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A CucciaA Cuccia di S. Lucia
Vincè
Zucche no....Zucchero siLa festa dei Morti In questi ultimi giorni di Ottobre, riguardo alla festa di Halloween, si sono scritte tante cose le zucche le streghe e gli scheletri hanno fatto da contorno. Io vorrei invece parlarvi di una tradizione siciliana che sta per scomparire e ricordarla è come un po’ salvarla.
La mattina del 2 Novembre, i bambini son pronti alla ricerca dei regali, ma prima recitano la seguente frase:
Armi santi, armi santi,
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Sono delle statuette alte circa 20 cm composte da un impasto zuccherino solidificato al forno e colorato a mano.
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Si pensa che l’icona della Madonna sia stata portata dall’ordine religioso dei Teutonici di Santa Maria de Alemanna (Ordo domus Sanctae Mariae Teutonicorum), fondato nel 1190, e trasformato nel 1198 in ordine cavalleresco. Secondo la testimonianza dell’abate Rocco Pirro, il culto a Maria SS. D’Alemanna trae la sua origine proprio dal suddetto ordine religioso. I Teutonici furono chiamati nell’isola Alemanni (nell’uso poetico e letterario col nome di Alemanni si trovano spesso indicati i Tedeschi), e perciò la chiesa di Santa Maria dei Teutonici era la chiesa di Santa Maria degli alemanni o dell’Alemanna. I racconti popolari, tramandati da generazione in generazioni, parlano del rinvenimento della venerata icona di Maria SS. d’Alemanna in un modo miracoloso intorno al 1476. Si narra infatti che un contadino mentre arava la terra si accorse che i suoi buoi non proseguivano più; pensando che si trattasse di un ostacolo proveniente da qualche corpo duro sottostante il terreno, il contadino si mise a scavare, anche con la segreta speranza di trovare un tesoro nascosto, ma quale non fu la sua meraviglia quando le sue mani cominciarono a tirar fuori una tavola sulla quale s’intravvedeva una immagine dipinta: era l’effige della Beata Vergine. Nel momento stesso in cui estrasse dal terreno l’intero quadro, il contadino si accorse che i due buoi si erano inginocchiati. Maria SS. d’Alemanna è chiamata protettrice e Patrona della città, ufficialmente verso il 1650 in seguito alla bolla Universa di Urbano VIII. Gli atti di proclamazione vennero stilati nella nostra città nel dicembre del 1659 e poi del marzo del 1693, in quest’ultimo anno in particolare, in occasione del famoso terremoto che distrusse molte città dell’isola e mietè molte vittime nella sua parte orientale. Le scosse telluriche (11 Gennaio 1693) furono violente, tanto che in uno slancio corale di fede il popolo pote attribuire la salvezza della città solo alla protezione della Vergine, ed ancora, il popolo ricorda i famosi versi : All’unnici ‘i jnnaru a vintun’ura Si vitti e nun si vitti Terranova; S'unn’era ppi Maria, Nostra Signora, Sutta li petri fussi Terranova.” |
La tradizione artistica dei carretti siciliani è un’arte centenaria, decantata da poeti e racconti. Lo stesso Camilleri, ammirato nella visione della lavorazione di un carretto, disse che quello era un momento che sarebbe rimasto indelebile nella sua memoria... Prima di lui, Salvatore Lo Presti, autore di una monografia sul carretto siciliano, ricamava, nel 1956, un ritratto pieno di ammirazione e di grande emozione nel suo libro ‘ Il carretto ’, a tiratura limitata. Tanti altri insigni studiosi o, meri ammiratori di questa grande arte popolare, hanno descritto il mondo del carretto e i suoi migliori artefici. |

La Leggenda di Aretusa
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Non vi era nessuno intorno così Aretusa si tolse i vestiti appendendoli ad una ramo di salice e desiderosa di frescura entrò nella fonte.
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Mi chiamo Antonino Versaci e sono un ragazzo di San Fratello (Me)...La mia storia ha inizio quando da piccolissimo, nell’officina di mio padre (fabbro), curiosando tra i vari cassetti, trovai un coltello “Sanfratellano” in fase di realizzazione e da quel giorno il mio unico desiderio fu quello di impossessarmene per poterlo ultimare da me...Ho ancora davanti agli occhi quel bambino accanto al nonno (anch’egli fabbro, ma in pensione), tutto eccitato dal fatto di finire il coltello, anche se non aveva la più pallida idea di come fare e ricordo ancora, come fosse oggi, mio nonno che con tantissima pazienza seguiva e correggeva i disastri del suo nipotino, tutto sporco, ma felicissimo di imparare.
A 17 anni, finalmente, grazie all’aiuto di mio padre, ho potuto realizzare il mio sogno imparando in un batter d’occhio a forgiare da me ed a costruire interamente un coltello “Sanfratellano” secondo l’antica tradizione...Fu così che, col passare del tempo, iniziai a realizzare anche alcuni dei tantissimi altri modelli tipici siciliani...coltelli di cui, a differenza di quello "Sanfratellano" non si conosce il paese di origine preciso (molti anche perchè venivano realizzati in varie zone della Sicilia) ma che addirittura hanno preso nel tempo i nomi più svariati in lingua siciliana a seconda della forma degli usi ed altri particolari...e quindi è il caso da "Birritedda", da "Laparedda" do "Scaluni", do "Saraga", u "Liccasapuni", u “Cuteddu ammanicatu” u “Rasolu ammanicatu” e molti altri modelli tipici siciliani... Purtroppo, nonostante il coltello "Sanfratellano" e quindi tutti gli altri coltelli tipici Siciliani, siano stati, e lo sono ancora oggi, molto conosciuti ed apprezzati, non solo all'interno della stessa isola ma in tutto il territorio nazionale, questa tradizione è andata perdendosi poiché nessuno è stato capace di portarla avanti con passione e quindi cercare di pubblicizzarla per poterne trarre un più ampio apprezzamento dello stesso e di riflesso un maggiore sviluppo economico. Al giorno d’oggi infatti, in Sicilia sono pochissimi coloro capaci ancora di realizzare i coltelli tipici secondo l’antica tradizione degli abilissimi fabbri-coltellinai siciliani, ma ancor peggiore è il fatto che non c’è più nessun giovane che intende avvicinarsi a questa antica tradizione con la voglia di imparare. Diciamo pure che io sono l’eccezione che conferma la regola, infatti, cerco sempre di adoperarmi, nelle mie possibilità, per portare avanti il nome e la fama del coltello "Sanfratellano" e di un po’ tutti i modelli tipici siciliani, cercando di rispecchiare il più possibile e tenere alto l'onore dell’antica tradizione tramandata dai fabbri-coltellinai del mio paese Proprio per questo ho avuto il piacere di partecipare ad alcune delle varie mostre del settore: tra le più importanti sono stato a Lugano (Svizzera), Frosolone (Is), Novegro (Mi), Roccagiovine (Rm), Romano Di Lombardia (Bg) e poi un po’ dappertutto in Sicilia. Sempre alla ricerca delle ultime informazioni rimaste riguardanti il mondo della coltelleria artigianale siciliana e come già detto in altre occasioni, unico mio dispiacere è quello di non poter più avere mio nonno al mio fianco, come la prima volta da bambino, ma nonostante tutto, ogni qual volta ho tra le mani un coltello, lo sento vicinissimo nel mio cuore e ritorno ad essere il nipotino, tutto sporco, ma felicissimo e voglioso di imparare…e sicuramente è proprio in questo che va ricercata la ragione della mia grandissima passione per i coltelli… |
I pupi cull’ova sono dei particolari pani o paste dolci di diversa grandezza e con forme di bambola, di pupattola, di prete, di mostro o altro, sopra ed entro le quali forme vengono racchiuse delle uova sode. Generalmente vengono preparate nel periodo pasquale e sono diffusi in tutta la in Sicilia. Le origini risalgono al periodo in cui non erano ancora largamente commercializzate e diffuse le uova di cioccolato. Assumono nomi diversi a seconda della località in cui sono preparati, (“campanaru” o “cannatuni” a Trapani, “pupu ccù l’ovu” a Palermo, “cannileri” nel nisseno, “panaredda” ad Agrigento e e Siracusa, “cuddura cull’ovu” a Catania, “palummedda” nella parte sud occidentale dell'isola) e diverse forme (panierini, di colombe, di cavallucci, di cuori). Si sono inoltre introdotte sovrastrutture decorative sempre più elaborate in cambio dei tradizionali semi di sesamo o di papavero. L'attuale pane dolce viene così ricoperto da una semplice glassa di zucchero, albume e limone (marmurata, vilata, allustrata o jelu, a seconda delle parlate), che un tempo veniva stesa con una penna di gallina. Oppure possono essere spennellate con il tuorlo d'uovo per dare il caratteristico colore mielato (giallo intenso) . Le uova che si inseriscono generalmente sode, possono essere colorate di rosso, il colore della fertilità. La colorazione può essere ancora oggi rudimentalmente ottenuta mettendo a bollire le uova in un infuso ottenuto da una speciale radice, la " rùggia ". Oppure possono essere spennellate con il tuorlo d'uovo. Si prepara prima una pasta di biscotti con Ingredienti:
1 Kg di farina, latte quanto basta, 300 grammi di zucchero, un quarto di sugna, una bustina di lievito per dolci, una bustina di vaniglia un cucchiaio di ammoniaca. Esecuzione: Con questa pasta bella omogenea ed addensata, si preparano panareddi, pupi, bambuli o altre figure a piacere, a secondo dell'abilità e l'estro artistico di ognuno, mettendoci sempre in mezzo un'ovo sano, già bollito e sodo, che viene rivestito e decorato con la stessa pasta. Un'attimo prima della cottura completa, si ci spalma di sopra con una penna di gallina o con un pennello soffice, il bianco dell'uovo sbattuto con lo zucchero, si decorano con la diavolina che gli dà un'aspetto allegro ed augurale e si mettono un'altra volta in forno per qualche minuto. Cottura: 30 min a 250° (forno a legna) |


Queste forme ad agnello sono realizzate con la pasta reale detta anche Martorana, poiché furono le suore del Monastero della Martorana ad utilizzarla. Il monastero era attiguo alla Chiesa della Martorana, detta anche Santa Maria dell'Ammiraglio, si trova a Palermo sulla Piazza Bellini. Per fare la pasta reale il procedimento è abbastanza semplice. Per un kg di Pasta Reale :
Nei bar ad esempio la pasta reale sa fondamentalmente più di zucchero che di mandorla (lo zucchero costa poco e la farina di mandorle ha un prezzo notevole e loro devono giustamente guadagnarci) ma in casa propria la si fa come meglio si crede. Si può fare comunque anche 500 e 500 o invertire e fare 600 di zucchero e 400 di mandorla , o addirittura 700 e 300 se vi piace molto dolce . Insomma è a vostro piacimento . A me piace sentire il sapore di mandorla , che poi dovrebbe essere il gusto autentico della pasta reale . Si possono aggiungere anche degli aromi come limone grattugiato e vanillina ed al posto del glucosio uno sciroppo di acqua e zucchero. Questo tipo di impasto non necessita di particolari attenzione nella conservazione, e può essere conservato anche a temperatura ambiente per molte settimane. |

Esecuzione delle pecorelle: Bisogna innanzi tutto procurarsi le forme di gesso. Si prepara quindi la pasta reale, si spolverano le due metà della forma all’interno con un po’ di farina e si riempiono di pasta reale. Nell’agrigentino, sono famose le pecorelle di Favara al pistacchio. E’ usanza farcire l’interno con una pasta di pistacchi ottenuta, amalgamando sul fuoco, pistacchi pelati e tritati e zucchero in pari quantità. Si chiudono quindi le due metà della forma, poi si staccano cercando di far venir fuori la pecorella tutta intera. A questo punto con pennello e colorante si dipingeranno. Normalmente la pecorella così ottenuta viene infilzata con una bandierina rossa sul dorso e sistemata in un panierino sopra un foglio verde, che funge da prato, sul quale si trovano sparpagliati confettini colorati. La ricetta della pasta di pistacchi è identica, nella lavorazione, a quella della pasta di mandorle a caldo.
Vedi anche.... http://www.buttalapasta.it/articolo/ricette-pasqua-gli-agnellini-di-marzapane/6876/ Articolo dell'amica Serena. |
Tutte le feste che si celebrano in onore di San Giuseppe hanno come caratteristica comune la preparazione del banchetto collettivo che, come nelle feste di origine agricola assume un valore propiziatorio che assicura i buoni raccolti ricorrendo ai segni dell’abbondanza.
"San Giuseppe è il santo tutelare dei poveri, degli orfani, di chi volge in grandi strettezze di vita. I beni che la Provvidenza manda non vengono se non la mercé di Lui… da questa sua particolare prerogativa può esser nato l'uso del banchetto detto di S. Giuseppe…". Queste le parole, tratte dal Pitrè ("Spettacoli e Feste Popolari Siciliane"). Secondo i luoghi e le relative usanze radicate nel tempo, il "banchetto di San Giuseppe" prende il nome di "artari", "cena" o "tavulata". Si tratta di tavole, a volte a più ripiani, trasformate in una sorta di piccole "cappelle" in maniera non infrequente predisposte per voto, devozione o per grazia ricevuta, ricchissime di pane dalle svariate forme e ricolme di numerose pietanze. La cena viene allestita in genere al piano terra dell'abitazione ( ma talvolta possiamo trovarle anche ai piani superiori) e per l'occasione la casa è addobbata da drappi si seta, di velluto e da tovaglie ricamate a mano. Visitare tali luoghi, non è altro che ammirare la bellezza dell'arte popolare ed apprezzare l'estro e l'inventiva del popolo siciliano. E' necessario, però, conoscere il significato degli elementi che le compongono. Ogni cibo che si trova collocato sul tavolo assume un ben preciso significato intrinseco: l'acqua rappresenta la grazia purificatrice; il vino la benedizione di Dio al lavoro umano; la lampada ad olio, sotto il profilo cristiano, rappresenta la fede nella divina Provvidenza, ma ricorda anche la lampada che le partorienti accendevano a Giunone Licina (antica divinità del mondo pagano). Anche il pane assume un particolare valore:
Il giorno della festa, nelle chiese, vengono celebrate le messe alle quali assistono, oltre ai fedele, i gruppi denominati della Sacra Famiglia. I gruppi sono formati da un vecchietto e da due bambini, in genere un maschietto e una femminuccia, scelti tra i più poveri del paese. I personaggi indossano delle tuniche bianche fino ai piedi, in testa una piccola ghirlanda di vario colore e l'anziano signore tiene in mano un bastone. Dopo la cerimonia della santa messa, ogni gruppo si dirige verso i luoghi dove sono allestite le cene e, quando si trova sul posto, inizia una sorta di commedia tra la "sacra Famiglia" e il padrone di casa. La "sacra Famiglia" bussa una prima volta, alla richiesta di aprire la porta a Giuseppe, viene detto "cà nun cè postu", la "sacra Famiglia" bussa una seconda volta, alla richiesta di aprire la porta a Maria, viene detto "cà nun cè postu", infine si bussa una terza volta, questa volta la richiesta è di aprire la porta a "U Bammineddu". A queta risposta la porta si apre alle grida di "Viva Gesù Giuseppe e Maria". Molte pietanze vengono consumate dai convenuti alla cena, un tempo venivano invitati anche gli orfanelli e gli anziani. Alla fine della rappresentazione le pietanze vengono distribuite fra i commennsali convenuti per l'occasione. |
Aci, era un pastureddu ca viveva, pasculannu li sò pecuri, nte pinnici di l’Etna. Di iddu era nnammurata na biddìssima carusidda, ca si chiamava Galatea e ca avìa rispintu la pruposta d’amuri di Polifemu. Chistu, quannu s’accurgìu ca Galatea sa facìa cu lu pastureddu Aci, lu ammazzò, p’aviri, accussì, la strata lìbbira cu la bedda carusedda Galatea. Ma, l’amuri di Galatea pi lu sò Aci, cuntinuò macari nfinu a doppu ca chistu era mortu, e Polifemu ristò comu nu passuluni. La janca Nereide, scunzulata, cu l’ajutu di li Dei, traspurmò lu corpu mortu di Aci nta surgivi di acqua duci, ca ancora oggi scìnninu pi li pinnici di l’Etna, vucalijannu sona malincònici di struggenti nustalgìa. Aci, era un pastorello che viveva, pascolando le sue pecore, alle pendici dell'Etna. Di lui era innamorata una bellissima ragazza, che si chiamava Galatea che aveva rifiutato la proposta d'amore di Polifemo. Costui, quando si accorse che Galatea amoreggiava con il pastorello Aci, lo uccise, per avere, così, via libera con la bella Galatea. Ma , l'amore di Galatea per il suo Aci, continuò fin dopo la morte di lui, e Polifemo rimase come uno stupido. La bianca Nereide, sconsolata, con l'aiuto degli dei, trasportò il cadavere di Aci in una sorgente d'acqua dolce, che scende tuttora per le pendici dell'Etna, gorgheggiando emette suoni malinconici di struggente nostalgia. |
Li rifirenzi giogràfici:
Vicinu la costa, ammeri a na cuntrada chiamata oggi "Capu Mulini", nta nu locu dispìcili di agghiùnciri dà terra e cchiù facirmenti dò mari, c’è na nica surgiva firrusa ditta di li pupulazzioni lucali "lu sangu di Aci" pi lu sò culuri russastru. Nta la lucalità chiamata oggi "Capo Mulini" ci fu na vota nu nicu villaggiu di piscatura ca era chiamatu, pi mimoria di lu pastureddu dò mitu grecu, Aci. Ntô XI° sec. d.c. un tirrimotu distrussi lu villaggiu, e la pupulazzioni ca supravvivìu funnò àutri paisi ntè vicinanzi. A mimoria di lu nomu di lu villaggiu d’orìggini, li novi paisi foru chiamati Aci. Doppu tempu, si funnaru àutri paisi e, pi scanciari nu paisi di l’àutru, a ogni cuntrada ci fu misu un secunnu nnomu, sparti di Aci; nascìu accussì Aci Casteddu ( pi nu casteddu custruitu supra nu faragghiuni), Acitrizza (pi la prisenza di tri faragghiuni ntò mari d’avanti ò paisi, Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S.Antoniu, Aci Platani e Aci Sanfulippu. I riferimenti geografici: Nella costa, vicino la contrada oggi chiamata Capo Mulini, in un luogo difficile da raggiungere via terra molto più facilmente via mare, c'è una piccola sorgente d'acqua ferrosa, chiamata dalle popolazioni locali " il sangue di Aci" per il suo colore rossastro. Nella località chiamata oggi Capo Mulini una volta c'era un piccolo villaggio di pescatori che era chiamato, in memoria del pastorello del mito greco, Aci. Nell' XI° sec. d.c. un terremoto distrusse il villaggio,e la popolazione sopravvissuta fondò altri paesi nelle vicinanze. A memoria del nome del villaggio d'origine, i nuovi paesi furono chiamati Aci. Tempo dopo, furono fondati ancora altri paesi e, per non scambiare un paese con l'altro, a ogni contrada fu messo un secondo nome, a parte Aci; nacquero così Aci Castello (per un castello costruito sopra un faraglione), Acitrezza ( per la presenza di tre faraglioni nel mare antistante il paese), Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S.Antonio, Aci Platani e Aci S. Filippo. |
La "Fuitina " è un termine di origine siciliana utilizzato per indicare la cosiddetta "fuga d'amore", ovvero l'allontanamento da casa di due ragazzi molto giovani, o addirittura minorenni, da soli, per qualche giorno senza avvisare nessuno. Al loro ritorno diventa quasi automatico il cosiddetto "matrimonio riparatore". La fuitina veniva utilizzata dai due giovani innamorati quando il loro amore era contrastato da una o da entrambe le loro famiglie: lo scopo, quindi, era quello di metterle dinanzi al "fatto" (quello di aver presumibilmente consumato un rapporto sessuale) compiuto. A quel punto l'assenso dei familiari diventava inevitabile "Paciata ". Ancor oggi sull'isola la fuga d'amore è considerata una sorta di istituzione, e una specie di ammortizzatore sociale, capace di favorire matrimoni altrimenti impossibili soprattutto per motivi economici. Consente alle ragazze meno abbienti di accelerare la marcia verso l'altare, senza dover attendere tempi migliori. Tant'è vero che spesso la ragazza parte con la benedizione della madre e con il finto furore del padre, in modo da celebrare le nozze riparatrici con un matrimonio poco importante ed economico. |
Definizione da : Dizionario De Mauro
tradizionale fuga prematrimoniale di giovani promessi sposi, in genere concordata con le famiglie, in virtù della quale, rendendosi indispensabile una rapidissima riparazione dell’onore femminile violato, è giustificato procedere a nozze senza l’onere di costosi ricevimenti . Fino al 1981 questa pratica non era punita legalmente, perchè esisteva il così detto matrimonio riparatore (art.544 codice penale), dove la violenza sessuale era considerata un oltraggio alla morale e non alla persona. Adesso la Cassazione ha stabilito che la "fuitina d'amore", anche se organizzata in modo più attuale - una breve vacanza più che una fuga - di nascosto dai genitori della ragazza minorenne, ma pienamente consenziente, è una specie di attentato all'unità famigliare, e per questo va risarcita la famiglia "disonorata" dal fidanzato focoso e scalpitante. [ Il ragazzo che sottrae l'amata, pur consenziente, ai genitori, è reo di minacciare l'unità familiare e per questo deve pagare. Soldi, non scuse o pentimenti. Denaro che risarcisca il nucleo parentale per "aver tentato di scardinare", con la fuga galeotta, "il rapporto della minore con la propria famiglia". ] |
La" Processione dei Misteri" di Trapani è uno tra i più antichi e i più lunghi riti religiosi italiani : si svolge a partire dal Venerdì Santo fino al mezzogiorno di Sabato. Nell’aria vi è un’atmosfera particolare e coinvolgente, le strade sono colme di gente, di ogni età e ceto, che ammira i Sacri Gruppi che sfilano lungo le vie del centro. Trapani nella giornata della Processione modifica il suo aspetto in un mix suggestivo di sacro e folclore, che ha mantenuto le sue caratteristiche immutate nei secoli.
Attualmente le Maestranze,che hanno in affidamento i Gruppi sono molto competitive tra loro, in totale sono 18, più i due simulacri di Gesù Morto e di Maria Addolorata.
Realizzati in legno, da artigiani trapanesi nel XVII e XVIII secolo, questi pesantissimi gruppi rappresentano la Passione e la Morte di nostro Signore Gesù Cristo. Per ogni simulacro vengono impiegati più di dieci uomini, chiamati “massari”. Ogni Gruppo è allestito con addobbi floreali diversi e con preziosi ornamenti ed ha una bellezza singolare.( ornamenti e ori sono antichissimi e risalgono all’epoca ) . Il periodo che va dal primo decennio del ‘600, quando si presume poterono sfilare i primi Gruppi, sino al 1772, anno della costruzione degli ultimi, abbraccia un arco di 150 anni, nei quali l’artigianato trapanese seppe donare alla città simili capolavori d’arte. Le settant’otto statue dei Misteri furono costruite nelle botteghe trapanesi, dove valenti artigiani-artisti gareggiavano in stile ed espressività nella tipica arte locale detta “carchet”.
Nel loro procedere i massari effettuano diversi movimenti caratteristici, quali “l’annacata”, ovvero il dondolamento ritmico, e “a vutata”, ovvero il giro, che sono determinati dal vivissimo suono delle bande musicali che accompagnano i gruppi di “Misteri” con marce funebri che fanno da colonna sonora a tutta la Processione.
Uno spettacolo ancora più straordinario è durante la notte quando i simulacri che sostano a Piazza Vittorio, vengono circondati da una folla immensa.
L'atmosfera, le luci e l’odore dei fiori emanato da ogni gruppo, fanno si che nemmeno la stanchezza e il sonno possono spostare l’attenzione dai Gruppi Sacri
La processione è talmente straordinaria da attirare anche turisti e fedeli stranieri da tutto il mondo.
I Misteri sono custoditi presso la settecentesca chiesa barocca delle “Anime Sante del Purgatorio”, da dove prende avvio questo inestimabile patrimonio che rende orgoglioso il cittadino Trapanese.
Ciao a tutti ….ah .. appuntamento al 21 di marzo….
LE CARTE DA GIOCO SICILIANE
Dopo la morte di Federico II di Svevia, la Sicilia perde la stabilità ritrovata e si ritrova alla mercè dei francesi che invadono l’isola. Ma nonostante l’avversione che il popolo siciliano nutre nei loro confronti, ne assorbe gli usi come, per esempio, il gioco delle carte.
Inizialmente le carte da gioco furono un lusso che si potevano permettere in pochi, soprattutto nelle corti dei principi, in quanto un pittore doveva disegnare le carte a mano. Chiaramente in diversi luoghi diversi pittori disegnavano le carte con composizioni locali. Dopo molte combinazioni nacquero mazzi standard con coreografie regionali, usati ancora oggi.
Le carte da gioco siciliane sono quaranta con quattro semi: Oro, Coppe, Spade e Bastoni. Ci sono tre figure per seme: il Re, il cavallo o "Sceccu", il fante o la donna. Gli assi sono quattro per seme, ma il più rappresentativo è l'asso di bastone che spesso era dipinto nei carretti siciliani con la dicitura “vacci lisciu”. Questa figura aveva un significato specifico che valeva come monito per chi volesse attaccare briga o, come qualcuno sostiene, era associato alla “grattarola” (grattugia) come una sorta di amuleto contro le corna o gli invidiosi.
Incantatrice come il sorriso delle sue donne, appassionata come un bacio d'amore, cullata tutta intorno dal mare turchino...essa è la Sicilia
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga...
Così Dante si compiace di ricordare nella più luminosa opera d'arte che mente umana abbia potuto creare ( Paradiso VIII,67-70) questo nostro paese per la bellezza e leggiadria, paese della poesia, dell'arte, della storia...
Cicerone la immortalò stupendamente:
Multa mihi videntur esse de Siciliae dignitate, vetustate utilitate dicenda...
Ancora il Carducci scrisse...
Sai tu l'isola bella, a le cui rive
manda il Ionio i fraganti ultimi baci, Nel cui sereno mar Galatea vive
e sui monti Aci?...
Ma come nacque questa mirabile terra? La leggenda narra:
Ai tempi in cui l'uomo era da poco venuto sulla terra c'erano tre ninfe, una dai capelli e occhi nerissimi, come le more che crescono nelle siepi delle nostre campagne, una bionda con gli occhi cangianti come il mare, la terza dalla chioma e occhi castani. Quando esse sorridevano, rideva la natura e il mare, al loro apparire, si vestiva di tutte le luci dell'arcobaleno. Le tre belle volavano ora in un mare ora nell'altro, ritrovandosi un giorno in questo lembo di mare e sotto l'immensa volta di cielo dove oggi ride la Sicilia; rimasero talmente incantate del luogo che vollero piantare la loro dimora nella terra che sarebbe emersa dal mare.

Presero dalla parte più fertile del mondo un pugno di terra mescolata a sassolini, si piantarono tutte e tre, forma di triangolo, in tre punti del mare, vi gettarono la terra insieme a fiori e erbe che adornavano i loro corpi..
Il mare si colmò e da esso emerse "l'isola bella".
Dalla bellezza delle tre ninfe, la bruna, la bionda e la castana la Sicilia ereditò la superba bellezza delle sue donne...la bruna che incendia, la bionda che ammalia, la castana che rapisce.
Amiche siciliane...complimenti !!!...
Forse è difficile crederci e -penso- pochi lo sanno, ma sul vulcano più alto d'Europa, la nostra "muntagna" Etna, esistono persino storie ricavate dalle saghe bretoni, segnatamente di Re Artù. Tutti sanno che le gesta eroiche dei cavalieri della Tavola Rotonda sono legate alla ricerca del Sacro Graal e la letteratura e la drammaturgia ci hanno anche parlato dei luoghi di queste ricerche. Di fatto, si pensa sempre ai viaggi di questi cavalieri verso l'Oriente, verso Gerusalemme, ma è difficile pensare che Re Artù possa aver dimorato nel nostro vulcano e che i suoi cavalieri vennero fino in Sicilia a cercarlo! Anni fa mettevo in scena uno spettacolo teatrale all'Ariston (una silloge di brani del XIII secolo) e mi imbattevo in certi versi che qui riporto. Si tratta del "Detto del Gatto Lupesco", una composizione in cui, accanto alla figura centrale di questo strano e perfido gatto , compaiono molti animali immaginari -tratti dai bestiari- ed anche i leggendari Cavalieri di Breatgna. Il gatto lupesco, con piglio sempre beffardo, chiede loro:
...Però saper vogl[i]o ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite".
Quelli mi dissero: "Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi diremo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke ll'omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Artù, k'avemo perduto
e non sapemo ke·ssia venuto...
Non v'è dubbio che "Mongibello" si riferisca proprio all'Etna (lo si chiama anche così). Ciò dimostra, ancora una volta, che alla nostra Muntagna sono legate mille e mille leggende che rendono, agli occhi sognanti di tutti i turisti,
più misteriosa la nostra terra.
Amici vicini e lontani buongiorno: all’Italia dei buoni sentimenti e delle piccole illusioni…come diceva il grande Nunzio Filogamo…miii chi sugnu vecchia …a dire il vero ricordo solo la frase che conosciamo un po’ tutti, ma lui no.
Buona domenica!…amiche, mi avete chiesto…oggi cosa si mangia?...ahahah…oggi alla vucciria si digiuna..ahahah…beh mi pare che quanto meno il dolce ce lo abbiamo, ci ha pensato il nostro capo…fatele le “sfinci”…sono buonissime…
Stamattina andando a fare una bella passeggiata mattutina per le vie di Palermo e ammirando la maestosità di molti palazzi dei tempi che furono, mi ricordai di una leggenda che riguarda i vasi di terracotta con l’effige di “A TESTA DU MORU” (testa del moro).
Alla Kalsa,( “Avusa” nome arabo KASBAH) nel periodo della dominazione araba, in una delle sue viuzze, viveva una bellissima fanciulla, dal colorito roseo e occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo mare del golfo di Palermo.Segregata in casa, trascorreva le giornate coltivando e curando i fiori del suo balcone. Un giorno passò di lì un giovane moro, che vide la bella ragazza attenta ad accudire le sue piante, se ne invaghì e decise di volerla per sempre. Senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore. La fanciulla ricambiò l'amore del giovane, ma quando seppe che il moro l'avrebbe lasciata per tornare nelle sue terre, dove l'attendevano moglie e figli, aspettò la notte e mentre il giovane dormiva lo uccise. Gli tagliò la testa con la quale fece un vaso in cui piantò del basilico e lo mise in bella mostra fuori dal balcone.Il basilico crebbe rigoglioso e destò l'invidia degli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero fabbricare dei vasi di terracotta a forma di "testa di moro".
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