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Caltagirone..la Calatina
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Caltagirone sorge a 611 metri su una cima dei Monti Erei.
Al
suo demanio appartiene il Bosco di San Pietro, la più ampia area
boschiva naturale oramai esistente nella Sicilia centro-meridionale.
Il
degrado ed i numerosi incendi hanno oggi lasciato solamente 2000 ettari
ricchi di una grandissima varietà vegetale ed animale.
Sorta probabilmente nel III millennio a.C., Caltagirone è considerata uno dei primi abitati della Sicilia.
Intorno
all'anno Mille il sito venne invaso dagli Arabi chiamandolo "Qal'at
al-ghiran", cioè castello delle grotte, da cui deriva il nome attuale e
costruirono probabilmente un Castello, conquistato nel 1090 dai
Normanni.
Nel 1542 un terremoto sconvolse buona parte della città,
ma fu quello dell' 11 gennaio 1693 a produrre gravissimi danni
all'abitato che ebbe distrutti molti edifici, chiese sontuose e
magnifiche opere d'arte di cui si era adornata nei secoli precedenti. La
città venne comunque interamente riedificata riacquistando l'originario
impianto urbanistico tardo-rinascimentale e arricchendosi di nuove
chiese e palazzi barocchi, tanto da essere considerata oggi tra più
importanti centri barocchi della Sicilia. 
Infatti insieme con
Militello in Val di Catania, Catania, Noto, Palazzolo Acreide,
Ragusa, Modica e Scicli è tra le città Barocche della Val di Noto che
sono state dichiarate nel giugno del 2002 “Patrimonio dell’Umanità” e
inserite nella lista Unesco di protezione del patrimonio mondiale.
La ceramica di Caltagirone
Una tradizione
millenaria, profondamente legata alla storia di Caltagirone, è la
lavorazione della ceramica, che ha sempre alimentato in questa città
generazioni di artigiani ed artisti i quali hanno interpretato in modo
originale la capacità della ceramica di creare forme e colori,
strumento duttile per dare corpo alla fantasia creativa.
L'arte della maiolica, fiorente in epoca
musulmana e normanna, viene con il tempo perfezionata nella tecnica esecutiva
e decorativa dando prova di grande originalità, conservando, motivi
moreschi e i colori della tradizione che vanno da un particolare tipo di
azzurro al verde al giallo oro e manganese.
Nel 1965 fu inaugurato il Museo Nazionale della Ceramica
Le pittoresche stradine della città sono piene di una serie di negozietti
che espongono bellissimi oggetti come i piatti, gli albarelli, i vasi ma
anche semplici mattonelle, da acquistare per ricordo.
Gli albarelli, particolarmente
famosi, venivano impiegati tradizionalmente presso le antiche farmacie. 
La Scala di Santa Maria del Monte
Ricca di
siti archeologici, chiese, opere d'arte e monumenti, tra cui ricordiamo
la maestosa Scala di Santa Maria del Monte, con ben 142 gradini.
Ogni
alzata della scala è rivestita con mattonelle in maiolica policroma
raffiguranti vari motivi ceramici in uso in Sicilia dall'età araba
all'800.
La scala, diviene protagonista della città alla fine di maggio,
durante la manifestazione “la Scala Infiorata” in cui i 142 gradini vengono addobbati in onore di Maria Santissima di
Condomini di fiori ed allo stesso modo durante la “Rusedda” sfilata di
carri siciliani e trattori. Per la Festa di S.
Giacomo, patrono della città, che si svolge il 24 e 25 luglio, la
Scalinata viene interamente illuminata con 4.000 lumini.

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Vincè
Zafferana Etnea (CT) e L'Ottobrata
Arroccata
alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa l’ Etna, a circa 600
metri dal livello del mare, con vista sulla costa Jonica, troviamo
quella che nel 1816 divenne un comune autonomo ovvero la cittadina di
Zafferana Etnea.
In
provincia del comune di Catania da cui dista a 23 km, con i suoi circa
8.000 abitanti, basa la sua economia principalmente sull’agricoltura
con coltivazioni di vigneti, alberi da frutto e funghi, rinomata è la
ricca produzione di miele, tra cui il miele di castagno.
Di
interesse monumentale troviamo la Chiesa Madre delicata alla Madonna
della Provvidenza, la Chiesa Madonna delle Grazie, ed il Duomo, oltre
al Giardino Pubblico con vista sulla costa Jonica. |
Negli ultimi anni l’Ottobrata Zafferanese una sagra dedicata ai prodotti locali ed agli antichi mestieri del posto, ha dato grande risonanza a questa cittadina richiamando per le quattro domeniche di ottobre in cui si svolge la manifestazione migliaia di visitatori provenienti da ogni parte dell’isola e non solo.

L’Ottobrata di Zafferana Etnea è il pretesto per poter visitare luoghi meravigliosi della Sicilia, in una delle aree di maggiore interesse naturalistico, per la presenza dell'Etna, per i suoi paesaggi e per i numerosi boschi. Tra i tanti eventi, che si svolgono sull'isola, quello dell'Ottobrata è uno dei più significativi. La manifestazione, nata negli anni ottanta, si svolge da più di vent'anni, con l'obbiettivo di divulgare e promuovere antiche tradizioni, prodotti tipici ed antichi mestieri. Tra i tanti prodotti tipici, in primo piano il Miele, l'Uva, le Mele, il Vino, l'Olio le Castagne ed i dolci: le foglie da tè, gli “sciatori”, biscotti al latte ricoperti di cioccolato fondente, le zeppole di riso ricoperte di miele, le cassatelle ripiene di ricotta e canditi, la paste di mandorla, un classico della tradizione dolciari siciliana.
Info: www.zafferana-etnea.it www.ottobratazafferanese.net
Vincè
Una storia d'amore diversa dalle altre. Accompagnata da una delle pagine più ispirate della musica di Ennio Morricone. La storia di un amore travolgente, d'altri tempi. Di quelli che non pensi ad altro. Quelli che ti fanno apparire pazzo agli occhi di chi non capisce. Un amore che ti porti dentro per la vita.

Erano gli anni 1988...sono già passati 20 anni dal primo ciak per Nuovo Cinema Paradiso. Molte scene di quel film sono state girate a Cefalù da un siciliano puro, il regista Giuseppe Tornatore.
Nato a Bagheria il 27 maggio
1956, ha cominciato a girare documentari per la Rai a partire dal 1974.
Nel 1984 è stato regista della seconda unità di Cento giorni a Palermo
di Giuseppe Ferrara. Il suo debutto cinematografico è avvenuto nel 1986
con Il camorrista. Biografia
 Philippe Noiret (Alfredo) + Salvatore Cascio (Salvatore)
Il film accorciato di oltre mezz'ora ottiene un importante
riconoscimento al Festival di Cannes (1989) del Gran premio speciale della giuria. L'anno successivo conquista
addirittura l'Oscar per il miglior film straniero
Vincè
U fistinu !
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Rosalia al secolo Rosalia Scalia (1130-4 settembre 1156), venerata come santa vergine dalla Chiesa cattolica. Vissuta nel XII secolo, era figlia del duca Sinisbaldo di Quisquina delle Rose, in provincia d'Agrigento (l'allora Girgenti) e nipote di re Ruggero d’Altavilla. In seguito alla proposta di matrimonio del principe Baldovino lasciò la corte per condurre una vita di contemplazione. Visse da eremita sul monte Quisquina ed in seguito in una grotta del Monte Pellegrino a Palermo fino alla morte. Il suo culto è legato all’epidemia di peste che colpì Palermo nel 1624. Tutte le preghiere e le processioni rivolte alle co-patrone della città (S. Cristina, S. Agata, S. Ninfa e S. Oliva) non servirono a fermare la malattia.

Secondo la leggenda, mentre infuriava l'epidemia di peste arrivata in città da alcune navi provenienti da Tunisi, la santa apparve in sogno ad un cacciatore indicandogli dove avrebbe potuto trovare i suoi resti, che portati poi in processione in città fermarono l'epidemia. Così che il 27 luglio 1624, Santa Rosalia divenne ufficialmente la patrona di Palermo e la peste finì il 9 giugno del 1625.
Santa Rosalia ricorre il 4 settembre ma viene festeggiata il 15 luglio.
I festeggiamenti hanno inizio il 10 per concludersi con un gran finale la sera del 15. Durante il corteo viene rappresentato il dramma della peste e il miracolo della guarigione per opera della Santa. La processione parte dal Palazzo reale e si snoda lungo l'antico Cassaro fino a mare. Il carro, dalla Cattedrale, sfila per buona parte del centro storico tra luci e suoni. Ai Quattro Canti, si ferma e il sindaco al grido di “Viva Palermo e Santa Rosalia!” dona dei fiori alla Santuzza. La serata si conclude con i giochi d’artificio alla Marina.
Il festino, però, è un’insieme di colori e caos.. le strade sono invase dai palermitani che aspettando di vedere passare il carro... mangiano !! Non sarebbe festino senza i venditori di “calia e simienza” (ceci abbrustoliti e semi di zucca), panelle e crocchè, il “pane ca’ meusa” (pane con la milza), i “babbaluci” (le lumache) e u "miluni" (l’anguria).
Il 4 settembre invece la tradizionale "acchianata" (la salita) a Monte Pellegrino conduce i devoti al Santuario. Il santuario venne eretto su Monte Pellegrino nel 1625 su una massiccia scalinata. In un angolo dell'atrio, antistante la cappella, si possono osservare gli ex-voto, offerti per grazia ricevuta. Numerosi gli oggetti, anche personali, delle persone che hanno ricevuto la grazia e le foto di bambini appena nati.
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Un video che riassume la manifestazione qua
Vincè
LA MADONNA DELLA VISITAZIONELa Festa della Madonna della Visitazione...santa patrona della città di Enna, è, assieme ai riti della settimana santa l'evento religioso più importante del capoluogo ennese e si tiene il 2 luglio .

Il 29 giugno iniziano i festeggiamenti in onore della patrona di Enna. Nel pomeriggio dalla chiesa di san Pietro, celebrato in questo giorno, parte la processione diretta al Duomo per la consegna delle chiavi con le quali aprire la statua della patrona. Alle ore 19,30, si provvede all'apertura della nicchia in cui è custodita la Statua della Madonna, nella cappella destra del Duomo, in marmi policromi. La statua viene nascosta tutto l'anno fino a questo giorno, quando la si scopre in presenza della folla di fedeli. Per prima viene aperta la porta della nicchia, costituita da un quadro di Domenico Basile raffigurante la Patrona con Santa Elisabetta, oltre cui si cela un'altra porta detta "delle sette chiavi" perché sette sono le chiavi necessarie ad aprirla. Non appena viene schiusa la nicchia, appare la statua di Maria, ricoperta interamente di monili d'oro facenti parte del prezioso Tesoro del Duomo, pezzo forte, una pregiatissima corona d'oro bianco posta sul capo della Vergine e cesellata con ori e smalti, avvolta in un ampio manto di broccato trapuntato a filigrana aurea. Il 2 luglio è il giorno dei grandi festeggiamenti. Anche se la Madonna della Visitazione, dal Concilio Vaticano II, viene ricordata in un'altra data, Enna ha ricevuto dal Papa il privilegio di festeggiare la sua patrona all'antica data..
 Le celebrazioni cominciano con la Santa Messa tenuta in Duomo alle 6,30, culmine delle messe mattutine speciali che si susseguono in attesa della festa sin dal 2 giugno. Mentre i fedeli, molti dei quali raggiungono la cattedrale a piedi nudi in segno di devozione alla Vergine Santa, assistono alla celebrazione eucaristica in Duomo. Nella Chiesa di Montesalvo, situata nell'altra parte della città alta, vengono sparate 101 salve di mortaretti, come si fa nelle monarchie quando nasce un futuro sovrano. Essendo la Chiesa da cui vengono sparati i 101 colpi, Montesalvo, il punto più alto di Enna dopo il Castello di Lombardia (970 m di quota circa), il loro eco raggiunge tutte le vallate sottostanti, compresa la conca dove sorge la città nuova, Enna Bassa. Alle 10,30, si svolge in Duomo una solenne Messa pontificale, ovvero una celebrazione eucaristica cantata officiata dal Vescovo. Intanto la banda municipale effettua un giro delle vie principali della città intonando marce festose, fermandosi sulle scalinate della cattedrale. In seguito i confrati della Confraternita di Maria SS. della Visitazione, deputati ai festeggiamenti patronali, procedono a montare il fercolo e le aste necessaire a far sì che i 124 uomini lo soreggano e lo portino in processione per tutta Enna alta.
 Nel primo pomeriggio, i portali del Duomo vengono chiusi per consentire alla Guardia di Finanza di effettuare in massima sicurezza la vestizione della Madonna, ovvero l'addobbo della statua. Su di essa vengono collocati panni rossi in cui sono cuciti innumerevoli monili d'oro, collari, anelli, orecchini, bracciali, che i fedeli di tutti i tempi hanno donato come ex voto e che ricoprono interamente la statua. Sul suo capo viene deposta la famosa Corona in oro zecchino, cesellata finemente secoli fa da abili artigiani in stile barocco, con diversi medaglioni ciascuno rappresentante una scena sacra. La corona è pertanto considerato il gioiello più prezioso mai prodotto dall'oreficeria sacra barocca in Sicilia
 Alle 17,00 il Duomo viene riaperto a turisti e fedeli per far vedere loro la statua di maria addobbata dai preziosi giolielli in oro, smalti e pietre preziose, oltreché la "vara", che in Sicilia designa il carro trionfale su cui i santi patroni vengono portati in processione, detta Nave d'Oro (1590) essendo rivestita d'oro zecchino. Essa verrà portata in processione lungo tutte le vie principali della città fino alla Chiesa di Montesalvo, con spari di cannoni nelle tappe di sosta. La sconda parte del viaggio è la più difficoltosa, perché la processione non segue i viali moderni del monte (Enna) che portano a Montesalvo, bensì l'antica, stretta e tortuosa via Mercato, nella quale la nave d'oro viene spesso calata e trascinata quasi a rasoterra, perché la strada è poco larga. L'angusta salita che precede Montesalvo (secondo punto più alto di Enna) viene effettuata dai 124 uomini che sorreggono la pesantissima nave d'oro a corsa, mentre la statua della Vergine ondeggia e vacilla e la statua di sua cugina esce da Montesalvo per accoglierla. A proposito del culto di Maria SS. della Visitazione ad Enna, è probabile che cominciò allorquando la statua della Madonna fu acquistata a Venezia e condotta fino ai piedi dell'altopiano da cui si affaccia la città; qui nacque una contesa fra gli abitanti della vicina Calascibetta e gli ennesi su chi avesse dovuto conservare la statua. Così leggenda vuole ci si fosse affidati al volo di una colomba, la quale, adagiandosi sull'imponente facciata del Duomo di Enna, assegnò al capoluogo la statua della Madonna della Visitazione; un'altra leggenda narra che il carro portante la sacra immagine di Maria Santissima, trainato da due bianchi cavalli, giunto che fu alle falde del monte, diventò improvvisamente pesantissimo, tanto che niente e nessuno riusciva a trasportarlo; allora dalle campagne giunsero i mietitori (dato che era tempo di raccolto), i cosiddetti ignudi i quali senza alcuna fatica riuscirono a portare la sacra effige sino al duomo, e da allora furono denominati per il prodigioso evento nudi mai più abbandonati, ciò ha voluto significare per gli ennesi, che la Vergine si serve delle persone più semplici ed umili, ecco perché da sempre, sono i contadini a portare a piedi nudi la Madonna di Enna, tramandantosi di padre in figlio. Maria SS. della Visitazione, nel 1412, sostituì il culto pagano alla dea Cerere.
Giusi
Lo stretto di Messina
L'antico Fretum Siculum è stato generato per distacco, avvenuto in tempi geologici recenti (5 milioni di anni fa), della Sicilia dalla Calabria a causa degli spostamenti delle placche litosferiche costituenti il fondo del Mediterraneo e le zone emerse adiacenti.
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E' una specie di canyon a forma di un imbuto, largo Km.3 circa, a Nord fra Capo Peloro (Sicilia) e Torre Cavallo (Calabria), e Km. 16 circa, a Sud fra Capo d'Alì (Sicilia) e la Punta Pèllaro (Calabria) aprendosi verso lo Ionio. Mantiene la sua forma grazie ai movimenti geodinamici di sollevamento delle aree emerse e di sprofondamento di quelle immerse. Il fondale varia la sua profondità da 1500 metri nell’estrema area sud, al largo di Roccalumera, arrivando a 72 metri all’imboccatura nord, tra Ganzirri e Punta Pezzo. In questo punto è localizzata la “sella” sottomarina, che rende il profilo sottomarino dello Stretto uguale ad un monte asimmetrico i cui opposti versanti sul lato ionico precipitano rapidamente, arrivando a quasi 1500 metri, mentre sul lato tirrenico il fondale si abbassa dolcemente. Una insellatura sommersa tra Aspromonte e Peloritani, caratterizzata da forti correnti ed elevati moti vorticosi.
La navigazione dello Stretto presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari che si originano sia a causa dell'opposto regime delle maree tra Ionio e Tirreno, sia dei movimenti di acqua imponenti che si alternano nelle due direzioni ogni 6 ore circa, in dipendenza delle fasi lunari, ma molte cause ne possono alterare l'andamento, ad esempio le caratteristiche chimico-fisiche (salinità, temperatura e densità) diverse. Anche i venti vi spirano violenti e talora in conflitto tra loro.
 La corrente principale, lenta, profonda e prolungata nel tempo, prodotta dal flusso che va da Sud a Nord è detta "rema montante". La corrente contraria da nord a sud, superficiale violenta e turbolenta con velocità che superano i 12 Km/h, è detta "rema scendente".
In generale, la corrente raggiunge il proprio massimo dopo 4 ore e diminuisce fino ad una mezz'ora prima che si stabilisca la corrente opposta. Questo periodo di mezz'ora è chiamato dai locali corrente di bilancio o "ferma", dal nome se ne intuiscono le caratteristiche. Ogni corrente nel suo movimento ha i propri "bastardi", cioè delle controcorrenti, che si formano ai suoi lati, quindi lungo il litorale, circa 1 ora dopo la sua formazione. Aumentano di forza insieme alle correnti principali e diminuiscono con esse. Possono avere una larghezza fino di 1000 metri e sviluppandosi in località note, possono essere sfruttate dalle imbarcazioni per la navigazione.
Le acque dello Stretto con la montante si abbassano di circa 20 cm.; con la scendente si alzano di altrettanto. A volte i due dislivelli si sommano, toccando un dislivello massimo di 50 cm. Le massime depressioni si hanno in agosto, mentre le massime elevazioni in novembre.
Nel punto in cui le due correnti si incontrano, oppure dove una corrente trova notevoli differenze di fondo, si formano dei fenomeni di turbolenza. Essi possono presentarsi con sviluppo in senso orizzontale (nel caso dei “tagli” e delle “scale di mare”) oppure verticale (nel caso dei “garofali” o "refoli", e “macchie d’olio”).
 Per i fenomeni del primo tipo si tratta di vere e
proprie onde, simili a quelle riscontrabili al cambio di marea negli
estuari, che si sviluppano quando, nel caso della montante, le acque
più pesanti del Mar Ionio si precipitano contro le più leggere acque
tirreniche in fase di recessione o quando, nel caso della scendente, le
acque tirreniche scivolano rapidamente su quelle ioniche più pesanti,
già presenti nel bacino. Uno di questi fenomeni è il periodico ribollimento delle acque che viene denominato dai rivieraschi col nome "taglio". Il
fenomeno dura pochi minuti manifestando un ribollimento e un’agitazione
nel settore interessato. Questo settore si presenta cosparso di piccoli
vortici rotanti rapidamente attorno ad un definito centro di risucchio.
In seguito la striscia di mare agitato si sposta e percorre lo stretto
recando ovunque le stesse apparenze superficiali.
Per i
fenomeni a sviluppo verticale si tratta di veri e propri gorghi formati
dall'incontro di correnti opposte e favoriti dall'irregolarità del
fondo. I principali gorghi si formano comunque in punti determinati con
corrente montante.
I principali sono: quello chiamato
Cariddi, che si forma con il montante davanti alla spiaggia del Faro e
l'altro dovuto alla stessa corrente, lo Scilla, che si forma sulla
costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo. Notevole è anche il vortice che, con la corrente scendente, si forma davanti al Faro di Messina e coi venti sciroccali, in giorni di luna piena o nuova.
I “garofali” presentano una rotazione ciclonica ed in essi le acque più pesanti affondano sopra quelle più leggere che emergono con moti turbolenti. Nel caso delle “macchie d’olio” il movimento è invece anticiclonico e le acque affiorano al centro del vortice mostrando una superficie calma d’aspetto oleoso.
Tali notevoli velocità e gli enormi volumi d’acqua in gioco, se rapportati ai mezzi di navigazione dei tempi di Omero indicano chiaramente perché lo Stretto venisse considerato abitato da mostri in grado di ingoiare le imbarcazioni o farle naufragare nel volgere di poco tempo, come l’immane Cariddi: il mostro senza volto che risucchiava le navi dagli abissi producendo vortici e gorghi.  I fondali dello Stretto sono popolati dalle bellissime foreste di Laminarie ed ospitano biocenosi con caratteri molto particolari. I ristretti fondali a sud di Messina sono poi ricoperti da chiazze discontinue di Posidonia oceanica. Il mare dello Stretto è anche ricchissimo di 'plancton' ed anche per questo preferito da branchi di pesci ogni tipo come i tonni, le costardelle, i delfini e specialmente il pesce spada. Gli zoologi di tutto il mondo che fanno capo al locale Istituto di Biologia Marina, sono attratti da questa zona di mare perchè in condizioni metereologiche particolarmente avverse, la montante rigetta sulle spiagge di Gazirri e del Faro, dei pesci abissali con occhi strofizzati e di forme non consuete.
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Vincè
L'isola delle Femmine - Palermo
Prima di dare la notizia, che trovate alla fine... parliamo un pò della famosa isola...quella "de Fimmini"
Nel
tratto di mare compreso tra Punta Raisi e Capo Gallo, si specchia
l'omonima Isola delle Femmine localmente nota anche come Isola di
Fuori. Dista dalla costa poco più di 800 metri e si estende per una
superficie di oltre 14 kmq.
Presenta una forma molto allungata (575 m.
circa) ed ha una larghezza di appena 325 metri mentre verso nord è
sovrastata da una zona collinare sulla cui sommità, a quota 35 metri
circa sul livello del mare, si ergono i ruderi di una torre a base
quadrata risalente al XVI secolo su progetto dell’architetto toscano
Camillo Camilliani.
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Tale costruzione, inserita come fortezza nel sistema difensivo più avanzato delle torri costiere contro il dilagare delle incursioni da parte di pirati, in corrispondenza ed al di sopra della ripida scogliera del versante nord, presenta un muro quasi intatto visibile dal mare e dalla terraferma a grandi distanze. Si direbbe però che l'isola, spoglia di vegetazione arborea, e la torre, con le sue possenti mura (circa 2 metri di spessore) ormai in gran parte diroccate, siano l'una il complemento dell'altra e che entrambe vivano in simbiosi, immutate e immutabili, dalla notte dei tempi.
Fin
dall'antichità la torre ha esercitato un fascino intenso e particolare
sulla fantasia popolare tanto che attorno alle sue origini sono fiorite
numerose leggende.
Quella più nota considera la torre come prigione
isolata per sole donne. Si racconta infatti di una piccola comunità di
donne turche che sarebbero vissute in esilio nella torre da esse stesse
costruita.
Un'altra versione vuole che nell'isola si rifugiassero donne
dei paesi vicini quando volevano sfuggire a mariti troppo autoritari o
violenti. 
Ma la più suggestiva è certamente la storia di Lucia una
bellissima ragazza del paese che, innamorata di un giovane del luogo,
non volle cedere alle offerte di un signore prepotente il quale,
vistosi respinto, per rabbia la fece rapire e segregare in quella
torre. Lucia piuttosto che arrendersi preferì lasciarsi morire. Si dice
che ancora oggi durante le giornate di tempesta è possibile udire il
suo disperato lamento echeggiare tra le mura diroccate della sua
prigione pervaso di struggente malinconia.
 Una testimonianza di Plinio il Giovane (62 d. C.), in una lettera
indirizzata a Traiano, descrive l'isola come residenza di fanciulle
bellissime che per la durata di una luna concedevano le loro grazie al
giovane guerriero che si fosse distinto in battaglia per il suo eroismo
tanto da essere insignito della “Fronda di Palma” (la medaglia d'oro al
valore militare dei nostri giorni). Sembra, però, che in seguito
l'isola divenisse facile preda di pirati saraceni che con periodiche e
improvvise incursioni la spogliarono dei suoi beni e ne rapirono anche
le fanciulle che con la forza trasferirono in altro luogo del Mar Egeo. Con il trascorrere del tempo l'isola, ormai deserta, venne ben presto
dimenticata. Così delle Femmine rimase solo il ricordo ed il nome. Altra presunta origine è da ricercarsi nel nome latino "Fimis",
traduzione dell'arabo "Fimi" che significa bocca o imboccatura e che
avrebbe indicato il canale che separa l'isola dalla costa. Ma è più
accreditata l'ipotesi che la voce araba venisse intesa volgarmente
"Fimini" da cui, per una certa affinità ed assonanza, prevalse a poco a
poco la dizione di "Fimmini" per assumere più tardi la definitiva forma
italiana di "Femmine"; nome che dal nascente borgo marinaro venne
esteso anche all'isola con la distinzione "di Fuori".
Ed ecco la notizia...l'isola è stata sequestrata trovate l'articolo quì

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Teresa
Le origini del Castello Ursino (Catania)
Voluto dall'imperatore Federico II di Svevia, che lo fece costruire nel 1239 sul sito dell'antica Rocca Saturnia (un tempo adibita a prigione), il Castello Ursino nacque con finalità esclusivamente difensive, inserendosi nel sistema di fortificazioni sul lato est della città. Sorgeva sul mare ed era munito di fossato e ponte levatoio: oltre che per difesa dal mare,aveva anche l'importante funzione di tenere a bada l'irrequieta popolazione catanese (già punita dallo Svevo nel 1232). Fu proprio nel 1232, secondo la leggenda, che Federico II ricevette da S.Agata il monito "Noli offendere patriam Agathae quia ultrix iniuriarium est" (non offendere la patria di Agata perchè è vendicatrice delle ingiurie) che lo fece desistere dal trucidare i rivoltosi catanesi rei di aver appoggiato il partito guelfo.
Le iniziali dell'iscrizione si trovano a tutt'oggi su uno dei portali della Cattedrale e, oltre a testimoniare lo stretto legame fra i catanesi e la loro paladina S.Agata, ci attestano quanto tesi fossero i rapporti fra la città e l'imperatore, tanto da indurre quest'ultimo a costruire addirittura una rocca difensiva nel cuore della città.
Oggi l'aspetto è cambiato, la lava del 1669 lo ha circondato e lo ha "tratto fuori" dal mare: gli abbellimenti architettonici sono venuti nelle epoche successive, perchè originariamente era molto più "spartano", composto praticamente solo da altissime mura e feritoie. Resta un documento preziosissimo della nostra storia, testimone, da Federico in poi, di tutte le vicende di Catania, che poco alla volta, hanno scolpito sulle sue pietre tracce indelebili di un passato che ci appartiene.
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Dony
Passeggiata a Corleone
Dal 30 aprile al 4 maggio sono stati miei ospiti l’amica carissima Gioia con il marito Franco. Come
potete immaginare, siamo stati in giro per la città di Palermo ma,
soprattutto abbiamo visitato alcuni paesi che i miei amici ancora non
conoscevano. Uno di questi è Corleone.
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Cittadina che vale la pena di visitare e non certo per la solita curiosità a cui è stata sottoposta per anni: la mafia. Corleone, in provincia di Palermo, sorge a 540 m s.l.m nella zona dei monti Sicani, nel cuore della Sicilia occidentale. Ha un territorio di 230 Kmq e una popolazione di circa 12.000 abitanti. Ha origini molto antiche risalenti alla prima fase del neolitico nel VI millennio a.C.. Corleone "Animosa Civitas" perché sempre in prima linea in tutte le guerre combattute in Sicilia, si trova adagiato in una conca del bacino del fiume Belice nella zona dei monti Sicani e protetto da una corona di rocce calcaree che costituiscono un unicum geologico da cui prendono il nome: “calcariniti glauconitiche corleonesi”.
 Le "Rocche gemelle", ubicate una ad est del centro abitato dove si erge il Castello Soprano con i resti dell'antica torre di avvistamento saracena e l'altra al centro del paese in un blocco calcareo geologicamente crollato dalla montagna frontale e su cui è stato edificato il castello medievale ora eremo dei Frati Francescani Rinnovati, creano uno scenario suggestivo. Proprio ai piedi del Castello Soprano si può ammirare uno spettacolo della natura: la "Cascata delle Due Rocche". Le origini di Corleone non sono nette e precise e fino a poco tempo fa si facevano risalire agli arabi che nel 840 occuparono la zona compresa tra Caltabellotta e Valle dei Platani. Gli scavi archeologici condotti sulla Montagna Vecchia a partire dagli inizi degli anni '90, testimoniano invece che l'attuale impianto urbanistico ha una storia ben più lontana, infatti alcuni recenti reperti fanno risalire le origini ad epoca preistorica. E' certa comunque la presenza dei bizantini e dei musulmani, a testimonianza di ciò l'esistenza di una moschea attestata da fonti scritte. Nel nostro
giro visitiamo naturalmente il Palazzo Provenzano, dimora signorile del
XVIII secolo situato nel centro storico, sede del Museo Civico
Comprensoriale "Pippo Rizzo" dove sono esposti i reperti archeologici
ritrovati sulla Montagna Vecchia.

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Tra i reperti più significativi la "Pietra Miliare" il pezzo più importante del museo per l'iscrizione latina più antica che si conosca risalente al 252 a.C., anno in cui Aurelio Cotta fu Console Romano in Sicilia per la prima volta. Noi siamo stati fortunati, abbiamo avuto una guida personale e superba. Camminando per le stradine del paese, dopo aver visitato il Museo Civico, ci siamo imbattuti, quasi per caso, in un sacerdote, Calogero Giovinco che ci ha raccontato la storia del suo paese con una passione e dedizione che lascio a voi immaginare. Raccontando del grandissimo patrimonio artistico ecclesiale (per questo motivo Corleone venne battezzato il paese delle cento chiese) ci porta a visitare la Chiesa di Sant’Agostino risalente al 1300 e l’annesso oratorio, un gioiello che stava per essere demolito 32 anni fa e salvo grazie a lui.

Ma la cosa che più mi ha colpita e che mi ha lasciata quasi senza fiato è il Museo Etnologico aperto nel gennaio 2000, impiantato nei locali dell' ex Monastero dei frati Olivetani. La collezione etnografica è stata ordinata dal prof. Filippo Salvatore Oliveri (etnoantropologo della Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Caltanissetta) ed è costituita da oltre duemila oggetti attinenti al mondo contadino pastorale e artigianale, risalenti tra la fine dell' Ottocento e i primi anni quaranta. Naturalmente il merito di questo Museo va al Sac. Calogero Giovinco che oltre ad essere stato il fondatore-promotore dell'iniziativa culturale, continua nell’ infaticabile ricerca di materiali e manufatti, grazie e soprattutto alle generose donazioni dei cittadini corleonesi e dei paesi vicini. Giuridicamente il Museo appartiene alla parrocchia San Leoluca Abate della quale il Sac. Giovinco ne è la guida. 
Infine, gradevole risulta anche la bella passeggiata che abbiamo fatto nel centro storico medievale guarnito da murales, realizzati da pittori locali, raffiguranti squarci di storia, folklore e tradizioni locali. Tante sono ancora le cose che non ho descritto, ma il motivo è semplice: è un invito a voi tutti per andare a visitarla. |
Teresa
Antica Focacceria S. Francesco
 L'ingresso
|  L'interno
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Durante il mio ultimo soggiorno a Palermo dal 25 al 27 Aprile, per il raduno primaverile "Sicilia 2008", ho visitato un pò la città. Accompagnato dalle amiche palermitane, che ringrazio per la loro ospitalità, sono passato da questo antico locale di Palermo. Riportato su molte guide turistiche, l'antica focacceria S. Francesco è sicuramente una meta da non perdere, per chi viene qui e per i buon gustai delle specialità palermitane.
La Focacceria prende il nome dal un monumento prezioso di Palermo, la Chiesa di San Francesco, che sorge proprio di fronte al locale. Il nucleo originario della Chiesa risale al XIII secolo; fu poi arricchita da portali e numerose cappelle in stile gotico o rinascimentale e in età barocca l'edificio venne ricoperto da stucchi ed affreschi.
 L'attività, in quest'ultimo periodo, era stata presa di mira dal racket del pizzo. Ma voglio sottolineare il coraggio ammirevole dei fratelli Vincenzo e Fabio Conticello, che con le loro denunce hanno fornito riscontri concreti alle indagini dei carabinieri del nucleo operativo di Palermo, consentendo l'arresto e il riconoscimento di alcuni mafiosi che avevano cercato di imporre ai due imprenditori il pagamento di tangenti e l'assunzione di un loro compare... Articolo da "la Repubblica"
E' anche per questo e non solo per l'ottimo cibo che vale la pena andare alla Focacceria!!!
Il pizzo è un male curabile, dobbiamo solo volerlo tutti. Giustificare qualcosa per paura o per abitudine è un atto mafioso tanto quanto un attentato omicida.
Naturalmente siamo rimasti anche noi a mangiare alla focacceria, che per quella giornata ha organizzato un grande tavolo all'aperto al centro della piazza. Acquistando i così detti pizzini, abbiamo potuto assaggiare parte delle specialità palermitane, preparati in appositi carrettini posti tutto attorno la piazza...tutto propio suggestivo!!!
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Il polpo
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I cannoli siciliani |
Riporto di seguito, quello che c'era scritto sulla carta usata da coprivassoio.
Nel cuore del centro di Palermo, l'addove c'era la cappella dei principi di Cattolica, nel settecentesco palazzo dall'omonimo nome, nacque la "Focacceria S. Francesco". Il fondatore Antonio Alaimo, di professione cuoco di palazzo, ebbe come saldo delle sue spettanze i locali dell'ex cappella dove ancora oggi è attiva la focacceria. Fu eseguita un'opera di riadattamento dei locali, utilizzando alcuni mobili già di pertinenza della cappella stessa, e la focacceria iniziò la sua attività. La focacceria già dal 1834 si affermò come il primo locale pubblico dove poter consumare dei piatti tipicamente palermitani. Lo sfincione, la focaccia schietta e la focaccia maritata. Molte sono le storie miste a leggende e dicerie popolari che vedono la focacceria quale scenario d'incontri tra personalità famose nel campo della politica, dell'arte della cultura nel corso degli ultimi tre secoli. Nel 1848, quando venne proclamato il primo parlamento siciliano, Ruggiero Settimo, neo eletto capo del governo, festeggiò il suo successo con sfincioni e vino marsala della focacceria. Da ricordareè che durante il periodo che precede l'unità d'Italia, la focacceria fu uno dei punti di ristoro del generale Giuseppe Garibaldi e i suoi mille. Tanti personaggi legati alla cultura di un tempo solevano gustare le prelibatezze della cucina povera palermitana dandosi appuntamento presso lo storico locale. Pirandello, Crispi, per non parlare di reali d'Italia, di Spagna, di Belgio, capi di stato, attori del teatro e del cinema di ieri e di oggi. Tra il 1898 ed il 1900 Salvatore Alaimo, erede del fondatore, operò il primo restauro commissionando alla Fonderia Oretea i tavoli in ghisa, le vetrate e la cucina economica; per i piani dei tavoli utilizzo una pietra palermitana conosciuta come Billiemi, e alla falegnameria Ducrot commissionò alcuni mobili in legno e le panche ancora in uso. Così nel 1902 la Focacceria divenne "ANTICA".
Oggi l'Antica Focacceria S. Francesco non ha perso il suo smalto, anzi è stata costantemente oggetto di regolari manutenzioni al fine di preservare l'inestimabile valore storico del locale: esso è infatti annoverato tra i pochi esercizi storici d'Italia. Anche oggi è meta di tutti i turisti che visitano Palermo e sicuro punto di riferimento dei Palermitani di ogni età e ceto sociale. Sicuramente la trasformazione più evidente della focacceria consiste nel fatto che, pur mantenendo le tradizioni storiche del locale, gli attuali eredi, i fratelli Conticello (quinta generazione) hanno visto nel locale non solo il passato dei loro antenati, ma anche il futuro dei propi figli. Infatti con le dovute cautele hanno iniziato un processo di riqualificazione aziendale che tende a dare una qualità sicura ai cibi preparati, decisamente più vari ma comunque perfettamente in linea con la gastronomia tradizional popolare di Palermo. La focacceria offre alla sua clientela, oltre alle panelle, le arancine, le pizze, i primi piatti tipici, anche insalate ed altri sfizi della gastronomia siciliana ed italiana oltre ad una varietà di dolci e vini.

Informazioni utili ANTICA FOCACCERIA SAN FRANCESCO Palermo, Via A. Paternostro, 58 Tel. 091320264 Chiuso il martedì Si può prenotare anche via web. Sito: www.afsf.it E-Mail: info@afsf.it
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Vincè
Le Catacombe dei Cappuccini ovvero Il cimitero sotterraneo dei Cappuccini di Palermo
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L'importante è far finta che quelli appesi ai muri non siano... quello che sono.
Questo potrebbe essere paradossalmente il segreto per non restare terrorizzati dai quasi 8000 scheletri mummificati appesi nelle Catacombe dei Cappuccini. Uno spettacolo unico, forse pauroso per le persone un po' deboli di stomaco, ma assolutamente da non perdere.
Si tratta di una sorta di galleria che si snoda per circa 300 metri sotto l'omonimo convento. In un ambiente di luci soffuse e aria rarefatta si incontrano le salme di nobili, religiosi, bambini, donne non maritate e militari deposte in questo luogo a partire dal 1599.
In quegli anni i padri cappuccini, avendo necessità di ricavare un nuovo cimitero, riesumarono alcune fosse comuni vecchie di centinaia di anni. Con grande sorpresa notarono che le salme contenute non si erano polverizzate ma asciugate conservando lo scheletro in modo quasi perfetto.
Quell'ambiente di tufo aveva "cotto" i corpi un po' come fa il forno a microonde.
Si dice poi che i frati decisero di esporre questi resti così ben conservati con intento monitorio: "polvere siete, polvere tornerete". Così nacquero le catacombe. I primi a essere "sepolti" in questo modo furono proprio i padri cappuccini, cui seguirono rapidamente i membri delle famiglie patrizie palermitane, che, in cambio di un congruo compenso in oro, si aggiudicavano una sepoltura esclusiva, una nicchia e le cerimonie funebri con un sistema che oggi verrebbe definito "all including".

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I frati applicavano le antiche tecniche di mummificazione. I corpi, subito dopo la cerimonia funebre, venivano stesi sui "colatoi" di legno dove erano lasciati essiccare per quasi un anno.
Il risultato era uno scheletro integro, che per resistere al tempo poteva essere bagnato anche con l'arsenico o con la calce. La salma, così trattata, veniva rivestita con gli abiti più eleganti che il defunto avesse da vivo. Dopo essere stata inchiodata a un'asse di legno la salma era collocata nella propria nicchia. Questa pratica proseguì fino al 1881, anno in cui questo tipo di sepoltura fu bandito perché antigienico.
Le cronache dicono che da allora le catacombe siano rimaste pressoché intatte: uniche novità sarebbero le inferriate - antiestetiche ma necessarie - e la chiusura di alcune casse.
Alcuni di questi "scheletri" sono diventati a modo loro delle celebrità: i più ammirati sono Antonio Prestigiacomo una sorta di don Giovanni che ha fatto mettere occhi di vetro al suo teschio per potere vedere le donne anche dopo la morte, i colonnelli borbonici deposti con le loro eleganti divise, "il gigante" che incombe con il suo vestito nero, la cappella dei bambini, Silvestro da Gubbio la mummia più antica, il Re di Tunisi e la piccola Rosalia Lombardo (aggiunta alla collezione nel 1920), il cui corpicino è talmente ben imbalsamato da far credere che la bimba sia solo addormentata.
| Una caverna di presenze terrifiche, in cui il passato ci travolge con il suo volto più inquietante e in cui aleggiano le solite immancabili leggende: la più curiosa racconta che ogni 25 anni lo spirito del conte Cagliostro cerchi tra questi resti umani le spoglie della sua amata.
Non sono invece una leggenda le migliaia di persone - per lo più stranieri - che ogni anno visitano queste catacombe spinte sicuramente dalla curiosità, ma anche dalla volontà di riscoprire un monumento unico e di grande impatto emotivo. Ma per favore, non chiamatela galleria degli orrori.
 Gocciolatoio
|  Rosalia Lombardo
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Vincè
L'Arte antica del ricamo
Lo "sfilato siciliano" è una delle piu' note manifatture del ricamo della Sicilia, anche se la sua origine nasce dai ricami su rete diffusi in tutta Italia. I disegni rappresentati sono davvero tanti: disegni geometrici, floreali, allegorici e servono per decorare la biancheria per la casa, le tovaglie e i paramenti sacri. Lo sfilato siciliano risale alla fine del 14° secolo ma si affermò in Sicilia nel '500 riscuotendo molto successo presso i Signori in Italia. Tali manifatture furono molto apprezzate anche dal Clero che le impiega tutt'ora per ornamenti sacri nelle chiese. Col passare degli anni lo Sfilato entra a far parte del più pregiato corredo impreziosendo i capi e la biancheria delle fanciulle siciliane che venivano in seguito tramandati di generazione in generazione. Si diffuse soprattutto sotto il dominio arabo (specialmente a Ragusa dove vi era una colonia araba; i primi ricami erano eseguiti in stile moresco nei colori azzurro e bianco). Solo nel dopoguerra del 1915-1918 nacquero le prime scuole di ricami. La patria dello sfilato siciliano e' la parte orientale dell'Isola.
Le province di Siracusa, Ragusa e Catania (in particolare ad Acireale), furono la culla dello sfilato siciliano. Oggi le scuole di sfilato siciliano si trovano solo a Ragusa (in particolare a Comiso e Chiaramonte Gulfi) e nella provincia di Siracusa (dove, a Solarino, si sta ripristinando la scuola di artigianato artistico ed in particolare dello sfilato siciliano, Onlus Mani d'Oro). |
Lo sfilato rappresenta una tecnica di passaggio alla trina e si lavora al telaio. Si distinguono, per il diverso modo di lavorazione lo sfilato siciliano '400 (praticato nella zona di Comiso) , '500, '700 (tipico della zona di Ragusa) e il '500 Vittoria (un tempo lavorato nel Laboratorio di Sfilati Siciliani d'Arte, ma oggi praticamente scomparso). Lo Sfilato Siciliano è più difficile: richiede molta abilità, una vista ottima, molta precisione e tanta tanta pazienza. Eseguito solamente su tessuti molto pregiati come il puro lino e a trama regolare e con fili molto pregiati. E’ possibile lavorare a mano o sul telaio. Otre al tessuto e ai filati di cotone occorre munirsi di aghi sottili da ricamo, ditale, forbicine molto affilate. Viene eseguito in diverse fasi: il disegno, la sfilatura, il ricamo. Tradizionalmente ogni fase di lavorazione veniva eseguita da persone diverse, ognuna esperta in quella tecnica. Prima sotto le mani della disegnatrice poi della sfilatrice, della ricamatrice e in fine della stiratrice.
Esso consiste nello "sfilare" il tessuto (tre o quattro fili della tela), sia dalla trama che dall'ordito, in modo da creare tante caselle vuote, tipo una "rete". Si riuniscono poi a cordoncino i fili rimasti in modo da formare un reticolato sul quale si forma il disegno, ricamando con il punto tela (lo sfilato '400) ed il punto rammendo (lo sfilato '700). La prima versione dello Sfilato Siciliano, richiedeva la sfilatura solo delle caselle che sarebbero rimaste vuote, mentre quelle che nel disegno dovevano essere piene, rimanevano con il tessuto originale, che quindi non veniva sfilato. Lo Sfilato moderno invece tende a sfilare tutta la parte su cui lavorare a e riempire solo in un secondo momento le caselle che costituiranno il disegno.
 Nello sfilato siciliano '500 il disegno viene riportato sulla tela e si "sfila" il tessuto intorno. Lo sfilato '500 Vittoria è una rappresentazione dello sfilato '500 ma con caratteristiche tipiche del laboratorio che lo ideò con raffigurazioni ispirate ai bassorilievi greci. Anche in Sardegna si esegue un ricamo su tessuto sfilato detto sfilato sardo. Si differenzia da quello siciliano per i motivi ed i disegni rappresentati oltre che per la tecnica utilizzata. Preziosi ricami e merletti si ammirano a Chiaramonte Gulfi, provincia di Ragusa, presso il Museo dello Sfilato Siciliano. | Il museo
Già fruibile a Chiaramonte Gulfi il museo del ricamo e dello sfilato siciliano. Collocato all'interno della suggestiva zona medievale del comune montano, nei pressi dell'artistica scalinata di S. Giovanni, il museo ricostruisce l'atmosfera e l'ambiente in cui vengono creati gli inconfondibili e sempre più vari ricami dello sfilato siciliano. La ricostruzione è stata realizzata in maniera certosina con l'ausilio di suppellettili, mobili, fotografie e preziosi prodotti artigianali. All'interno, infatti, è possibile ammirare introvabili testimonianze del passato come un antico telaio di legno o ricami risalenti al settecento. Il museo costituisce allora non solamente un luogo per custodire ciò che il tempo e, anche l'ingiustificato disinteresse cancellerebbero per sempre, ma soprattutto - il primo passo di un'iniziativa polivalente capace di favorire nuove possibilità di mercato per i ricami. Il prossimo obiettivo è l'istituzione, all'interno della struttura museale di una scuola regionale delle sfilato siciliano da affiancare ad una mostra espositiva permanente delle creazioni, allestita anche su un apposito sito Internet.
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Museo dello Sfilato Via Lauria, 4 - Chiaramonte Gulfi (RG) Orario di Apertura: Sabato dalle 17 alle 19 Domenica dalle 10:30 alle 13 e dalle 15:30 alle 18
Associazioni e Scuole
Amorini G&C snc a Ragusa
Ars Antiqua Isnello Palermo
Coop. Ma.Gi.Co. Ricami
Onlus Mani d’Oro Solarino Siracusa
ISPRO Comiso Ragusa
Scuola regionale dello sfilato di Chiaramente Gulfi Ragusa
Scuola RicamArte Cefalù Palermo
Musei
Museo dello sfilato siciliano Chiaramente Gulfi Ragusa
Museo permanente di Pizzi e Ricami Artistici Solarino Siracusa
Vincè
Il carretto siciliano
Il carretto siciliano, nato come mezzo di trasporto delle merci e delle persone, è diventato il simbolo della Sicilia nel mondo. Sicuramente per i suoi vivaci colori: giallo, rosso,verde, i colori della passione, del sole siciliano, delle arance e dei limoni… Il carretto, è ricco di decorazioni, il legno di cui è fatto diventa mezzo espressivo attraverso i dipinti che lo ricoprono e che raccontano pagine di storia siciliana: dalle raffigurazioni sacre alle storie dei paladini di Francia, dalla mitologia ai simboli della stessa Sicilia. Altro tema dipinto sono le scene della “Cavalleria rusticana”, novella che Giovanni Verga aveva dedicato alla figura del carrettiere. Il cavallo che traina il carretto è sempre addobbato a festa: ornato di piume, pennacchi, frange rosse e gingilli vari, campanacci, corone. Il carretto si può definire un'opera d'arte collettiva, in quanto diverse figure contribuivano a realizzarlo. Il carretto va ormai scomparendo, ma ancora oggi possiamo incontrare delle semplici vetture motorizzate da piccolo trasporto, decorate ed abbellite proprio come dei carretti siciliani.
 | Al carretto siciliano, che va scomparendo, sono dedicati questi versi scritti da un mio carissimo amico Giannetto Pirro.
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PASSA N'CARRETTU
Passa n' carrettu strascinatu e lentu ricordu raru di 'n tempu passatu. Pari ca dici " Non è cchiù lu me tempu, su' finuti ppi mia li tempi d'oru". Pari ca dici "Lassatimi stari moru 'nta stu frastonu di muturi". Non è cchiù tempu ppi sti cosi rari. E 'u cavadduzzu vulissi scappari. Pensu ddi beddi tempi di 'na vota quannu n' carrettu cc'o so' passu lentu dava a manciari a famigghi sani. Oggi vivemu cunfusi, currennu comu s'ù tempu non n'abbasta mai, non avemu cchiù tempu ppi friscari facemu tuttu sulu pp'i dinari.
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Teresa
Albergo Diffuso ...nuovo progetto di sviluppo di un territorio.
Una delle formule
che mostra di avere grandi potenzialità, e che riesce ad attirare
l’attenzione e l’interesse della domanda, degli operatori e dei media,
non solo italiani, è l’albergo diffuso.
Se l’agriturismo è bello, ma
isolato, e il Bed & Breakfast rappresenta spesso ciò che si cerca ma
al prezzo di dover stare a casa di altri e con altri, l’albergo
diffuso propone una via diversa.
L’albergo
diffuso può essere definito come un albergo orizzontale, situato in un
centro storico, con camere e servizi dislocati in edifici diversi, seppure
vicini tra di loro.
L’albergo
diffuso è una struttura ricettiva unitaria che si rivolge ad una domanda
interessata a soggiornare in un contesto urbano di pregio, a contatto con
i residenti, usufruendo dei normali servizi alberghieri.
Tale
formula si è rivelata particolarmente adatta per borghi e paesi
caratterizzati da centri storici di interesse artistico ed architettonico,
che in tal modo possono recuperare e valorizzare vecchi edifici chiusi e
non utilizzati, ed al tempo stesso possono evitare di risolvere i problemi
della ricettività turistica con nuove costruzioni.
L’idea di base è che, più che clienti di un albergo, si
è per qualche giorno parte di un vero e proprio vicinato, qualcosa che
ha a che vedere con la vita di una comunità “temporanea”.
Il paese
o il borgo, anche se di piccole dimensioni, diventa la "hall" dell'albergo e quindi si
deve presentare come una realtà viva, animata, e dotata di tutti i
servizi di base propri di qualsiasi “comunità viva” (passeggiata,
negozi, farmacia, chiesa, edicola, bar, pro loco…).
 Il primo Albergo Diffuso della Sicilia è a S. Angelo Muxaro, paesino in provincia di Agrigento.

Diverse sono ormai le casette e le villette che la cooperativa di servizi “Val di Kam” gestisce
per ospitare i turisti.Gli ospiti arrivano sulla piazza principale, Piazza Umberto I° n° 31 e qui trovano l’ufficio di accoglienza.
Lo staff li accoglie e li accompagna in uno degli alloggi già riservati per il loro arrivo.

Dalle casette delle strette viuzze di paese e
dalle villette disseminate ai piedi della collina, il panorama
che si può osservare è unico, sia di giorno quando il sole batte sulle
pareti del colle gessoso ed è tutto un luccichio quà e là, sia di sera,
quando il costone della necropoli si illumina e con esso tutta la
montagna, quasi a non voler privare il fortunato passante di una vista
da cartolina.
Due parole sulla città
Il comune di S. Angelo Muxaro (AG) sorge in una zona collinare, posta a 467 metri sopra il livello del mare.
Sito su un colle che si
affaccia su un belvedere, S. Angelo Muxaro vanta una cospicua
coltivazione di cereali, mandorle, olive e ceci che vengono esposti
ogni anno nella Fiera che si tiene nel mese di settembre. Prospero è
l'allevamento di ovini e bovini grazie ai numerosi pascoli presenti su
tutto il territorio.
Sin dalle origini il nome fu Sant'Angelo Muxaro e l'appositivo Muxaro deriva dall'arabo Munsar che significa "serra, catena di monti" poiché il paese è circondato da numerosi rilievi. Il primo centro abitato fu quello di un'antica città sicana.
Nel 1087, fu
conquista dei Normanni e dal XIV secolo in poi appartenne a diverse
famiglie nobili quali quella dei Chiaramonte, dei Moncada e dei
Marinis.
Il moderno borgo nacque
con "licentia populandi" nel 1506 ad opera della famiglia Aragona
Pignatelli e ad essa rimase sino all'abolizione della feudalità.
Spiccano fra i monumenti la Chiesa del Carmelo del 1600 che conserva una Madonna lignea di fattura albanese e la Chiesa di Sant'Angelo Martire di gusto barocco.
Un'importante area archeologica nelle vicinanze della città è quella di Monte Castello in cui è stata rinvenuta una necropoli protostorica che racchiude fra le altre la cosiddetta "Tomba del Principe".
Potremmo farci un pensierino per un prossimo raduno...che ne dite?
Vincè
Davanti la costa marsalese, nella zona delle
saline, alcune piccole isole si stringono a formare una laguna: è la Riserva Naturale Orientata - Isole dello Stagnone.
Tra queste, la più importante è sicuramente Mothia.(anche Mozia)
Il suo ruolo nella storia non è indifferente. Per la sua posizione strategica
nel Mediterraneo, i Cartaginesi
ne vollero fare un proprio scalo commerciale. Purtroppo però Mothia subì le conseguenze della
lotta tra Greci e Cartaginesi per il dominio sulla
Sicilia. Quando fu attaccata e distrutta da Dionisio di Siracusa, i suoi
abitanti si trasferirono sul promontorio antistante, dove sorse l’odierna
Marsala.
I resti
della sua civiltà e della sua florida attività economica sono stati riportati
alla luce da una lunga serie di scavi archeologici, soprattutto grazie
all’opera di Giuseppe Whitaker
che aveva precedentemente acquistato l’isola.
Nella sua casa oggi ha sede il Museo che raccoglie i reperti
portati alla luce durante le diverse campagne di scavo.
Il Museo conserva una
gran quantità di reperti di epoca preistorica, materiali rinvenuti
nell’abitato, arredi funerari provenienti dal Thofet e dalla Necropoli
arcaica, ceramiche, monete, sculture, gioielli e steli
votive. Grande vanto dell’isola, è il famoso Giovinetto di Mothia. La statua in marmo bianco dell’Anatolia, alta 1,81 m, manca degli arti.
L’isola è facilmente percorribile a piedi. La folta vegetazione dell’interno rende piacevole la visita. Passeggiando incontrerete:
La Casa dei Mosaici: due mosaici del IV sec. a.C. formati da ciottoli bianchi e neri che raffigurano scene di lotta tra animali. Il Cothon: piccolo bacino di carenaggio dalla forma rettangolare.Resti di fortificazioni,Il santuario di Cappiddazzu, Il Thofet: area sacra dov’erano sacrificati agli dei i primogeniti maschi. Qui sono state ritrovate numerose stele votive.

Un servizio di traghettamento permette di accedere all’isola facilmente dalle saline di Marsala.
Se siete da queste parti fateci un salto ne vale la pena..ciao
Rosario
Oggi, 6 febbraio, si chiudono ufficialmente le festività agatine con il rientro in Cattedrale (sono quasi le 10 e questo non è ancora avvenuto) del fercolo in argento contenente le reliquie della Santa.
Questa festività è una ricorrenza fra le più importanti e sentite da parte della cittadinanza e a mia memoria,nonostante gli inquinamenti commercialistici avvenuti in quest'ultimo ventennio (e purtoppo non soltanto commercialistici), conserva intatto il suo fascino e viva la sua tradizione.
Festa sentita, festa popolare che si rinnova con la medesima devozione di sempre, un pò fanatica e un pò superstiziosa, con un amore nei confronti di Sant'Agata che non conosce le rughe del tempo.
Le manifestazioni prendono avvio nell'ultima settimana di gennaio con l'uscita, dalle chiese dove sono custodite, delle candelore, ceri votivi a suo tempo offerti dai devoti delle varie vecchio corporazioni cittadine di lavoratori (pescivendoli, panettieri, macellai ecc.) alla Santa, che percorrono le vie cittadine fermandosi presso le case e i negozi che fanno richiesta dell'"annacata" (una specie di dondolio propiziatorio).
Il 3 febbraio le candelore si riuniscono e incontrano la "Carrozza del Senato", una carrozza originale del '600 bardata di gualdrappe, con cocchiere e palafrenieri in livrea dell'epoca. L'incontro vuole rappresentare la rinnovata concordia fra le varie corporazioni e l'autorità cittadina, tutto in un bagno di folla.
La procesione della Santa inizia all'alba del 4 febbraio con la sua uscita dalla Cattedrale e l'inizio del giro che percorre le vecchie mura esterne ormai, come ovvio, incorporate all'interno della città. Dopo diverse fermate e messe solenni celebrate in alcune delle chiese più antiche il fercolo, trainato dai devoti vestiti di bianco (il famoso "sacco"), attraverso due lunghissimi cordoni binari, rientra nuovamente in Cattedrale a notte inoltrata, dopo un tripudio di gente, di palloncini colorati, di fuochi artificiali e fiancheggiata da una teoria di bancarelle che vendono dolciumi e "calia e simenza" (ceci abbrustoliti e semi di zucca salati).
Il 5, giorno vero della ricorrenza, il fercolo torna ad uscire dalla Cattedrale intorno alle 18 e percorre la lunghissima via Etnea (la strada catanese principale) fino al Borgo (ai tempi confine dell'area cittadina). Quindi ridiscende per affrontare la famosa "salita di Sangiuliano", una strada in forte pendenza fatta in salita che in passato, quando il fercolo non era dotato di un proprio motore ma contava solo sulla forza delle braccia dei tiranti il cordone, ha provocato innumerevoli morti (l'ultima 3 anni fa). Quindi ritorna, in piena mattinata del 6/2, definitivamente in Cattedrale.
Tentare di descrivere la festa di Sant'Agata non è semplice perchè qualunque cosa si dica o si tenti di spiegare, non può mai rendere la spettacolarità, permeata da una fortissima quanto superstiziosa religiosità, dell'evento. Per il catanese, devoto all'inverosimile dell'immagine di Agata, è la ricorrenza dell'anno e la celebra con una magnificenza, con una partecipazione, da non poter essere resa attraverso le parole.
Invito quindi tutti ad assistere a qusto evento almeno una volta nella loro vita perchè vale la pena vedere una città, a mio avviso splendida come Catania, che si mobilita per la sua Patrona.
Giovanni
Il Carnevale è sempre stato e sempre sarà il sinonimo della licenziosità, del divertimento estremo, dello sfarzo nel gioco, nel travestimento e nella tavola. E' sempre stato e sempre sarà il sinonimo della licenziosità, del divertimento estremo, dello sfarzo nel gioco, nel travestimento e nella tavola.
Il termine utilizzato per designare la festa si ricollega a quello latino "Carnem Levare", cioè al divieto ecclesiastico di consumare carne durante il periodo quaresimale.
Le origini della festa pagana per eccellenza sono antichissime: il periodo in cui si svolge fa pensare alla festa ateniese a sfondo dionisiaco delle Antesterie (fine di febbraio), quella ellenistica che si basa sulla processione del carronave di Iside che anticamente si svolgeva agli inizi di marzo e soprattutto ai Saturnali latini.
Il Carnevale di Sciacca - (Agrigento) - probabilmente è una delle manifestazioni più note di tutta la Sicilia.
http://www.aziendaturismosciacca.it/carnevale/ In questa città alle falde del Monte San Calogero il Carnevale, dopo qualche anno di declino, è diventato un vero e proprio richiamo per i turisti, nonché occasione di divertimento e coinvolgimento per tutta la cittadinanza.
Il travestimento e la sfarzosità dei carri ha fatto di questo evento in questa città una delle manifestazioni più importanti, tanto da diventare uno dei carnevali più famosi d'Italia.
L'evento ha delle origini antiche visto che risale al 1800, quando la festa era l'occasione non solo per preparare ed abbellire carri allegorici e dar libero sfogo all'allegria, ma anche per dedicarsi ai "peccati di gola" abbuffandosi con vino, salsiccia, maccheroni al sugo e cannoli di ricotta.
Le varie manifestazioni iniziano in città il giovedì grasso con la consegna delle chiavi della città alla maschera "Peppe Nnappa" maschera simbolo ideata negli anni cinquanta "Lu Re di lu cannalivari sciacchitanu".
Vera peculiarità di "Peppe Nappa" è la tradizionale distribuzione, a tutto il popolo partecipante alla festa, di caramelle, vino e salsiccia: quest'ultima preparata sulla brace, nella parte posteriore del carro.
I momenti centrali della manifestazione si hanno con la sfilata dei carri allegorici, evento che inizia il sabato per terminare il martedì. La sera del martedì, dopo giorni dedicati al canto ed al ballo, si concludono tutti i festeggiamenti con il rogo del carro.
E' questo il momento finale e il più emozionante della manifestazione saccense: il pupo raffigurante Peppe Nappa, staccato dalla piattaforma che lo aveva portato in giro per la città, viene collocato al centro della piazza A. Scandaliato, in attesa di essere bruciato.
Decretato ufficialmente la fine della manifestazione, si dà inizio al rogo di Peppe Nappa: tutti si riuniscono intorno a lui danzando in un grande girotondo sulle note dell'inno e lanciando migliaia di martelletti carnascialeschi sul pupo in fiamme. Impressionante è lo spettacolo, tra mille colori e i flash delle macchine fotografiche.
Vincè
Il Rito della Mattanza
Nel mare di Trapani in primavera si compie l'antico rito della "mattanza", la pesca del tonno secondo metodi tradizionali ricchi di cultura e storia.
La mattanza avviene ancora oggi secondo i riti e le regole tramandate nel tempo, la preparazione dura mesi, chilometri di reti, decine di ancore, centinaia di galleggianti, decine di barche e tantissimi uomini che preparano tutto con cura.
La pesca del tonno con le reti ha origini antichissime (ne parla anche Omero nell'Odissea).
Tonnare operavano praticamente in tutte le coste italiane, oggi oltre quelle siciliane un paio di tonnare vengono calate sulla costa occidentale della Sardegna.
La mattanza è uno spettacolo emozionante… sanguinoso e crudele, il mare si tinge di rosso, come un campo di battaglia... residuo di un mondo arcaico e lontano, che risulta difficile da comprendere oggi, nel quale si mescolano tradizioni e religiosità, lotta per la sopravvivenza , ricerca di ricchezza, amore e morte.
Su tutti un capo, il Rais, che assegna i compiti a ciascuno e che sovraintende su tutto e che è anche il responsabile finale di tutto, alla fine è lui, il rais, che decide quando è tutto pronto e quando andare, i tonni al suo via vengono "indotti" ad entrare nella camera della morte dove restano intrappolati.
I tonnarotti, che stanno sulle barche disposte lungo i quattro lati della camera, al comando del rais tirano su la rete. I tonni man mano che gli viene a mancare l'acqua si dibattono, urtano violentemente tra loro, si feriscono,e quando sono ormai sfiniti li aspettano i "crocchi", i micidiali uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche.
Il rais che in arabo vuol dire Capo è stata sempre una figura leggendaria ed ancora oggi fra la gente del luogo si racconta di vecchi rais come se si parlasse di Re.
Siete tutti invitati ad assistere allo spettacolo in primavera
 Ciao Rosario
Enna, e la leggenda di Proserpina
panorama di Enna (dal deltaplano) con l'Etna sullo sfondo Enna; città dell’entroterra siciliano, è detta <<Ombellico della Sicilia>> , perché è situata proprio nel bel mezzo dell’isola , a mille metri di altezza, per cui è il più elevato capoluogo di provincia d’Italia.
Da qui si gode un vastissimo panorama; per questo la città è detta anche <<il belvedere della Sicilia>>. Fino al 1927 era chiamata Castrogiovanni, nome a sua volta derivato da quello più antico Castum Hennae.
La Città di Enna è legata al mito del ratto di Proserpina (questo è il nome dato dai latini alla divinità greca kore Persefone ). Plutone il Dio degli inferi, preso nei lacci di amore,rapì,la bella Proserpina, per portarsela , nel suo scuro regno sotterraneo, e farne la sua sposa.
Il mito vuole che questo evento si sia verificato sulle sfonde del Lago di Pergusa che si trova a 5 km dal monte Enna. la Dea della fertilità, Cerere (madre di Proserpina ) cercò invano sua figlia per nove giorni; è ignorò la terra che si inaridì, Giove preoccupato per la carestia cui poteva essere soggetto il genere umano; acconsenti che madre e figlia , potessero vivere insieme , ma solo per un periodo dell’anno.
Cerere accettò ;ma anche lei emanò la sua sentenza: quando il suo sguardo fosse stato lontano dall’amata figlia, allora la stessa sorte sarebbe toccata alla terra, dando così origine all’autunno ed all’inverno; col ritorno di Proserpina, invece, anche la terra avrebbe esultato della sua presenza, sarebbero sbocciati così i fiori, gli uccelli sarebbero tornati ai loro nidi, gli alberi avrebbero dato i loro frutti e gli uomini avrebbero giovato di tale ricchezza, dando origine, in tal modo, alla primavera ed all’estate.
Giusy
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