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    A Cuccia


    A Cuccia di S. Lucia


    La ricorrenza di Santa Lucia è la metamorfosi del buio e della luce.

    Santa Lucia simbolo della fede, identificata e simboleggiata con la luce, la protettrice degli occhi.

    Lucia vissuta durante la persecuzione di Diocleziano, al fine di non sposare un giovane pagano, dopo immani torture e umiliazioni, decise di farsi strappare gli occhi.

    La Martire venne quindi investita del ruolo di portatrice di luce in tutte le accezioni possibili.

    A Siracusa, città natale di Lucia, vi sono diverse celebrazioni. Il 13 dicembre, si ha la festa e la processione dal Duomo di Siracusa alla chiesa di Santa Lucia al Sepolcro. I fedeli devoti partecipano alla processione a piedi scalzi. La processione è chiusa dal corteo dei Cavalieri che in abiti settecenteschi fanno da cornice alla Carrozza del Senato, splendido esempio dell’arte barocca siracusana. Il simulacro rimane esposto ai fedeli per otto giorni, al termine dei quali viene rifatta una processione che riporta il simulacro al Duomo.

    La storia racconta che Siracusa sia stata colpita da una grande carestia nel 1646 e che nella disperazione del momento giunse per mare una nave carica di frumento. Sembra che questa circostanza sia stata ritenuta un miracolo, da quel momento la devozione per Santa Lucia è stata associata all’uso di mangiare la " cuccia " (grano cotto ancora non macinato ed in chicchi).

    Il nome "cuccia" può derivare dal sostantivo "cocciu", chicco, o dal verbo "cucciari", cioè mangiare un chicco alla volta.

    Anticamente la cuccia era un piatto povero ( grano cotto con verdure ), ma oggi è esclusivamente un piatto dolce. Tale uso lo troviamo un po’ ovunque nelle zone meridionali.

    Il giorno di Santa Lucia è ritenuto anche il giorno piu’ corto che ci sia, ed è per questo che sull’albeggiare della notte piu’ lunga i ragazzi Siciliani correvano di vicolo in vicolo, di porta in porta gridando a squarciagola " và susitivi ch’è tardu, addumativi a cuccia, e si un minn’rati a mia, a pignata vi scattia " ( svegliatevi che è tardi, e accendete la pentola per preparare la cuccia, e se non me ne date a me vi possa scoppiare la pentola), diciamo che l’invito era quello di far alzare i vicini, parenti, e conoscenti al fine di indurli a dare cottura al frumento destinato a diventare cuccia, visto che necessitava di una lunga cottura.

    La tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a familiari, amici, vicini di casa, e  quello che rimane si lascia sui tetti  e sui balconi per essere catturato e mangiato dagli uccellini.

    In questo giorno è bandito l’uso della pasta e del pane, per Santa Lucia si consumano pietanze a base di riso, e grano sia dolci che salate.

    Cuccia
    (la ricetta)

    Ingredienti:
    -frumento tenero: 500 grammi
    -ricotta fresca: 50 grammi
    -zucchero: 300 grammi
    -cioccolato fondente: 100 grammi
    -vaniglia: mezza bustina
    -sale: q.b.
    Preparazione:
    Mettere a bagno il frumento tre giorni in una pentola, meglio se di coccio, (ricordare di cambiare frequentemente l’acqua).
    La sera prima della preparazione colare il frumento e metterlo in abbondante acqua leggermente salata e cuocere a fuoco lentissimo per 6/8 ore; lasciare riposare nello stesso tegame coperto, per l’intera nottata; il giorno della preparazione, scolare accuratamente e mettere in una zuppiera, lavorare a parte con una forchetta la ricotta e il cioccolato a pezzetti e versare la crema nella zuppiera per poi mescolarla al grano.


          Vincè

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    Zucche no....Zucchero si


    La festa dei Morti

    In questi ultimi giorni di Ottobre, riguardo alla festa di Halloween, si sono scritte tante cose le zucche le streghe e gli scheletri hanno fatto da contorno.

    Io vorrei invece parlarvi di una tradizione siciliana che sta per scomparire e ricordarla è come un po’ salvarla.


    Il 2 Novembre in Sicilia si festeggia “La festa dei morti” e non la commemorazione dei defunti.

    E’ una ricorrenza particolare per la gioia dei bambini ai quali i genitori fanno credere che, se sono strati bravi e hanno recitato le preghiere riceveranno dei doni.

    I regali sotto l’albero di Natale o per la Befana sono soltanto usanze che non sono strettamente legate alla Sicilia, dove i doni li portano chi non è più in vita.

    Come vuole la tradizione, la sera prima i bimbi vanno a letto con la speranza d’essere ricordati da nonni e familiari trapassati.



    Sul tardi i genitori preparano le “sorprese” con giocattoli, dolci tipici o vestiario e li nascondono per casa.

    La mattina del 2 Novembre, i bambini son pronti alla ricerca dei regali, ma prima recitano la seguente frase:

    Armi santi, armi santi,
    Iu sugnu unu e vùatri síti tanti:

    Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai
    c
    osi di morti mittitimìnni assai.

     

    Tradotto significa

    Anime sante, anime sante

    Io sono uno e voi siete tanti

    Mentre sono in questo mondo di guai

    Cose di morti (regali) mettetemene tante

     

    Alla fine del gioco, si va al cimitero a portare fiori ed accendere ceri e lumini accanto alle lapidi dei parenti trapassati.

    E non fatevi meraviglia se in qualche città o paesino si faccia paradossalmente gran festa: luminarie, bancarelle stracolme di giocattoli e, in qualche caso come a Palermo e a Catania, una grandiosa "Fiera dei morti" piazzata al centro della città. Lo scopo della fiera è quello di comprare i giocattoli e dolci ai bambini.

     

    Uno tra i dolci caratteristici di questa festa sono “i pupi ì zuccaru ” i pupi di zucchero.



    Sono delle statuette alte circa 20 cm composte da un impasto zuccherino solidificato al forno e colorato a mano.

    I soggetti rappresentati vanno dai classici Paladini ai personaggi di favole (Cenerentola, Biancaneve e Pinocchio) ed adesso anche giocatori di calcio (Ronaldo e Del Piero), i Simpson e i Pokemon.

    Alcune raffigurazioni sono così artistiche da meritare di rimanere intatte in esposizione: sarebbe un peccato frantumarle per mangiarsele, infatti a Caltanissetta viene promossa un’esposizione di queste opere d’arte.



           Vincè

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    Le buone tradizioni


    Citazione dal blog di Rosaspina

    La festa dei fruttini di martorana a scuola
     
     
    Ogni anno in ocasione della festa dei morti i genitori della scuola
    Bonagia di Palermo preparano la festa dei fruttini.
    E' una vera e propria festa, un meraviglioso laboratorio di dolci in cui si preparano tanti fruttini di pasta reale o per meglio dire: "La Martorana".
     
     
    Dopo aver preparato i fruttini i genitori, le mamme, preparano i tavoli con ogni ben di Dio; dolcetti, biscotti, caramelle, cioccolattini, fiori e tanto, tanto amore.
    Quindi  invitano tutti i genitori della scuola a degustare i fruttini preparati dai bambini, dalle maestre e dalle mamme.
     
     
    Credetemi è una grande festa.
     
     
     
     
     
     
     
    Grazie a tutte le mamme che nonostante il dramma che vive la scuola
    in questo momento, riescono a regalarci momenti di felice unione.


          Rosaspina
       

    La madonna dell'Alemanna


    L'8 Settembre è la festa della patrona della mia città - Maria SS. d’Alemanna - Gela (CL)


    Si pensa che l’icona della Madonna sia stata portata dall’ordine religioso dei Teutonici di Santa Maria de Alemanna  (Ordo domus Sanctae Mariae Teutonicorum), fondato nel 1190, e trasformato nel 1198 in ordine cavalleresco.
    Secondo la testimonianza dell’abate Rocco Pirro, il culto a Maria SS. D’Alemanna trae la sua origine proprio dal suddetto ordine religioso.

    I Teutonici furono chiamati nell’isola Alemanni (nell’uso poetico e letterario col nome di Alemanni si trovano spesso indicati i Tedeschi), e perciò la chiesa di Santa Maria dei Teutonici era la chiesa di Santa Maria degli alemanni o dell’Alemanna.

    I racconti popolari, tramandati da generazione in generazioni, parlano del rinvenimento della venerata icona di Maria SS. d’Alemanna in un modo miracoloso intorno al 1476.
    Si narra infatti che un contadino mentre arava la terra si accorse che i suoi buoi non proseguivano più; pensando che si trattasse di un ostacolo proveniente da qualche corpo duro sottostante il terreno, il contadino si mise a scavare, anche con la segreta speranza di trovare un tesoro nascosto, ma quale non fu la sua meraviglia quando le sue mani cominciarono a tirar fuori una tavola sulla quale s’intravvedeva una immagine dipinta: era l’effige della Beata Vergine. Nel momento stesso in cui estrasse dal terreno l’intero quadro, il contadino si accorse che i due buoi si erano inginocchiati.

    Maria SS. d’Alemanna è chiamata protettrice e Patrona della città, ufficialmente verso il 1650 in seguito alla bolla Universa di Urbano VIII. Gli atti di proclamazione vennero stilati nella nostra città nel dicembre del 1659 e poi del marzo del 1693, in quest’ultimo anno in particolare, in occasione del famoso terremoto che distrusse molte città dell’isola e mietè molte vittime nella sua parte orientale.
    Le scosse telluriche (11 Gennaio 1693) furono violente, tanto che in uno slancio corale di fede il popolo pote attribuire la salvezza della città solo alla protezione della Vergine, ed ancora, il popolo ricorda i famosi versi :

    All’unnici ‘i jnnaru a vintun’ura
    Si vitti e nun si vitti Terranova;
    S'unn’era ppi Maria, Nostra Signora,
    Sutta li petri fussi Terranova.”



           Vincè

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    Il sangue di Medusa


    Il corallo a Trapani

    Di mitiche origini nato dal sangue della testa recisa di Medusa di cui avrebbe conservato gli stessi poteri, il corallo vanta una  storia antichissima in cui un insieme di leggende esalta le sue presunte virtù terapeutiche e scaramantiche che trovano riscontro sia nella cultura orientale che in quella occidentale.

    Il corallo vanta  una storia  antichissima…

    quanto all’origine della lavorazione  non si hanno, fino ad oggi, dati precisi né sull’epoca né sul popolo che per primo l’avrebbe praticata.

    La storia del corallo riferisce che fino al sec. XVI si parla genericamente di «corallo lavorato», la trasformazione dei cespi, diffusissima  a Marsiglia,  viene praticata a Napoli, Trapani e Genova e  fu in tali due ultime città che la produzione divenne più qualificata e diversificata.

    A Trapani la trasformazione si accentrava quasi del tutto nelle mani degli ebrei, per cui, quando questi con editto dei Re Cattolici Isabella e Ferdinando d’Aragona furono espulsi dall’isola (1492), l’attività si paralizzò .


     

    Poi, dopo alcuni anni, un banchiere (Gian Battista Fardella) per ripristinare quella lavorazione tanto importante per l’economia di Trapani, indusse alcuni ebrei alla conversione e, quindi, a riprendere il loro posto in città.

    I maestri «curaddari», le cui 25 botteghe erano tutte accentrate in un’unica strada,  eseguivano le  loro incisioni  in prevalenza di carattere sacro  per arrivare poi a quello che e’ stato sempre il più diffuso ornamento muliebre: la collana.

    A Trapani, ove i banchi corallini davano materia prima in abbondanza, l'arte della lavorazione dei corallo divenne artigianato sistematico…per  cui  il corallo  è  stata una delle risorse che ha dato pregio e lustro alla città di Trapani .

    Sculture, monili e altre opere realizzate in corallo si possono ammirare presso il Museo Pepoli durante la Mostra del Corallo.

    Trapani e’ ancora oggi famosa in tutto il mondo per la pesca e la lavorazione del corallo rosso mediterraneo, il Corallium rubrum vagheggiato e desiderato in tutti i continenti, prezioso gioiello e talismano.. medicinale panacea per tutti i mali  in grado di tenere lontano la sventura, tesoro nascosto sotto le onde sorvegliato dalle divinita’ marine e pianta dell’eterna  giovinezza inseguita  da sempre  dall’uomo.

    Oggi la lavorazione del corallo è quasi del tutto scomparsa anche se ancora alcune maestranze tentano di perpetuare nel tempo il valore e la tradizione di questa arte ma la grave crisi che sta colpendo i piccoli artigiani e la scarsità della materia prima, temo porterà all'estinzione definitivamente  di  questa attivita’  della citta’  di  Trapani.

     
     Il Presepio di corallo, Trapani, Sec. XVII - Museo S. Martino - Napoli



         Rosario

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    I mastri carradori


    I mastri carradori

    La tradizione artistica dei carretti siciliani è un’arte centenaria, decantata da poeti e racconti.
    Lo stesso Camilleri, ammirato nella visione della lavorazione di un carretto, disse che quello era un momento che sarebbe rimasto indelebile nella sua memoria...

    Prima di lui, Salvatore Lo Presti, autore di una monografia sul carretto siciliano, ricamava, nel 1956, un ritratto pieno di ammirazione e di grande emozione nel suo libro ‘ Il carretto ’, a tiratura limitata.
    Tanti altri insigni studiosi o, meri ammiratori di questa grande arte popolare, hanno descritto il mondo del carretto e i suoi migliori artefici.



    Questa l'introduzione al sito che un'amico ci ha voluto segnalare e che io non potevo farmi sfuggire:

    [...Vi segnalo il sito della collezione di carretti siciliani appartenuta a mio nonno e adesso ereditata. La mi famiglia è di origine sicialiana ma ormai da decenni residende al nord Italia. Cambia il luogo di residenza e l'attacamento alla terra di origine si fa' sempre piu forte.
    Questo vuole essere un modo per ricordare la propria cultura e se possibile farla conoscere a tutto il mondo o almeno ad una parte.
    Salvatore Musso ]
    http://www.carrisiciliani.altervista.org/

    Il nonno del nostro amico, si chiamava come lui, Salvatore Musso era nato a Catania ed era un mastro carradore, cioè colui che costruiva carretti siciliani...mestiere anche questo ormai in estinzione.
    Nella sua bottega sono nati moltissimi carretti alcuni dei quali commissionati anche da personaggi famosi come ad esempio Walt Disney.



    Interessanti gli album fotografici del sito dove si può ammirare parte della collezione di Musso.
    I decori del carro e le così dette chiavi (vere opere d'arte).
    Inoltre il lavoro di cagnatura (ferratura del cerchio) della ruota del carro.

           Vincè

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    La Leggenda di Aretusa

     
    La Leggenda di Aretusa

    Aretusa era figlia di Nereo antico dio del mare e Doride figlia di Oceano e Teti e compagna fedele di Diana, dea della caccia e dei boschi.
    Seguendo la dea, si era votata a vivere casta e quindi aveva rinunciato all'amore degli uomini gelosa solo della propria purezza e della propria libertà.
    Ogni giorno di buon mattino, Aretusa andava a passeggiare nei boschi e spesso si fermava a parlare con gli uccelli e con i pesci dei fiumi con i quali giocava e scherzava come se fosse una di loro.
    Un giorno d'estate, stanca ed accaldata per l'afa, tornava dal bosco cantando, quando si imbattè in una sorgente d'acqua talmente limpida e chiara che sul fondo si potevano vedere le pietre.

    Non vi era nessuno intorno così Aretusa si tolse i vestiti appendendoli ad una ramo di salice e desiderosa di frescura entrò nella fonte.
    Mentre sguazzava felice ed ignara, le parve di sentire una lieve voce salire dal fondo del lago e parlarle. Era Alfeo, un giovane pastore del luogo al quale gli dei avevano affidato la cura e la custodia di quella sorgente.
    Aretusa, sentendo la voce, uscì spaventata dall'acqua e il suo primo pensiero fu quello di prendere i propri vestiti, Ma Alfeo si mise ad inseguirla, cercando di prenderla. Aretusa, spaventata correva veloce, come il vento....ma Alfeo era sempre più vicino. I due corsero tutto il giorno, fino a notte inoltrata. Quando apparve la luna, Aretusa, stanca ed affranta chiese aiuto a Diana che le mandò una nuvola densa che l'avvolse e la nascose.
    Alfeo, che la vide sparire all'istante, cominciò ad invocarla. Lei, temendo di essere presa, non osava nemmeno respirare. Dalla sua fronte colavano goccioline di sudore, ma non per il caldo o la corsa, ma per la paura di essere presa.
    Alfeo continuava a cercare senza trovarla ed Aretusa, con il cuore che batteva forte forte, cercava di stare calma....ma il sudore che scorreva era copioso ed usciva anche dal suo corpo. Ai suoi piedi si era formata una grande pozza di acqua sorgiva e lei continuava a sciogliersi come neve al sole e la pozza diventava via via una limpida fonte. Diana, commossa le aprì la terra e Aretusa, per sfuggire ad Alfeo si immerse in quella fessura e scomparve.
    Viaggiando per buie caverne sommerse dal mare, dall'Elide venne in Ortigia, la bella isoletta che si trova a Siracusa e li come fonte tornò a vedere la luce del sole. Alfeo, intanto, disperato per l'improvvisa scomparsa e furente d'amore, si aggirava piangendo nei pressi, invocando l'amata.. Dai suoi occhi le lacrime scendevano copiose e il suo cuore stava morendo di disperazione....così gli dei si impietosirono anche di lui e decisero di aiutarlo, lo fecero diventare fiume affinchè potesse andare a mischiare le sue acque con quelle di Aretusa.
    Alfeo diventò un gran fiume, sprofondò sotto terra incanalando le acque sotto il fondo del mare e dopo lungo vagare venne a sgorgare nel Porto Grande di Siracusa, nei pressi della fonte Aretusa, formando con lei una limpida fonte d'acqua sorgiva.
    Ma in verità questa fonte è l'ardente Alfeo che si tramutò in fiume per amore. Fu il compimento di un amore che in terra non era stato possibile.



    Fonte di Aretusa

    Panoramica della fonte



     
             Teresa

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    Artigianato del fabbro


    COLTELLI SICILIANI

    L'arte di lavorare il ferro è antichissima.
    Anche il coltello fu uno dei primi strumenti che l'uomo ebbe tra le mani ed imparò a costruirsi.
    Purtroppo, oltre che essere usato come posata o per intagliare, è anche un simbolo di violenza!
    Ho chiesto ad un'amico di scrivere qualcosa sulla sua produzione di coltelli siciliani...ecco qui a voi il suo scritto!!


    Mi chiamo Antonino Versaci e sono un ragazzo di San Fratello (Me)...La mia storia ha inizio quando da piccolissimo, nell’officina di mio padre (fabbro), curiosando tra i vari cassetti, trovai un coltello “Sanfratellano” in fase di realizzazione e da quel giorno il mio unico desiderio fu quello di impossessarmene per poterlo ultimare da me...Ho ancora davanti agli occhi quel bambino accanto al nonno (anch’egli fabbro, ma in pensione), tutto eccitato dal fatto di finire il coltello, anche se non aveva la più pallida idea di come fare e ricordo ancora, come fosse oggi, mio nonno che con tantissima pazienza seguiva e correggeva i disastri del suo nipotino, tutto sporco, ma felicissimo di imparare. A 17 anni, finalmente, grazie all’aiuto di mio padre, ho potuto realizzare il mio sogno imparando in un batter d’occhio a forgiare da me ed a costruire interamente un coltello “Sanfratellano” secondo l’antica tradizione...
    Fu così che, col passare del tempo, iniziai a realizzare anche alcuni dei tantissimi altri modelli tipici siciliani...coltelli di cui, a differenza di quello "Sanfratellano" non si conosce il paese di origine preciso (molti anche perchè venivano realizzati in varie zone della Sicilia) ma che addirittura hanno preso nel tempo i nomi più svariati in lingua siciliana a seconda della forma degli usi ed altri particolari...e quindi è il caso da "Birritedda", da "Laparedda" do "Scaluni", do "Saraga", u "Liccasapuni", u “Cuteddu ammanicatu” u “Rasolu ammanicatu” e molti altri modelli tipici siciliani...
    Purtroppo, nonostante il coltello "Sanfratellano" e quindi tutti gli altri coltelli tipici Siciliani, siano stati, e lo sono ancora oggi, molto conosciuti ed apprezzati, non solo all'interno della stessa isola ma in tutto il territorio nazionale, questa tradizione è andata perdendosi poiché nessuno è stato capace di portarla avanti con passione e quindi cercare di pubblicizzarla per poterne trarre un più ampio apprezzamento dello stesso e di riflesso un maggiore sviluppo economico.
    Al giorno d’oggi infatti, in Sicilia sono pochissimi coloro capaci ancora di realizzare i coltelli tipici secondo l’antica tradizione degli abilissimi fabbri-coltellinai siciliani, ma ancor peggiore è il fatto che non c’è più nessun giovane che intende avvicinarsi a questa antica tradizione con la voglia di imparare.
    Diciamo pure che io sono l’eccezione che conferma la regola, infatti, cerco sempre di adoperarmi, nelle mie possibilità, per portare avanti il nome e la fama del coltello "Sanfratellano" e di un po’ tutti i modelli tipici siciliani, cercando di rispecchiare il più possibile e tenere alto l'onore dell’antica tradizione tramandata dai fabbri-coltellinai del mio paese
    Proprio per questo ho avuto il piacere di partecipare ad alcune delle varie mostre del settore: tra le più importanti sono stato a Lugano (Svizzera), Frosolone (Is), Novegro (Mi), Roccagiovine (Rm), Romano Di Lombardia (Bg) e poi un po’ dappertutto in Sicilia.
    Sempre alla ricerca delle ultime informazioni rimaste riguardanti il mondo della coltelleria artigianale siciliana e come già detto in altre occasioni, unico mio dispiacere è quello di non poter più avere mio nonno al mio fianco, come la prima volta da bambino, ma nonostante tutto, ogni qual volta ho tra le mani un coltello, lo sento vicinissimo nel mio cuore e ritorno ad essere il nipotino, tutto sporco, ma felicissimo e voglioso di imparare…e sicuramente è proprio in questo che va ricercata la ragione della mia grandissima passione per i coltelli…
     
             Vincè

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    Simboli Pasquali


    Pupi, Cannileri, Panareddi, Cannatuni, Palummeddi, Cuddureddi


    Al simbolismo originario della Pasqua come rito di rinascita della natura si riconnettono i dolci che contengono ad esempio l’uovo, elemento centrale che con l’avvento del cristianesimo ha assunto in sé il significato simbolico della resurrezione e della speranza, e che campeggia in molte preparazioni pasquali e non solo siciliane.

    I pupi cull’ova sono dei particolari pani o paste dolci di diversa grandezza e con forme di bambola, di pupattola, di prete, di mostro o altro, sopra ed entro le quali forme vengono racchiuse delle uova sode.
    Generalmente vengono preparate nel periodo pasquale e sono diffusi in tutta la in Sicilia.

    Le origini risalgono al periodo in cui non erano ancora largamente commercializzate e diffuse le uova di cioccolato.
    Assumono nomi diversi a seconda della località in cui sono preparati, (“campanaru” o “cannatuni” a Trapani, “pupu ccù l’ovu” a Palermo, “cannileri” nel nisseno, “panaredda” ad
    Agrigento e e Siracusa, “cuddura cull’ovu” a Catania, “palummedda” nella parte sud occidentale dell'isola) e diverse forme (panierini, di colombe, di cavallucci, di cuori).

    Si sono inoltre introdotte sovrastrutture decorative sempre più elaborate in cambio dei tradizionali semi di sesamo o di papavero. L'attuale pane dolce viene così ricoperto da una semplice glassa di zucchero, albume e limone (marmurata, vilata, allustrata o jelu, a seconda delle parlate), che un tempo veniva stesa con una penna di gallina.
    Oppure possono essere spennellate con il tuorlo d'uovo per dare il caratteristico colore mielato (giallo intenso) .

    Le uova che si inseriscono generalmente sode, possono essere colorate di rosso, il colore della fertilità. La colorazione può essere ancora oggi rudimentalmente ottenuta mettendo a bollire le uova in un infuso ottenuto da una speciale radice, la " rùggia ".
    Oppure possono essere spennellate con il tuorlo d'uovo.

    Si prepara prima una pasta di biscotti con
    Ingredienti:
    1 Kg di farina,
    latte quanto basta,
    300 grammi di zucchero,
    un quarto di sugna,
    una bustina di lievito per dolci,
    una bustina di vaniglia
    un cucchiaio di ammoniaca.



    Esecuzione:
    Con questa pasta bella omogenea ed addensata, si preparano panareddi, pupi, bambuli o altre figure a piacere, a secondo dell'abilità e l'estro artistico di ognuno, mettendoci sempre in mezzo un'ovo sano, già bollito e sodo, che viene rivestito e decorato con la stessa pasta.
    Un'attimo prima della cottura completa, si ci spalma di sopra con una penna di gallina o con un pennello soffice, il bianco dell'uovo sbattuto con lo zucchero, si decorano con la diavolina che gli dà un'aspetto allegro ed augurale e si mettono un'altra volta in forno per qualche minuto.
    Cottura: 30 min a 250° (forno a legna)






     
             Vincè

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    Gli agnellini pasquali


    I PICUREDDI

    Le feste di Pasqua sono motivo per celebrare quell'antico rito del sacrificio dell’agnello, simbolo di purezza.
    I siciliani nell'antica tradizione popolare simboleggiavano questo rito, sia consumando il sabato Santo, l'agnello alla brace, arrosto o in qualunque altro modo, sia preparando le pecorelle pasquali con la pasta reale.
    Oramai questa tradizione è rimasta quasi esclusivo patrimonio dei pasticceri che in questo periodo ne fanno bella mostra nelle loro vetrine, le " picureddi i pasta riale "coricate sopra un prato verde pieno di confetti colorati.


    I picureddi sono dolci a base di pasta reale, a forma di agnello con una posa classica ovvero sdraiato su un fianco, con una banderuola rossa simile a quella che nell’iconografia sacra è in mano a San Giovanni, infilzata sul dorso".
    Queste forme ad agnello sono realizzate con la pasta reale detta anche Martorana, poiché furono le suore del Monastero della Martorana ad utilizzarla.
    Il monastero era attiguo alla Chiesa della Martorana, detta anche Santa Maria dell'Ammiraglio, si trova a Palermo sulla Piazza Bellini.
    Per fare la pasta reale il procedimento è abbastanza semplice.

    Per un kg di Pasta Reale :
    • 600 g di Farina di Mandorle
    • 400 g di Zucchero a velo
    • 1 fialetta di essenza di Mandorla
    • 1 cucchiaio di Glucosio
    • Acqua quanto basta ( 2 o 3 dita di un Bicchiere )
    E’ chiaro che la ricetta può essere personalizzata secondo il proprio gusto .
    Nei bar ad esempio la pasta reale sa fondamentalmente più di zucchero che di mandorla (lo zucchero costa poco e la farina di mandorle ha un prezzo notevole e loro devono giustamente guadagnarci) ma in casa propria la si fa come meglio si crede.
    Si può fare comunque anche 500 e 500 o invertire e fare 600 di zucchero e 400 di mandorla , o addirittura 700 e 300 se vi piace molto dolce .
    Insomma è a vostro piacimento .
    A me piace sentire il sapore di mandorla , che poi dovrebbe essere il gusto autentico della pasta reale .
    Si possono aggiungere anche degli aromi come limone grattugiato e vanillina ed al posto del glucosio uno sciroppo di acqua e zucchero.
    Questo tipo di impasto non necessita di particolari attenzione nella conservazione, e può essere conservato anche a temperatura ambiente per molte settimane.


    Li ho comprati qua: Il Pasticcino



    Esecuzione delle pecorelle:
    Bisogna innanzi tutto procurarsi le forme di gesso.
    Si prepara quindi la pasta reale, si spolverano le due metà della forma all’interno con un po’ di farina e si riempiono di pasta reale.

    Nell’agrigentino, sono famose le pecorelle di Favara al pistacchio.

    E’ usanza farcire l’interno con una pasta di pistacchi ottenuta, amalgamando sul fuoco, pistacchi pelati e tritati e zucchero in pari quantità.

    Si chiudono quindi le due metà della forma, poi si staccano cercando di far venir fuori la pecorella tutta intera.
    A questo punto con pennello e colorante si dipingeranno.
    Normalmente la pecorella così ottenuta viene infilzata con una bandierina rossa sul dorso e sistemata in un panierino sopra un foglio verde, che funge da prato, sul quale si trovano sparpagliati confettini colorati.


    La ricetta della pasta di pistacchi è identica, nella lavorazione, a quella della pasta di mandorle a caldo.
    • 150 gr di farina di mandorle,
    • 100 gr di farina di pistacchi, qualche goccia di colorante verde,
    • 250 gr di zucchero a velo,
    • 0,5 dl di acqua.
    Si fa lo sciroppo di acqua e zucchero, si aggiungono le farine e il colorante, si lavora la pasta ottenuta e si riempiono gli stampini, precedentemente rivestiti di pasta di mandorle normale.

    Vedi anche.... http://www.buttalapasta.it/articolo/ricette-pasqua-gli-agnellini-di-marzapane/6876/
    Articolo dell'amica Serena.

          Vincè

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    Le cene di S. Giuseppe


    LE CENE DI SAN GIUSEPPE

    La festa popolare rappresenta non solo un momento di aggregazione, ma si rivela di particolare rilevanza perché è il momento più importante di ritrovo per tutta la comunità, nella quale ciascun individuo si riconosce parte integrante.
    Un momento "festivo", dunque, che si ripete in gran parte del territorio siciliano.


    Tutte le feste che si celebrano in onore di San Giuseppe hanno come caratteristica comune la preparazione del banchetto collettivo che, come nelle feste di origine agricola assume un valore propiziatorio che assicura i buoni raccolti ricorrendo ai segni dell’abbondanza.
    "San Giuseppe è il santo tutelare dei poveri, degli orfani, di chi volge in grandi strettezze di vita.
    I beni che la Provvidenza manda non vengono se non la mercé di Lui… da questa sua particolare prerogativa può esser nato l'uso del banchetto detto di S. Giuseppe…".
    Queste le parole, tratte dal Pitrè ("Spettacoli e Feste Popolari Siciliane"). Secondo i luoghi e le relative usanze radicate nel tempo, il "banchetto di San Giuseppe" prende il nome di "artari", "cena" o "tavulata".
    Si tratta di tavole, a volte a più ripiani, trasformate in una sorta di piccole "cappelle" in maniera non infrequente predisposte per voto, devozione o per grazia ricevuta, ricchissime di pane dalle svariate forme e ricolme di numerose pietanze.
    La cena viene allestita in genere al piano terra dell'abitazione ( ma talvolta possiamo trovarle anche ai piani superiori) e per l'occasione la casa è addobbata da drappi si seta, di velluto e da tovaglie ricamate a mano.
    Visitare tali luoghi, non è altro che ammirare la bellezza dell'arte popolare ed apprezzare l'estro e l'inventiva del popolo siciliano.
    E' necessario, però, conoscere il significato degli elementi che le compongono.
    Ogni cibo che si trova collocato sul tavolo assume un ben preciso significato intrinseco: l'acqua rappresenta la grazia purificatrice; il vino la benedizione di Dio al lavoro umano; la lampada ad olio, sotto il profilo cristiano, rappresenta la fede nella divina Provvidenza, ma ricorda anche la lampada che le partorienti accendevano a Giunone Licina (antica divinità del mondo pagano).
    Anche il pane assume un particolare valore:
    • u vastuni e a varva ri San Giuseppi, riproducono, rispettivamente, il bastone fiorito (che simboleggia l'autorità del Pater Familias) ed il volto di San Giuseppe;
    • i iadduzzi, pane a forma di galletti che intendono ricordare il rinnegamento di Pietro;
    • i vucciddati, le tre grosse ciambelle, di circa 8 chilogrammi, dedicate ai personaggi (un bambino, una ragazzina ed un anziano che visitano la "cena") che impersonano la Sacra Famiglia;
    • i "S", pane per l'appunto a forma di S, troncamento di santo che, pertanto, si riferisce sia a Giuseppe (San Giuseppe) sia a Maria (Santa Maria).
    Il tutto è posto su tovaglie di lino quasi sempre riccamente ricamate.
    Il giorno della festa, nelle chiese, vengono celebrate le messe alle quali assistono, oltre ai fedele, i gruppi denominati della Sacra Famiglia.
    I gruppi sono formati da un vecchietto e da due bambini, in genere un maschietto e una femminuccia, scelti tra i più poveri del paese.
    I personaggi indossano delle tuniche bianche fino ai piedi, in testa una piccola ghirlanda di vario colore e l'anziano signore tiene in mano un bastone.
    Dopo la cerimonia della santa messa, ogni gruppo si dirige verso i luoghi dove sono allestite le cene e, quando si trova sul posto, inizia una sorta di commedia tra la "sacra Famiglia" e il padrone di casa.
    La "sacra Famiglia" bussa una prima volta, alla richiesta di aprire la porta a Giuseppe, viene detto "cà nun cè postu", la "sacra Famiglia" bussa una seconda volta, alla richiesta di aprire la porta a Maria, viene detto "cà nun cè postu", infine si bussa una terza volta, questa volta la richiesta è di aprire la porta a "U Bammineddu". A queta risposta la porta si apre alle grida di "Viva Gesù Giuseppe e Maria".
    Molte pietanze vengono consumate dai convenuti alla cena, un tempo venivano invitati anche gli orfanelli e gli anziani.
    Alla fine della rappresentazione le pietanze vengono distribuite fra i commennsali convenuti per l'occasione.




     
             Vincè

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    Aci e Galatea


    La leggenda di Aci e Galatea


    Aci, era un pastureddu ca viveva, pasculannu li sò pecuri, nte pinnici di l’Etna.

    Di iddu era nnammurata na biddìssima carusidda, ca si chiamava Galatea e ca avìa rispintu la pruposta d’amuri di Polifemu.

    Chistu, quannu s’accurgìu ca Galatea sa facìa cu lu pastureddu Aci, lu ammazzò, p’aviri, accussì, la strata lìbbira cu la bedda carusedda Galatea.
    Ma, l’amuri di Galatea pi lu sò Aci, cuntinuò macari nfinu a doppu ca chistu era mortu, e Polifemu ristò comu nu passuluni.
    La janca Nereide, scunzulata, cu l’ajutu di li Dei, traspurmò lu corpu mortu di Aci nta surgivi di acqua duci, ca ancora oggi scìnninu pi li pinnici di l’Etna, vucalijannu sona malincònici di struggenti nustalgìa.


    Aci, era un pastorello che viveva, pascolando le sue pecore, alle pendici dell'Etna.
    Di lui era innamorata una bellissima ragazza, che si chiamava Galatea che aveva rifiutato la proposta d'amore di Polifemo. Costui, quando si accorse che Galatea amoreggiava con il pastorello Aci, lo uccise, per avere, così, via libera con la bella Galatea.
    Ma , l'amore di Galatea per il suo Aci, continuò fin dopo la morte di lui, e Polifemo rimase come uno stupido.
    La bianca Nereide, sconsolata, con l'aiuto degli dei, trasportò il cadavere di Aci in una sorgente d'acqua dolce, che scende tuttora per le pendici dell'Etna, gorgheggiando emette suoni malinconici di struggente nostalgia.

    Li rifirenzi giogràfici:
    Vicinu la costa, ammeri a na cuntrada chiamata oggi "Capu Mulini", nta nu locu dispìcili di agghiùnciri dà terra e cchiù facirmenti dò mari, c’è na nica surgiva firrusa ditta di li pupulazzioni lucali "lu sangu di Aci" pi lu sò culuri russastru.
    Nta la lucalità chiamata oggi "Capo Mulini" ci fu na vota nu nicu villaggiu di piscatura ca era chiamatu, pi mimoria di lu pastureddu dò mitu grecu, Aci.
    Ntô XI° sec. d.c. un tirrimotu distrussi lu villaggiu, e la pupulazzioni ca supravvivìu funnò àutri paisi ntè vicinanzi.
    A mimoria di lu nomu di lu villaggiu d’orìggini, li novi paisi foru chiamati Aci.
    Doppu tempu, si funnaru àutri paisi e, pi scanciari nu paisi di l’àutru, a ogni cuntrada ci fu misu un secunnu nnomu, sparti di Aci; nascìu accussì Aci Casteddu ( pi nu casteddu custruitu supra nu faragghiuni), Acitrizza (pi la prisenza di tri faragghiuni ntò mari d’avanti ò paisi, Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S.Antoniu, Aci Platani e Aci Sanfulippu.
     


    I riferimenti geografici:
    Nella costa, vicino la contrada oggi chiamata Capo Mulini, in un luogo difficile da raggiungere via terra molto più facilmente via mare, c'è una piccola sorgente d'acqua ferrosa, chiamata dalle popolazioni locali " il sangue di Aci" per il suo colore rossastro. Nella località chiamata oggi Capo Mulini una volta c'era un piccolo villaggio di pescatori che era chiamato, in memoria del pastorello del mito greco, Aci.
    Nell' XI° sec. d.c. un terremoto distrusse il villaggio,e la popolazione sopravvissuta fondò altri paesi nelle vicinanze.
    A memoria del nome del villaggio d'origine, i nuovi paesi furono chiamati Aci.
    Tempo dopo, furono fondati ancora altri paesi e, per non scambiare un paese con l'altro, a ogni contrada fu messo un secondo nome, a parte Aci; nacquero così Aci Castello (per un castello costruito sopra un faraglione), Acitrezza ( per la presenza di tre faraglioni nel mare antistante il paese), Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S.Antonio, Aci Platani e Aci S. Filippo.

    Il testo in dialetto è tratto da: wikipedia/Lingua_siciliana

     
             Giusy

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    Fuga d'amore



    LA FUITINA


    La "Fuitina " è un termine di origine siciliana utilizzato per indicare la cosiddetta "fuga d'amore", ovvero l'allontanamento da casa di due ragazzi molto giovani, o addirittura minorenni, da soli, per qualche giorno senza avvisare nessuno.
    Al loro ritorno diventa quasi automatico il cosiddetto "matrimonio riparatore".
    La fuitina veniva utilizzata dai due giovani innamorati quando il loro amore era contrastato da una o da entrambe le loro famiglie: lo scopo, quindi, era quello di metterle dinanzi al "fatto" (quello di aver presumibilmente consumato un rapporto sessuale) compiuto.
    A quel punto l'assenso dei familiari diventava inevitabile "Paciata ".


    Ancor oggi sull'isola la fuga d'amore è considerata una sorta di istituzione, e una specie di ammortizzatore sociale, capace di favorire matrimoni altrimenti impossibili soprattutto per motivi economici.
    Consente alle ragazze meno abbienti di accelerare la marcia verso l'altare, senza dover attendere tempi migliori.
    Tant'è vero che spesso la ragazza parte con la benedizione della madre e con il finto furore del padre, in modo da celebrare le nozze riparatrici con un matrimonio poco importante ed economico.
    Definizione da : Dizionario De Mauro
    tradizionale fuga prematrimoniale di giovani promessi sposi, in genere concordata con le famiglie, in virtù della quale, rendendosi indispensabile una rapidissima riparazione dell’onore femminile violato, è giustificato procedere a nozze senza l’onere di costosi ricevimenti .

    Fino al 1981 questa pratica non era punita legalmente, perchè esisteva il così detto matrimonio riparatore (art.544 codice penale), dove la violenza sessuale era considerata un oltraggio alla morale e non alla persona.
    Adesso la Cassazione ha stabilito che la "fuitina d'amore", anche se organizzata in modo più attuale - una breve vacanza più che una fuga - di nascosto dai genitori della ragazza minorenne, ma pienamente consenziente, è una specie di attentato all'unità famigliare, e per questo va risarcita la famiglia "disonorata" dal fidanzato focoso e scalpitante.
    [ Il ragazzo che sottrae l'amata, pur consenziente, ai genitori, è reo di minacciare l'unità familiare e per questo deve pagare. Soldi, non scuse o pentimenti. Denaro che risarcisca il nucleo parentale per "aver tentato di scardinare", con la fuga galeotta, "il rapporto della minore con la propria famiglia". ]

     
             Vincè

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    Cola Pisci


    Da piccolo i miei nonni mi raccontavano spesso delle storie.
    Risultavano per me meravigliose e riconosco oggi essere leggende della nostra terra di Sicilia.
    Ricordo ancora con quale stato d'animo li ascoltavo e penso sia giusto oggi trasmetterle a chi non li conosce.


    LA STORIA DI COLAPISCI
     
    C'era una volta, un pescatore siciliano di nome Cola (Nicola).
    Passava le sue giornate sempre a contatto col mare ed era talmente bravo nello stare in acqua ed immeggersi che lo soprannominarono "pisci" (pesce).
    Colapisci, disincagliava le reti dei pescatori, li informava se stava per giungere una tempesta, portava messaggi da Messina a Reggio e viceversa.
    La fama per le sue imprese marine era giunta persino all'orecchio dell'imperatore di Sicilia (Federico II).
    Un giono l'imperatore volle mettere alla prova con una gara le straordinarie doti di Colapisci, al termine della quale avrebbe potuto sposare la figlia.
    L'imperatore impegnò Colapisci nel recupero di un'anello gettato in fondo al mare a varie profondità e per ben tre volte Colapisci recuperò l'anello.
    Ogni volta che Colapisci risaliva dal fondo dei mari, raccontava delle meraviglie marine che riusciva a vedere.
    Tesori, gemme, ori e argenti riposavano sul fondo del mare e facevano da casa ai mille e mille pesci di tutti i colori che vi abitavano.
    Ma la terza volta che risalì, dopo aver recuperato l'anello, raccontò al suo imperatore che una delle tre colonne che sorreggono la Sicilia, era lesionata per colpa di un fuoco sottomarino che la stava distruggendo e che rischiava di far inabissare l'intera isola.
    Fu così che Colapisci si rituffo in mare per appoggiarsi e sorreggere la colonna.
    Da allora Colapisci non conparve più a galla e si dice che ancora oggi stia sostenendo la Sicilia sul fondo del mare, impedendole di sprofondare.
     
     
                             

     
             Vincè

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    " I Misteri" di Trapani


                 

     

    La" Processione dei Misteri" di Trapani è uno tra i più antichi e i più lunghi riti religiosi italiani : si svolge a partire dal Venerdì Santo fino al mezzogiorno di Sabato.  Nell’aria vi è un’atmosfera particolare e coinvolgente, le strade sono colme di gente, di ogni età e ceto, che ammira i Sacri Gruppi che sfilano lungo le vie del centro. Trapani nella giornata della Processione modifica il suo aspetto in un mix suggestivo di sacro e folclore, che ha mantenuto le sue caratteristiche immutate nei secoli.
    Attualmente le Maestranze,che hanno in affidamento i Gruppi  sono  molto competitive tra loro, in totale sono 18, più i due simulacri di Gesù Morto e di Maria Addolorata.

     Realizzati in legno, da artigiani trapanesi nel XVII e XVIII secolo, questi pesantissimi gruppi rappresentano la Passione e la Morte di nostro Signore Gesù Cristo. Per ogni simulacro vengono impiegati più di dieci uomini, chiamati massari”. Ogni Gruppo è allestito con addobbi  floreali diversi e con preziosi ornamenti ed ha una bellezza singolare.( ornamenti e ori sono antichissimi e risalgono all’epoca ) . Il periodo che va dal primo decennio del ‘600, quando si presume poterono sfilare i primi Gruppi, sino al 1772, anno della costruzione degli ultimi, abbraccia un arco di 150 anni, nei quali l’artigianato trapanese seppe donare alla città simili capolavori d’arte. Le settant’otto statue dei Misteri furono costruite nelle botteghe trapanesi, dove valenti artigiani-artisti gareggiavano in stile ed espressività nella tipica arte locale detta “carchet”.
    Nel loro procedere i massari effettuano diversi movimenti caratteristici, quali “l’annacata”, ovvero il dondolamento ritmico, e “a vutata”, ovvero il giro, che sono determinati dal vivissimo suono delle bande musicali che accompagnano i gruppi di “Misteri” con marce funebri che fanno da colonna sonora  a tutta la Processione.

    Uno spettacolo ancora più straordinario è durante la notte quando i simulacri che sostano a Piazza Vittorio, vengono circondati da una folla immensa.

     L'atmosfera, le luci e l’odore dei fiori emanato da ogni gruppo, fanno si che nemmeno la stanchezza e il sonno possono spostare l’attenzione dai Gruppi Sacri
    La processione è talmente straordinaria da attirare anche turisti e fedeli stranieri da tutto il mondo.

     I Misteri sono custoditi presso la settecentesca chiesa barocca delle “Anime Sante del Purgatorio”, da dove prende avvio questo inestimabile patrimonio che rende orgoglioso il cittadino Trapanese.

     

    Ciao a tutti     ….ah .. appuntamento al 21   di marzo….

     

     

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             Rosario

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    Le carte da gioco siciliane


    Carte da gioco siciliane

     

    LE CARTE DA GIOCO SICILIANE

     

     

    Dopo la morte di Federico II di Svevia, la Sicilia perde la stabilità ritrovata e si ritrova alla mercè dei francesi che invadono l’isola. Ma nonostante l’avversione che il popolo siciliano nutre nei loro confronti, ne assorbe gli usi come, per esempio, il gioco delle carte.

     

    Inizialmente le carte da gioco furono un lusso che si potevano permettere in pochi, soprattutto nelle corti dei principi, in quanto un pittore doveva disegnare le carte a mano. Chiaramente in diversi luoghi diversi pittori disegnavano le carte con composizioni locali. Dopo molte combinazioni nacquero mazzi standard con coreografie regionali, usati ancora oggi.

     

    Le carte da gioco siciliane sono quaranta con quattro semi: Oro, Coppe, Spade e Bastoni. Ci sono tre figure per seme: il Re, il cavallo o "Sceccu", il fante o la donna. Gli assi sono quattro per seme, ma il più rappresentativo è l'asso di bastone che spesso era dipinto nei carretti siciliani con la dicitura “vacci lisciu”. Questa figura aveva un significato specifico che valeva come monito per chi volesse attaccare briga o, come qualcuno sostiene, era associato alla “grattarola” (grattugia) come una sorta di amuleto contro le corna o gli invidiosi.


     
             Teresa

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    Le tre punte

     

    Incantatrice come il sorriso delle sue donne, appassionata come un bacio d'amore, cullata tutta intorno dal mare turchino...essa è la Sicilia

    E la bella Trinacria, che caliga

    tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo

    che riceve da Euro maggior briga...

    Così Dante si compiace di ricordare nella più luminosa opera d'arte che mente umana abbia potuto creare ( Paradiso VIII,67-70) questo nostro paese per la bellezza e leggiadria, paese della poesia, dell'arte, della storia...

    Cicerone la immortalò stupendamente:

    Multa mihi videntur esse de Siciliae dignitate, vetustate utilitate dicenda...

    Ancora il Carducci scrisse...

    Sai tu l'isola bella, a le cui rive

    manda il Ionio i fraganti ultimi baci, Nel cui sereno mar Galatea vive

    e sui monti Aci?...

     

    Ma come nacque questa mirabile terra? La leggenda narra:

    Ai tempi in cui l'uomo era da poco venuto sulla terra c'erano tre ninfe, una dai capelli e occhi nerissimi, come le more che crescono nelle siepi delle nostre campagne, una bionda con gli occhi cangianti come il mare, la terza dalla chioma e occhi castani. Quando esse sorridevano, rideva la natura e il mare, al loro apparire, si vestiva di tutte le luci dell'arcobaleno. Le tre belle volavano ora in un mare ora nell'altro, ritrovandosi un giorno in questo lembo di mare e sotto l'immensa volta di cielo dove oggi ride la Sicilia; rimasero talmente incantate del luogo che vollero piantare la loro dimora nella terra che sarebbe emersa dal mare.

    Presero dalla parte più fertile del mondo un pugno di terra mescolata a sassolini, si piantarono tutte e tre, forma di triangolo, in tre punti del mare, vi gettarono la terra insieme a fiori e erbe che adornavano i loro corpi..

    Il mare si colmò e da esso emerse "l'isola bella".

    Dalla bellezza delle tre ninfe, la bruna, la bionda e la castana la Sicilia ereditò la superba bellezza delle sue donne...la bruna che incendia, la bionda che ammalia, la castana che rapisce.

     

    Amiche siciliane...complimenti !!!...


     
          Stella

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    DALLA BRETAGNA AL MONGIBELLO: una leggenda su Re Artù


    etna

    Forse è difficile crederci e -penso- pochi lo sanno, ma sul vulcano più alto d'Europa, la nostra "muntagna" Etna, esistono persino storie ricavate dalle saghe bretoni, segnatamente di Re Artù. Tutti sanno che le gesta eroiche dei cavalieri della Tavola Rotonda sono legate alla ricerca del Sacro Graal e la letteratura e la drammaturgia ci hanno anche parlato dei luoghi di queste ricerche. Di fatto, si pensa sempre ai viaggi di questi cavalieri verso l'Oriente, verso Gerusalemme, ma è difficile pensare che Re Artù possa aver dimorato nel nostro vulcano e che i suoi cavalieri vennero fino in Sicilia a cercarlo! Anni fa mettevo in scena uno spettacolo teatrale all'Ariston (una silloge di brani del XIII secolo) e mi imbattevo in certi versi che qui riporto. Si tratta del "Detto del Gatto Lupesco", una composizione in cui, accanto alla figura centrale di questo strano e perfido gatto , compaiono molti animali immaginari -tratti dai bestiari- ed anche i leggendari Cavalieri di Breatgna. Il gatto lupesco, con piglio sempre beffardo, chiede loro:


    ...Però saper vogl[i]o ove andate,
    e voglio sapere onde sete
    e di qual parte venite".
    Quelli mi dissero: "Or intendete,
    e vi diremo ciò che volete,
    ove gimo e donde siamo;
    e vi diremo onde vegnamo.
    Cavalieri siamo di Bretagna,
    ke vegnamo de la montagna
    ke ll'omo apella Mongibello.
    Assai vi semo stati ad ostello
    per apparare ed invenire
    la veritade di nostro sire
    lo re Artù, k'avemo perduto
    e non sapemo ke·ssia venuto...

    Non v'è dubbio che "Mongibello" si riferisca proprio all'Etna (lo si chiama anche così). Ciò dimostra, ancora una volta, che alla nostra Muntagna sono legate mille e mille leggende che rendono, agli occhi sognanti di tutti i turisti,
    più misteriosa la nostra terra.


     
             Angelo

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    La festa di S. Agata, tradizione e mito.


    Da ieri faccio, orgogliosamente, parte del comitato.
    Avevo promesso, come esordio, di raccontare la festa di S.Agata, che culmina proprio oggi.
    Visto che non ho fotografie da mostrarvi ne, lo ammetto, mi sono documentata a dovere su quest’avvenimento, vi racconterò di questa festa per come la vedo io, per come la conosco, vedrete con i miei occhi.
    Quest’anno tutto è coinciso con il Carnevale, la festa sacra si è mischiata , inesorabilmente, con quella profana!
    Un guazzabuglio di candelore, processioni, coriandoli, schiuma, Ave Maria e risate!
    Una delle tradizioni delle festività Agatine sono i “devoti”.
    In origine erano, considerati, devoti solo gli uomini, ma negli ultimi anni questo, chiamiamolo  “titolo”, si è esteso anche alle donne, l’unica distinzione sta nel colore del “Sacco”. Rigorosamente bianco con la papalina nera, per gli uomini, verde per le donne, che appunto quest’anno vediamo mischiati per le strade con principesse, Uomo Ragno e intramontabili Zorro!
    Il Sacco è la rappresentazione della camicia da notte che indossavano, gli uomini, la notte in cui ci fu un terremoto di enormi proporzioni, provocato dall’eruzione dell’Etna.
    Nei giorni seguenti, tale eruzione, non accennava minimamente a placarsi, anzi cominciò a distruggere villaggi e paesi e a minacciare seriamente Catania.
    Così il vescovo decise di portare in processione, accompagnato dai cittadini, il velo della Santa. Per capire l’importanza, che ha questo velo miracoloso, dovete conoscerne la storia.
    Vi racconterò, in breve, la storia di questa ragazza.
    Agata era una catanese di straordinaria bellezza, che aveva votato la sua vita a Dio.
    Si era intorno al 250 D.C..
    In quegli anni l’isola, in mano ai romani, era governata da tale Quinziano, il quale, manco a dirlo, s’innamorò a tal punto di lei che la fece rapire.
    Portata al suo cospetto, Agata non cedette alle lusinghe del governatore, resistette con tutte le sue forze!
    Quinziano la fece imprigionare e torturare, qui storia e leggenda si fondono.
    Si narra che subì un supplizio atroce, certo era un supplizio non poteva essere di certo piacevole!
    Gli furono strappati, con tenaglie infuocate, i seni. Nella notte il Cristo, impietosito dalla vista di tanto dolore, le concesse un miracolo,  Agata riebbe i suoi seni, come se non avesse mai subito le torture che le avevano inflitto.
    Chiunque, di fronte a tale prodigio, avrebbe desistito dalle proprie mire, ma non Quinziano, decise che se la bellissima ragazza, non poteva essere sua non sarebbe stata di nessun altro!
    La fece mettere a bruciare lentamente su un letto di braci ardenti, alimentate continuamente, la morte fu lenta e terribile, ma accadde un prodigio, mentre tutto di lei si consumò, il suo velo rimase intatto. Agata morì il 5 Febbraio del 251 D.C.
    La fine di Quinziano era scontata, preso dai sensi di colpa, rincorso dai suoi rimorsi e dagli strali celesti, scappò a cavallo.
    La leggenda vuole che, affogato nel Simeto, la sua anima vaghi senza posa, sulle rive del fiume.
    Così, come stavo già raccontando, il velo di S.Agata portato in processione, fu posto dal vescovo ai piedi dell'enorme colata lavica, che immediatamente si fermò!
    Da quel momento in poi Agata fu per i catanesi la santa protettrice.
    L’amore dei cittadini per questa ragazza, va ben oltre la devozione che si deve ad un santo, è un amore vero. Tanta è la passione per lei che un vero devoto sarebbe capace di tutto per difendere Agata.
    Oggi 5 Febbraio la città di Catania commemora la sua morte,
    I festeggiamenti sono svolti in maniera solenne e magnifica, per Agata nulla è troppo!
    Quest’anno, anche se coincide con il Carnevale, la larga maggioranza della popolazione, segue il feretro, con i resti mortali della santa, con la solita, incredibile partecipazione, che fa di questa festa tradizionale, un evento eccezionale!



     
              Giusy

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    Testa del Moro

    Amici vicini e lontani buongiorno: all’Italia dei buoni sentimenti e delle piccole illusioni…come diceva il grande Nunzio Filogamo…miii chi sugnu vecchia …a dire il vero ricordo solo la frase che conosciamo un po’ tutti, ma lui no.

    Buona domenica!…amiche, mi avete chiesto…oggi cosa si mangia?...ahahah…oggi alla vucciria si digiuna..ahahah…beh mi pare che quanto meno il dolce ce lo abbiamo, ci ha pensato il nostro capo…fatele le “sfinci”…sono buonissime…

    Stamattina andando a fare una bella passeggiata mattutina per le vie di Palermo e ammirando la maestosità di molti palazzi dei tempi che furono, mi ricordai di una leggenda che riguarda i vasi di terracotta con l’effige di “A TESTA DU MORU” (testa del moro).

    Alla Kalsa,( “Avusa” nome arabo KASBAH) nel periodo della dominazione araba, in una delle sue viuzze, viveva una bellissima fanciulla, dal colorito roseo e occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo mare del golfo di Palermo.Segregata in casa, trascorreva le giornate coltivando e curando i fiori del suo balcone. Un giorno  passò di lì un giovane moro, che vide la bella ragazza attenta ad accudire le sue piante, se ne invaghì e decise di volerla per sempre. Senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amoreLa fanciulla ricambiò l'amore del giovane, ma quando seppe che il moro l'avrebbe lasciata per tornare nelle sue terre, dove l'attendevano moglie e figli, aspettò la notte e mentre il giovane dormiva lo uccise. Gli tagliò la testa con la quale fece un vaso in cui piantò del basilico e lo mise in bella mostra fuori dal balcone.Il basilico crebbe rigoglioso e destò l'invidia degli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero fabbricare dei vasi di terracotta a forma di "testa di moro".


     
             Stella

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