta alla pigiatura e l’eliminazione dei graspi... montagne di “vinazzu” sulle quali noi bimbi ci buttavamo a giocare con la disperazione delle nostre mamme per il colore prugna che assumevano i nostri vestiti... altro che play-station.

    La sera poi era una festa veder arrivare i contadini… forse un po’ stanchi ma sempre allegri con i "rossetti" sulle guance… con le loro canzoni accompagnate da corde di chitarra… con le loro cene su tavoli lunghissimi improvvisati poggiati per l'occasione su pezzi di legno… i piatti, di ferro smaltato bianchi con il bordo blu, colmi di insalatone profumatissime… allora non si mangiava ogni sera il filetto!

    Altri tempi ormai andati, ma che sicuramente mi hanno incultato valori meravigliosi, valori che io cerco con tutte le mie forze di rispettare ancora oggi, in questo tempo dove tutto sembra non contare più nulla.

    Buon autunno a tutti...    

     


           Stella

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    Il "mio" giorno dei morti...


    Citazione dal blog di Rossella



    I miei ricordi profumano di vaniglia e luccicano di luci colorate.
    Non avevamo esperienze di defunti e noi bambini eravamo lontani dal dolore e dal colore nero legato al lutto.
    La sera di ognissanti in gran segreto dopo che eravamo andati a dormire, i miei genitori preparavano il tavolo con i regali che avremmo trovato la mattina appena svegli. Noi non avevamo paura dei morti. Ci portavano i regali. Parenti defunti che non avevamo mai conosciuto ci portavano i regali ed un  meraviglioso cesto con "A pupa i zuccaru" e la Martorana...
    Non so quando ho preso coscienza che non era cosi' ma è stato bello continuare a crederlo.
    I miei primi pattini a rotelle, la prima bicicletta, le bambole erano momenti di gioia indescrivibile.
    Al di la' degli oggetti erano l'aspettativa e l'atmosfera ad essere sensazioni meravigliose.
    Oggi so cosa è il dolore e lego il colore nero al lutto ma mi è rimasto l'amore per la tradizione.
    Ancora oggi se posso mi preparo un piccolo cesto.
    Oggi non metto piu' la bambolina di zucchero ma metto la frutta di pasta reale (marzapane), i biscotti ed i cioccolatini...
    E mi nutro dei ricordi.
    Non so se i bambini di oggi vivono tali meravigliose sensazioni. Non so se i loro genitori stanchi e stressati siano capaci di creare per loro tali atmosfere.
    Ma vi dico una cosa.
    Se oggi non li vivono saranno defraudati di qualcosa di molto importante.
    Qualcosa che  non potranno ricordare.
    Il profumo ed il calore delle tradizioni.

          Rossella
       

    In ricordo di Paolo Borsellino


     

    " Chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ne ha una volta sola. "

    Paolo Borsellino

    **********************

    " La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. "

    Paolo Borsellino

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    " Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno. "

    Paolo Borsellino

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    Sedici anni dalla strage di via D'Amelio.
    Sedici anni dalla morte del magistrato Paolo Bosrsellino e dei suoi agenti  -
    Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

    Citazione di oggi: Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano
    « Ricordare tutti coloro che hanno pagato con il sacrificio della vita i servigi resi alle istituzioni,
    contribuisce in modo determinante a diffondere la cultura della legalità contro ogni forma di violenza e sopraffazione ».


    Io lo ricordo con le parole di un suo caro amico
     
     

     


          Vincè

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    Lo sbarco americano a Gela

     
    Operazione Husky - Lo sbarco americano a Gela
     

     
    La notte tra il 9 e il 10 Luglio 1943 fu “la notte più lunga” per la popolazione di Gela. "Operazione Husky" è stata chiamata, le forze Alleate britanniche, americane e canadesi sbarcarono sulle spiagge della Sicilia, ancora controllata dalle forze dell’Asse.
     
    Lo sbarco in Sicilia fu la seconda più imponente operazione offensiva
    organizzata dagli Alleati nella seconda guerra mondiale,
    la più vasta in assoluto nel settore del Mediterraneo.
     
    Nell’arco di terra tra Licata e Siracusa si riversarono 160.000 soldati;
    4000 aerei da combattimento e da trasporto fornirono l’appoggio dal cielo
    mentre nel mare ci furono 285 navi da guerra, due portaerei e 2.775 unità di trasporto.
     
    Fu così che iniziò l’invasione dell’Europa e le sua liberazione dal nazi-fascismo.
     
    A Gela lo scontro avvenne tra la VII Armata americana
    al comando del Tenente Generale George Patton 
    con la Divisione “Livorno” e parte della Divisione “Goering” tedesca.
     
    Violenti furono i bombardamenti dalle numerose navi e dagli aerei americani sulla piana di Gela.
     
    La superiorità dell’esercito americano fu grande e ben poco riuscì la nostra controffensiva.
    Persero la vita circa 900 americani, 820 italiani e 700 tedeschi.
     
    Una pagina di storia della città di Gela, una pagina di storia di appena 64 anni fa.
     
    Per approfondimenti vi segnalo i seguenti link :

    http://www.romacivica.net


          Vincè

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    BALLANDO “MONNA LISA” CHEEK TO CHEEK


      

    BALLANDO “MONNA LISA” CHEEK TO CHEEK

    Spesso i nostri sguardi nei mattini si incrociavano e si cercavano, mentre andavamo a scuola:lei dalle suore ed io allo scientifico


    L'agosto del '53, dopo la maturità, sul treno per Palermo, conobbi un coetaneo, Franco, che come me vi andava per un concorso. Quando sentì qual’era il mio nome esclamò: "Ah, allora quel tanto desiderato Nino di cui mi parlano sempre le sorelle Sasà e Pinella sei tu" Da come mi descrisse Sasà capii che era lei, la ragazza degli sguardi del mattino.

    L' estate successiva le incontrai durante una festa a casa di Gianna. E fu come se ci conoscessimo da sempre: ballai tutta la sera con Sasà, cheek to cheek, "Monna Lisa" e quando non ballavamo sedevamo vicini, guardandoci negli occhi senza parlare. Fui invitato ad andare al mare, nella loro cabina e notai più volte che un ragazzo, Pippo, appartenente ad una delle più ricche famiglie di Catania, faceva di tutto per attrarre l' attenzione di Sasà.

    Lasciai Catania nella terza decade dell' ottobre 1954, sapendo che vi sarei tornato solo per brevi periodi di vacanza e con Sasà ci fu qualche lettera non impegnativa.

    A Natale, la prima vacanza, fui invitato da Pinella a una festa a casa di amici. Pippo, presente anche lui, cotto com' era di Sasà, quasi tutta la serata fece l'impossibile per attrarre l’ attenzione di lei, nonostante la sua apparente indifferenza.

    Il giorno dopo incontrai Franco e gli dissi testualmente:" Vedi, Franco, io non sono il ragazzo che ci vuole per Sasà: la professione che sto per intraprendere mi terrà sempre lontano da quì e lo stipendio potrà solo consentirmi di darle da mangiare al massimo pane e patate. Per lei va bene Pippo. Faglielo capire.".

    Incontrai Sasà di nuovo nella primavera del 1958: era fidanzata con Pippo, momentaneamente assente da Catania, in servizio militare. La sorella mi invitò ad andare a ballare in un circolo privato e ci ritrovammo ancora io e Sasà, cheek to cheek, a ballare "Monna Lisa", senza parlare.

    Partii per Torino pochi giorni dopo.

    Lei si laureò nel 1959 e sposò Pippo.

    Nel giugno del 1982 a Catania incontrai Pinella. Andammo a cena insieme e lei, raccontandomi la poca fortuna del matrimonio di Sasà, mi disse; "Dovevi sposarla tu".


     
               Nino

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    BREVE AMORE DI RAGAZZO


         

    Alessandra e “The man I love”

    A Catania la stagione dei bagni alla Plaja si dilatava fino alla prima decade di Ottobre, quando i bagnini completavano lo smontaggio delle cabine. E la prima decade di ottobre era il periodo delle piogge alluvionali che dicevano che l’ estate era finita.

    Tra noi studenti sportivi ci si conosceva un po’ tutti ed io ero sempre il più giovane delle comitive di almeno due anni ed il meno esperto nelle cose dell’ amore

    Nel ‘49, in attesa che riaprissero le scuole, con Silvestro continuavamo ad andare al Lido Azzurro, quello più chic allora.

    Lì mi presentò a Sandra, una formosa sedicenne dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli biondi, che mi mostrò da subito una certa simpatia. Si giocava a tamburelli sulla sabbia, quando un acquazzone ci costrinse a ripararci dentro alla cabina. Eravamo noi due soli. Mi diede l’ asciugamani dicendomi:” Per favore, asciugami le spalle”. Amichevolmente mi dedicai all’opera e lei cominciò a canticchiare la versione italiana di “The man I love”: “Per sempre ti amerò - se tu vorrai - l’amante tua sarò - finchè vivrai…..”

    Non avevo ancora 15 anni e continuai a cantare assieme a lei, proseguendo con la versione americana: allora noi ragazzini bene cantavamo solo canzoni in lingua originale e ce ne facevamo un vanto.

    Continuai ad asciugarla anche quando si girò con gli occhi lucidi.

    Quell’ acquazzone segnò la fine dell’ estate e delle allegre proposte di Sandra.

    Seppi poi che aveva sparso in giro la voce che ero un ragazzo che non dava troppe confidenze…..

    Non l’ ho più rivista …..


     
             Nino

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    KU' SI SKORDA LU SO' PASSATU ESTI KUNNANNATU A RIKUMINZARILU

     

    Questa frase, presa a prestito dal pensiero di Primo Levi, è stata anche il motto dell'associazione culturale "Sicilia Nostra" (assocazioni kulturali di ricerka e prujettazioni pi la rinascita murali e ekunomika di la Sicilia e di lu Meditirraneu). L'associazione, sorta a Caltagirone, aveva lo scopo di promuovere la rinascita morale dei siciliani che, come tutti i popoli riuniti in una Nazione, si sarebbero dovuti riconoscere in una propria lingua. Da questo presupposto, nasce l'attività del promotore e fondatore dell'associazione, l'architetto Nicastro che, con un' assoluta dedizione, cominciò a studiare la possibilità di creare una vera lingua siciliana, unitaria. Studioso attento dell'esperanto, il Nicastro giunse a comprendere le radici storiche del nostro dialetto e a fornirne una grammatica ed anche una fonetica. Presi parte anch'io al progetto associativo e, poichè mi serviva un alloggio dove abitare (studente all'Istituto d'Arte per la ceramica), mi proposi come "ospite dimorante" della sede, in cambio della somma locatoria di £ 20.000. Sì, ma che sede! Un palazzo nobiliare del '700, in rovina, ma enorme, su due piani e decine di stanze, tappezzerie di broccato, pianoforte a coda, ori zecchini, maniglie di porcellana e tutto il resto (c'era anche il wc originale di terracotta invetriata). Oggi, pare che il palazzo sia diventato, ahimè, un lussuoso ristorante e l'associazione non esiste più. Però mi è rimasta la tessera. 

    tessera


     
             Angelo

    Peppa la cannoniera

     
    L'amica e commare... syliael , spinta dal voler anche lei contribuire all'arricchimento del nostro blog,
    ci ha segnalato tempo fa un avvenimento Catanese che sta tra il reale e la leggenda.
    Il soggetto è una eroina patriota di mome Peppa (Giuseppa), "la cannoniera" come 'nciuria.
    Non potevamo perde anche questo racconto, ringraziando la nostra amica e tutti gli amici che stanno cercando a loro modo di collaborare con noi.

     
    Estratto da Salvatore Lo Presti, "Fatti e Leggende Catanesi", Studio Editoriale Moderno, Catania, 1938.

    PEPPA, LA CANNONIERA
      
    Era nata a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, ed il suo vero nome era quello di Giuseppa Bolognara.
    Però, per i catanesi, essa fu e rimarrà sempre «Peppa, 'a cannunèra»: una delle più care figure dell'insurrezione del 31 maggio 1860 contro gli ultimi sostegni della crollante tirannide borbonica.
    I cultori delle patrie memorie non ignorano quanto avvenne in Catania in quella storica giornata, in cui le squadre catanesi, pur essendo male armate, tennero coraggiosamente testa, per ben sette ore, a oltre duemila borbonici.
    Fu appunto in quella giornata che il valore di Giuseppa Bolognara rifulse in due episodi, tuttora vivi nella memoria dei catanesi: il primo, avvenuto nei pressi della Piazzetta Ogninella, e l'altro, nella Via Mazza, in prossimità dell'attuale Piazza San Placido.
    Ferveva accanito il combattimento ai Quattro Canti contro le soldatesche borboniche, le cui maggiori forze erano concentrate in Piazza degli Studi; dietro una barricata fornita di due pezzi di artiglieria da campagna.
    Gli insorti, con l'aiuto dei Giuseppa Bolognara riuscirono a trasportare un cannone alle spalle dei borbonici, piazzandolo nell'atrio del Palazzo Tornabene, nella Piazza Ogninella. Aperto di colpo il portone del palazzo, il pezzo venne scaricato dietro i nemici, che, colti di sorpresa,
    si diedero a precipitosa fuga, riparando in Piazza degli Studi e nel Palazzo Comunale, abbandonando un cannone sulla via.
    Sorse, allora, il proposito, da parte di Giuseppa Bolognara e degli insorti, di sfruttare le conseguenze del colpo fatto: impadronirsi, cioè, del pezzo nemico.
    Ma tutti gli sforzi per raggiungere lo scopo riuscivano vani, perchè dalla Piazza degli Studi i soldati borbonici sparavano senza posa e non permettevano nessuna sortita.
    Fu Peppa che; nel frattempo, aguzzò l'ingegno: prese una lunga e robusta fune, fece un cappio e, standosene al coperto dietro la cantonata della casa Mancino, lo lanciò sul pezzo abbandonato.
    Il tentativo riuscì a perfezione, provocando negli astanti il più vivo entusiasmo.
    Il secondo atto eroico di Peppa è così narrato dallo storiografo Vincenzo Finocchiaro (1):
    «Era già mezzogiorno, e gli insorti avevano quasi esaurito le munizioni, sicchè il loro attacco incominciò ad infiacchire; di ciò si accorse il generale Clary, che cercò con una carica di cavalleria per la Via del Corso (l'attuale Via Vittorio Emanuele) di aggirare la destra dei suoi avversari.
    Giusto in quel punto, un gruppo di insorti, con alla testa Giuseppa Bolognara, sboccava in piazza S. Placido dalla cantonata di Casa Mazza, trascinando il cannone guadagnato ai borbonici, per cercare di condurlo sul «parterre» di casa Biscari e lanciare qualche palla contro la nave di guerra che già bombardava la città,
    coadiuvata dal fuoco di due mortai posti sui torroni del Castello Ursino. Appena però quei popolani sboccarono sulla Via del Corso, videro in fondo a Piazza Duomo due squadroni di lancieri che si apparecchiavano alla carica. Temendo d'essere presi, scaricarono all'improvviso i loro fucili, abbandonando il cannone già carico;
    ma Giuseppa Bolognara restò impavida al suo posto e con grande sangue freddo improvvisò uno stratagemma dando nuova prova del suo meraviglioso coraggio. Sparse della polvere sulla volata del cannone e attese tranquilla che la cavalleria caricasse; appena gli squadroni si mossero, essa diede fuoco alla polvere ed i cavalieri borbonici credettero il colpo avesse fatto «cecca» prendendo soltanto fuoco la polvere del «focone».
    Si slanciarono perciò alla carica, sicuri di riguadagnare il pezzo perduto: ma, appena avvicinatisi di pochi passi, la coraggiosa donna, che li attendeva a piè fermo, diede fuoco alla carica con grave danno degli assalitori, e riuscì a mettersi in salvo (2).
    Peppa, la Cannoniera, per i suoi atti di eroismo, ebbe assegnata dal Governo Italiano la medaglia d'argento al valore militare e una pensione di 9 ducati mensili dal Comune di Catania; pensione che, più tardi, come risulta dai due seguenti documenti, venne tramutata in una gratifica, «per una sola volta», di 216 ducati:
      
    «Comune di Catania - Mandato di pagamento - Per ducati 216 - Rubrica Imprevedute - In Catania 3 agosto 1861.
    Per quietanza della controindicata somma di ducati duecentosedici ed in conformità alla causale espressata nel presente mandato.
    Luigi Costantino per Giuseppa Bolignano perchè analfabeta Pietro Azzarito.
    [...]
    Le gesta compiute autorizzarono Peppa a gettare per sempre in un angolo la gonnella, che sostituì con abiti maschili, i quali, d'altra parte, si prestavano, meglio di ogni acconciatura muliebre, a mitigare la bruttezza del suo viso, butterato dal vaiuolo.
    L'eroina passò il resto della sua vita comportandosi degnamente nel nuovo ruolo assunto, felice di poter fumare la pipa e giocare a tresette nelle bettole, tra un bicchierotto e l'altro di vino paesano.
    Note
    (1) Vincenzo Finocchiaro - Un decennio di cospirazioni in Catania: 1850-1860 - Tip. N. Giannotta - Catania, 1909: pag. 91 e segg.
    (2) L'episodio ispirò nel secolo scorso a Giuseppe Sciuti una interessante tela, che è ora conservata, unitamente al famoso cannoncino e relativo fusto, nel Museo del Risorgimento di Catania.


     
             Vincè

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    UN' AMORE INDIMENTICABILE DEL 1953


         

    Era il primo giorno di mare per lei e per me: il mattino avevamo finito gli esami, di abilitazione magistrale lei, di maturità scientifica io, e così il pomeriggio ci trovammo sul filobus affollato che portava al lido Azzurro alla Plaja. Ad ogni frenata del mezzo eravamo più volte venuti a contatto, con tanto di "Sorry" mio verso di lei. Scendemmo insieme e ci avviammo sulla passerella che portava all' ingresso del Lido.

     "Scusa - lei mi chiese - Ma tu sei inglese?". "No, catanese". "Capisco. Io sono Lil". "Io, Nino". Entrammo al lido e poco dopo, fermandosi, lei mi congedò sorridente:"Ochei,questa è la mia cabina. Ci vediamo, dopo?"

    Poco più tardi la ritrovai seduta su una sdraio sotto il suo ombrellone con un Diario in mano."Che fai, hai paura del sole?" dissi e così finimmo col parlare degli esami appena finiti. "Mi scrivi un pensiero sul mio diario?" mi fece mentre stavo per andare via ed io vi riversai una pesante riflessione di Cesare Pavese a proposito di amicizie tradite. Prendemmo a vederci tutti i giorni e mi presentò ai cugini e agli amici della sua comitiva., nella quale c' era Melo. Alcuni già mi conoscevano perchè gli studenti di Catania che praticavano sport si conoscevano tutti e così si seppe che da poco più di un mese ero diventato orfano di padre, a 17 anni.

    Conobbi anche i suoi genitori: il padre era un avvocato con aspirazioni politiche, padrone di un quotidiano locale e di un feudo, la mamma, insegnante. Io e Lil con i suoi cugini eravamo ormai componenti fissi della comitiva, nella quale si avvicendavano anche ragazzi più maturi. Nelle serate danzanti io e Lil facevamo sempre coppia fissa. All' inzio dell' autunno mi iscrissi all' università, trovai anche un impiego alla "Ferrero" e con Lil continuammo il nostro rapporto, fatto di incontri pomeridiani e di serate a casa dei cugini e sua.

     Durante le festicciole da ballo attorno a Lil girava, come un moscone, Melo, aspirante giornalista con atteggiamenti e abbigliamento alla Kirk Douglas ne "'L' asso nella manica", che della comitiva era uno dei più anziani. La cosa non mi preoccupava, sicuro com' ero di me.

     Ma un giorno Melo mi fece un discorso strano :"Sai Nino, tu frequenti troppo spesso la casa di Lil, dove io sono visto come un futuro parente. Non so se mi spiego....". Intuii che il giovane mirava al giornale dell' avvocato e a tutto il resto, cosa che a me non interessava. Da quel giorno,però, le mie frequentazioni della casa di Lil diventarono quotidiane, l' avvocato si interessò a me e alle mie ambizioni ("Intendo frequentare l' accademia militare per diventare Ufficiale e proseguire in carriera") e Melo scomparve dalla comitiva.

    Prima di allontanarmi da Catania per seguire la mia vocazione, volli essere onesto con Lil. Così un giorno seduti su una panchina della Villa Bellini le dissi: "Devo lasciare Catania per sempre e fino a quando non avrò 25 anni (ne avevo 18 allora) non potrò sposarmi. Non devo permettere nè a te nè a me di soffrire la solitudine dell' attesa". "Io ti aspetterò sempre- fece lei piangendo - continuiamo anche se siamo lontani. Il tempo passerà". Mi alzai di scatto e la lasciai lì.

    Non ci vedemmo più.

    E' rimasta fra i miei ricordi felici.


     
               Nino

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    IL CARNEVALE DEL 1954 A PATERNO'

     
      
      
      
    COME FINI' UN AMORE DI GIOVENTU'
     Nella comitiva avevamo concordato che la sera di Carnevale ci saremmo trovati a folleggiare nella piazza principale di Paternò, Ciascuno avrebbe dovuto venirci da Catania con mezzi propri. . Non fu fissata un‘ ora per l’appuntamento. Tanto anche se la piazza era grande ci si sarebbe ritrovati.Chi voleva poteva mettersi in maschera.Ovviamente tutte le ragazze della comitiva si mascherarono, chi da damigella settecentesca, chi in stile Charleston e chi, al solito, da uomo, con lo smoking di papà e i baffetti disegnati con la matita copiativa. Mentre nella calca cercavo gli amici, mi sentii una mano stretta dalla manina inguantata di una damina in “domino” che senza proferire parola mi invitò a seguirla laddove si ballava. Per chi non lo sapesse, a Catania e dintorni il “domino” era sacro, nel senso che chi veniva agganciato da un “domino” ne diventava schiavo e doveva soddisfarne tutti i capricci, senza chiederne l’ identità. Il “domino” soprattutto non parlava e poteva scapricciarsi a suo piacimento, portandovi in giro per bar e negozi chiedendo qualunque cosa, anche gioielli(e doveva essere accontentata), a volte con spese anche sostanziose. Spesso era una moglie gelosa che voleva mettere a prova la fedeltà del marito, una ragazza timida che così avvicinava l’ amore segreto, l’ amante rancorosa che separava dal braccio della moglie. Il mio “domino” era sicuramente Liliana, la mia ragazza con la quale allora stavo vivendo un amore dolcissimo fatto di passeggiate mano nella mano alla Villa Bellini, di cheek to cheek alle feste, timidi baci sfiorati quando qualcuno abbassava le luci. Le chiesi se era lei, Liliana, senza nessuna risposta . Mi condusse in mezzo alla calca dove ballammo per ore senza sosta e senza parlare, spesso abbracciati stretti stretti con le guance accaldate e infine durante quella che era la nostra canzone, mi baciò quasi mordendomi per poi scappare via senza che riuscissi a seguirla (anche questa era una regola del domino).. Più tardi finalmente incontrai Liliana, in abito da sera e nulla dava a vedere con quello che era accaduto prima, anzi dava l’ impressione di essere annoiata. Da quella sera i nostri rapporti si raffreddarono e gradualmente l’ amore svanì. Si era pentita di essersi lasciata andare? O pensava che in quel bacio io credessi di baciare un’ altra e l’ avessi tradita con lei? Attenti al “domino” ragazzi, se l’ usanza dura ancora, vi potreste cacciare nei guai.
    NINO