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Alcamo

                                           Il mio paese: ALCAMO

Di origini calabresi, da 30 anni residente a Palermo, non dimentico il mio paese dove ho trascorso la mia infanzia, l'adolescenza e i primissimi anni da mamma.

Alcamo, sorridente cittadina a 7 km dal mare (costa gaia), equidistante da Palermo e da Trapani; fu fondata dagli arabi nel IX secolo che chiamarono Alkamar, città marina; nasce ai piedi del monte Bonifato, luogo ideale di villeggiatura per i suoi giganteschi pini tra i quali si trova ancora una antichissima cappela dedicata alla Madonna dell'Alto (fiaccolata 8 settembre). Molto ricca l'economia alcamese dovuta maggiormente alla produzione del vino. Dal punto di vista culturale il paese vanta i natali del grande poeta Cielo (Ciullo) d'Alcamo, chi non conosce la famosa "Rosa fresca aulentissima" e va fiero di possedere innumerevoli opere d'arte presso molteplici chiese (in part. nella Chiesa Madre), personalità di livello internazionale posero loro opere come il Borremans,gli scultori  Gagini e Serpotta. 

Alcamo fu nel 1860 la terra segnata dal passaggio dei "picciotti"  con il fazzoletto rosso al collo (oggi chiamato bandana), i Mille di Garibaldi; a questo passaggio fu dedicato il corso 6 Aprile, la via principale del paese che incrocia piazza Ciullo.   Questa la piazza com'era ai tempi affascinanti dei nostri nonni.

Il paese fu sotto l'influenza dei conti di Modica, proprietari del famoso castello, abbandonato per lunghi anni, oggi ritornato agli antichi spendori.

                                                      

Alcamo con la sua chilometrica spiaggia offre ai suoi abitanti e a turisti giornate indimeticabili ove regnano sole e mare. La sabbia non  appiccicosa è di colore dorato...ho un ricordo indelebile...sulla parte alta della spiaggia formata da piccole dune (con piante selvatiche spinose) e ancora incontaminata dal cemento armato,da piccina vedevo scavare fossi larghi quanto un corpo umano, quel fosso poi veniva occupato da una persona affetta di dolori reumatici e artrosi, l'accompagnatore/trice copriva di sabbia interamente il corpo disteso, lasciando scoperto solo il capo. Quest'operazione si prolungava per una buona mezz'ora, il corpo sudava ed eliminiva l'umidità causa del dolore (oggi abbiamo le eleganti saune e bagni turchi presso i centri estetici).

Grazie per la vostra attenzione nel leggere questo post, vi invito tutti a visitare Alcamo, potrete godere di una bella vacanza intelligente dedicata sia alla cultura, (a pochi km anche l'archeologia: il tempio e teatro di Segesta, ottima acustica che offre d'estate fantastici spettacoli) sia al mare e alle escursioni montane...e dulcis in fundo...i piatti alcamesi...una delle specialità?...i dolci chiamati : minni di virgini (seni di virgine), la foto la trovate nell'album fotografico dei dolci siciliani.


 Stella

 

                                                                                                  

Prelibatezza: Sarde a beccaficu

 

Buongiorno amici...ho finito in questo momento di preparare questa prelibatezza siciliana, ho pensato di pubblicare la ricetta in questo nostro spaces tutto siciliano per la gola degli amici piu cari che passano a leggere.

SARDE A BECCAFICU

Per 6 persone: 

1 Kg. di sarde, 10 cucchiai di pan grattato, 100 gr, uva sultanina, 100 gr. di pinoli, un cucchiaio di prezzemolo tritato,olio, sale pepe, limone, alcune foglie di alloro.. 

Aprite le sarde, togliete la testa e la spina dorsale, avendo cura di lasciarle sane.
Preparate il ripieno con il pangrattato leggermente tostato, un cucchiaino di zucchero, un cucchiaio di olio d'oliva extravergine, prezzemolo tritato, uva sultanina (passulina), pinoli, sale e pepe ( aggiungere olio se l'impasto risulta asciutto).
Disponete un poco  del ripieno su ogni sarda, dalla parte interna e arrotolatela su se stessa.
Allineate gli involtini in una teglia unta di olio alternandoli con foglie di alloro.
Innaffiate con olio e sugo di limone e passate al forno per 15 minuti.

Far raffreddare un pò...e buon appettito!...Dicono che questo piatto diventa ancora più buono l'indomani, non l'ho mai potuto sperimentare, perchè impossibile conservarle...son troppo buone!


 Stella


COMU GABBIANU (COME GABBIANO)

 

 

La poesia "COMU GABBIANU" scritta dal poeta Ermanno Mirabello

e presa dalla silloge "VAGABUNNU DI LA NOTTI" edita da

"AURORA editrice" e ed è protetta da diritti d'autore ed editoriali

 

  COMU GABBIANO                                     COME GABBIANO   

   Siddu li me vrazza                      Se le mie braccia

   addivintassiru ali                        diventassero ali

  comu gabbianu                           come gabbiano        

  issi vulanu                                  andrei volando

  supra tutti li mari                       sopra tutti i mari  

  circannu tra li funnala                cercando tra i fondali 

   li  sonnira anniati                       i sogni annegati   

  svulazzannu                               sorvolando           

  li muntagni                                 sopra le montagne    

  circassi ‘nta li cripazzi             cercherei tra i crepacci   

  disìi spirduti                               desideri smarriti 

  scaliassi tra li nevuli                  scaverei ta le nuvole

  p'attruvari cunortu                     per trovare conforto

    e supra li campagni                   e sopra le campagne

  vulassi rasuterra pi vidiri           volerei rasoterra per vedere

  siddu li  spiranzi siminate          se le speranze seminate

  annu misu li vuttuna                  hanno messo i germogli 

  ammatula cercu, attrovu           invano  cercu, trovo

  mari siccati                                mari prosciugati

  campagni cripiati                       campagne inaridite    

  e nevuli di chiummu                  e nuvole di piombo

    sbannutu                                   sbandato

   tra celu e terra                          tra cielo e terra

   a la prima chiaria di suli           al primo albeggiare

   quannu li cani                           quando i cani

  finiscinu di lupiari                     smettono di ululare

  e lu gaddu                                  e il gallo

  ca nun pò vulari                         che non può volare

  cu raggia canta                          con rabbia canta

  lu so primu chicchirichì             il suo primo chicchirì

  tornu a lu pagghiarizzu              torno al mio posto

  chiuiu li vavareddi                     chiudo gli occhi

  e m’abbannunu                          e mi abbandono

  nta li vrazza di lu sonnu.            tra le braccia del sonno 

 

         

  

   

 

 

 

 

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Trapani e le saline

La strada che da Trapani porta  a Marsala,  è fiancheggiata da saline che offrono una vista bellissima: gli specchi d'acqua suddivisi da sottili strisce di terra formano una scacchiera irregolare e multicolore. Ogni tanto compare nel mezzo la sagoma di un mulino a vento, memoria di un tempo che fu  in cui esso era uno degli strumenti principali per pompare acqua e macinare il sale. Lo spettacolo è ancora più bello e  suggestivo in estate, al momento della raccolta, quando le tinta rosata dell'acqua nelle  vasche si intensifica e le vasche più interne, ormai prosciugate. brillano al sole.

Storia antica quella dello sfruttamento della zona costiera tra Trapani e Marsala risale al tempo dei Fenici che, si accorsero delle condizioni estremamente favorevoli del posto,e  vi impiantarono delle vasche per ricavare il sale,  per poi esportato in tutto il bacino del Mediterraneo. Da qui ebbe  inizio il sistematico sfruttamento di questa porzione di terra, bagnata da acque basse e caratterizzata da temperature spesso elevate e da condizioni climatiche (primo fra tutti il vento che favorisce l'evaporazione) particolarmente adatte all'estrazione di questo prezioso elemento, indispensabile alla vita dell'uomo.

Una parte di questo immenso territorio, circa 1000 ettari è stata adibita a Riserva Naturale nel 1995, l'ambiente  fortemente salmastro, ospita numerose specie erbacee o arbustive adattatesi alle condizioni ambientali estreme che questa area presenta, ed è meta in quanto sulla rotta dell’Africa di una innumerevole quantità di specie di uccelli migratori ( Fenicotteri, Aironi bianchi,Cavaliere d’Italia etc etc ) un vero spettacolo è per gli appassionati. Un invito da parte mia  a chi è nella zona a venire  a visitarle…ciao a tutti

 

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  Rosario

Terra Mia


 

TERRA MIA

                           

Terra di amuri

di sulu e di caluri

Terra di mafia

di duluri e suffirenza

Terra di focu

di turmenti e di battagghi

Terra di mari

di muntagni e di diserti

Terra di lavuru

di viddana e picurara

Terra ciavurusa

di girani e di giasimini

Terra mia

di tutti e di nuddu

e tutti ti hannu inchiutu

Di biddizzi e cicatrici.

 

TERRA MIA

 

Terra d’amore

Di sole e di calore

Terra di mafia

Di dolore e sofferenza

Terra di fuoco

Di tormenti e di battaglie

Terra di mare

Di montagna e di deserti

Terra di lavoro

di pastori e contadini

Terra profumata

di gerani e  gelsomini

Terra mia

di tutti e di nessuno

e tutti ti hanno colmato

Di bellezze  e cicatrici.

                       E.M.

La poesia "Terra mia" è del poeta Ermanno Mirabello. Dalla silloge "Annacannu Pinsera" ZANE editrice

può essere copiata e pubblicata purche sene citi l'autore e la fonte.



Terramia





Avola


La città di Avola si trova nella zona sud-est della Sicilia, tra il mare Ionio e l'altipiano Ibleo Sud Orientale.
In provincia di Siracusa da cui dista 23Km.

La città inizialmente costruita sulla collina è stata rasa al suolo da un terremoto nel 1693.
In seguito a tale cataclisma gli abitanti ricostruirono la città sulla valle.
Presenta una particolare planimetria rappresentata da un'esagono regolare nel quale è inscritta una croce con la piazza principale al centro e altre quattro alle estremità.
 
 


Il territorio Avolese è coltivato prevalentemente da mandorleti e vigneti.
Infatti famosa è la mandorla di Avola chiamata "Pizzuta" esportata in tutta Italia e usata per la preparazione di prodotti dolciari come confetti di ottima qualità, paste di mandorla, torroni, latte di mandorla, torte e biscotti, mandorle tostate e salate.
Ricorderò perfettamente la mandorla di Avola, dato che la mia tesi di laurea era incentrata sul riutilizzo degli scarti della lavorazione di queste mandorle, per produrre carbone attivo.
 
Anche i vigneti forniscono un'ottimo vino, il "Nero D'Avola" che in questo ultimo periodo è al top delle classifiche dei vini d'Italia.
 
Da visitare è sicuramente la riserva naturale orientata Della Cava Grande del Cassibile, detta anche "I laghetti di Avola"
 
Per raggiungere il fondo della gola dove scorre un fiume di acqua freddissima, occorrono almeno 60 minuti, pensate quanti ce ne vogliono per salire !
Quando la giornata  è limpida, la visuale dai laghetti è proprio meravigliosa.
 
 
 
 Vincè


Ridiamo un pò

     
 
                                      Un mio rispettoso saluto va a tutti coloro che fanno parte dell'arma
                                      e ringrazio per lo spirito generoso con cui accettano il buon sarcasmo.
                                               


      Stella

L'assoluta ingenuità

 

 

 

 

Giufà, chiamato anche Giucà, è un bambino del sud, molto ignorante e privo di malizia  e furbizia...spesso si caccia nei guai,ma riesce ad uscirne sempre illeso...

Tantissime storie di Giufà troviamo nei testi di Giuseppe Pitrè...tutte imperniate sulla assoluta ingenuità di questo ragazzetto siculo.

                           

                                                Giufà e i dieci asini

                                                 

 


   Stella

 

 

" A cuccìa "


In Sicilia e a Trapani c’è l’usanza, per il giorno di Santa Lucia, di preparare la “cuccìa”, pietanza composta di grano cotto con ceci, fave, foglie di alloro, cannella, bucce di arancia, il tutto condito con crema di ricotta, vino cotto, canditi, zucchero . Inoltre la tradizione prevede di non mangiare nulla che sia impastato con la farina ma soltanto cibi a chicchi, e quindi riso, arancine, ma non pane e pasta.


Cuccia


Il nome "cuccìa" forse deriva dal sostantivo "cocciu", chicco, o dal verbo "cucciari" che significa mangiare un chicco alla volta.

E non è casuale la coincidenza che proprio il 13 Dicembre, la notte più lunga dell’anno, si ricordi proprio Santa Lucia a cui furono cavati gli occhi, la Santa consentì infatti ai concittadini di potersi sfamare con il frumento arrivato in città, come per incanto, dopo una tremenda carestia, cucinato all’istante e condito con il solo olio .Leggenda vuole che anche dalle nostre parti avvenne la stessa cosa….

Tra le tradizioni tipicamente  trapanesi legate a Santa Lucia ricordo una filastrocca  che invocava la santa siracusana,

a riguardo sempre della “cuccia”… era una canzoncina che veniva recitata  dai ragazzi la vigilia del 13 dicembre mentre percorrevano la città con dei bastoni percotendo i portoni delle case  e diceva cosi’  : " Susitivi  du lettu..addumativi a cuccia ..e si nun mini rati a mia …a pignata vi scattìa.. ( Svegliatevi che è tardi e accendete la pentola per preparare la cuccia e se non me ne date…  la pentola  vi  scoppiera’
 

 
Rosario



Mare Secco

 
 
                          In provincia di Messina, sul promontorio di Tindari,si trova il santuario
                          della "Madonna nera". L'incantevole spiaggia sottostante viene chiamata
                          "mare secco" per l'antica leggenda a cui è legata.
 
" Una Signora venuta da un paese lontano con la sua bambina per ringraziare la Madonna di Tindari dalla grazia ricevuta  della guarigione della piccola, dinnanzi a questa vi rimaste delusa in quanto non era come l'immaginava, ma con un aspetto austero e col volto di colore scuro. Adempiuto a malincuore al voto, usci sulla terrazza antistante al monastero e sdegnata disse " la vista di una schiava negra non valeva davvero il disagio del lungo cammino".


Appena finito di dire l'irriverente invettiva che la bambina, che nel frattempo era rimasta per un istante sola, cadde nel vuoto sottostante, ma al momento del compimento del volo il mare si ritirò e rimase un tratto di spiaggia arenosa, dove ella cadde e venne ritrovata sorridente.
La bambina sana e salva, venne riconsegnata alla madre che commossa si ricredette alla divina possanza della schernita Madonna.
Da allora il mare per attestare il miracolo, non ricoperse più il luogo dove esso avvenne. 

 
 
                                                                             
 

      Stella

DIMMI, DIMMI, APUZZA NICA

La poesia di Giovanni Meli che vi propongo è tra le più note. tale notorietà è dovuta al doppio senso, direi di tipo erotico. L'autore infatti Si rivolge ad un'ape che cerca il miele che in dialetto siciliano si dice "meli" che è anche il nome del poeta. Il doppio senso lo lascio individuare a voi che leggete.


Nota del 13.gen. 2007

Mi è stato chiesto di inserire la traduzione in lingua per rendere i l contenuto comprensibile anche a chi non conosce il vernacolo siciliano. E' giustocomunque specificare che il Meli adoperava molte parole  non proprio dialettali ma "italianizzava" alcuni termini. Nella traduzione ovviamente salta la rtima e la metrica. Alcune espressioni, in oltre, sono difficilmente traducibili perchè non trovano un reale corrispettivo in italiano o non rendono alla perfezione lo stesso senso per esempio "apuzza" dovrebbe in una sola parola indicare una piccola ape (apina, apetta, apuccia); la parola "arruci", che ho tradotto "non ti bagni" , corrisponde ad "innaffiare" che non è il vero senso che vuole dare il Meli perchè in dialetto innaffiare si dice "abbivirari" che in italiano corrisponde ad "abbeverare".

Buona letture


 

DIMMI,DIMMI, APUZZA NICA         DIMMI, DIMMI, PICCOLA APE

 

Dimmi, dimmi, apuzza nica                   Dimmi, dimmi, piccola ape

Unni vai cussì matinu?                          Dove vai così mattino'

Nun c'è cima chi arrussica                      Non c'è cima che arrossisce

Di lu munti a nui vicinu:                        Del monte a noi vicino:
 

Trema ancora, ancora luci                     Trema ancora, ancora luccica

La ruggiada 'ntra li prati,                       La ruggiada inmezzo tra i prati

Dun'accura nun ti arruci                        Dove ancora non ti bagni

L'ali d'oru dilicati!                                  Le ali d'oro delicate!


Li ciuriddi durmigghiusi                         I fiorellini addormentati

'Ntra li virdi soi buttuni                         Tra i verdi suoi bottoni

Stannu ancora stritti e chiusi                  Stanno ancora stretti e chiusi

Cu li testi a pinnuluni.                            Con le teste chinate
 

Ma l'aluzza s'affatica!                              Ma l'aletta s'affatica!

Ma tu voli e fai caminu!                          Ma tu voli e fai cammino! 

Dimmi, dimmi, apuzza nica,                    Dimmi, dimmi, piccola ape

Unni vai cussì matinu?                            Dove vai così mattiniera? 
 

Cerchi meli? E s'iddu è chissu                  Cerchi miele? E se è questo

Chiudi l'ali e 'un ti straccari,                    Chiudi le ali e non ti stancare

Ti lu 'nsignu un locu fissu                        Te lo insegno un luogo fisso

Unn'hai sempri chi sucari                         Dove hai sempre che succhiare
 

Lu canusci lu miu amuri,                          Lo conosc il mio amore,

Nici mia di l'occhi beddi?                          Piccola mia dagli occhi belli

'Ntra ddi labbra c'è un sapuri,                   Tra quelle labbra c'è un sapore,

'Na ducizza chi mai speddi                        Una dolcezza che mai finisce
 

'Ntra lu labbru culuritu                             In quel labbro colorito

Di lu caru amatu beni                                Del caro amato bene

C'è lu meli chiù squisitu...                          C'è il miele più squisito...

Suca, sucalu, ca veni.                                 Succhia, succhialo, che viene.
 

Ddà ci misi lu Piaciri                                  Li ci ho messo il piacere

Lu sò nidu 'ncilippatu                                 Il suo nido addolcito

Pri adiscari, pri rapiri                                 Per addescare, per rapire

Ogni cori dilicatu.                                       Ogni cuore delicato.
 

A lu munnu 'un si pò dari                            Al mondo non si può dare

Una sorti chiù felici,                                    Una sorte più felice,

Chi vasari, chi sucari                                    Che baciare, che succhiare

Li labbruzzi a la mia Nici                             Le labbra alla mia Piccola 

     

        Ciao Terramia

             

Giovanni Meli

 

GIOVANNI MELI

Biografia

Giovanni Meli nacque il 6 marzo 1740, da Antonio di professione orefice e da Vincenza Torriquas, il poeta  raggiunse notorietà in tutt'Italia, aderendo ai modi e allo stile dell'Arcadia con una dimensione tutta sua e con l'uso della lingua siciliana. Venne educato presso le scuole dei padri Gesuiti e si appassionò giovanissimo agli studi letterari e filosofici soprattutto della corrente illuministica, che – nata in Francia – allora imperava in Europa. Il Meli non mancò di coltivare anche da autodidatta i classici italiani e latini e fra i contemporanei gli Enciclopedisti francesi da Montesquieu a Voltaire, trovando ispirazione per un poemetto giovanile rimasto incompiuto, Il Trionfo della ragione.

Il suo esordio poetico, che avvenne a soli quindici anni con versi d'occasione, lo fece talmente apprezzare nella ristretta ed esigente cerchia dei letterati palermitani da farlo nominare socio dell'“Accademia del Buon Gusto”, una delle tante che caratterizzavano il costume letterario del tempo, dove ci si riuniva a declamare versi e a disputare di questioni culturali.

Passò via via a più importanti circoli esclusivi della nobiltà e più alla moda; nel '61 come socio dell'Accademia della Galante conversazione e nel '66 a quella degli Ereini nelle quali declamava con crescente successo le sue composizioni in dialetto e in lingua.

La celebrità arriva nel 1762 col poemetto La Fata galante, in cui il Meli immagina d'incontrare una fata, figura allegorica della fantasia, che gli propone sotto forma di favole mitologiche, tematiche filosofico-sociali, in cui egli trasferisce in forma poetica la sua filosofia, non certo omogenea ed ordinata secondo un organico disegno e modellata sui cosiddetti romanzi filosofici francesi o sui più antichi modelli allegorici della letteratura europea.

Per poter vivere aveva intanto intrapreso gli studi di medicina, spinto anche dalla madre, e nel 1764 conseguì il titolo professionale presso l'Accademia degli Studi di Palermo. Esercitò la professione di medico soprattutto a partire dal '67, trasferendosi come condotto nel paesino di Cinisi, dove veniva chiamato l'abate Meli, poiché vestiva come un prete anche senza aver ricevuto gli ordini sacerdotali minori.

La sua attività letteraria divenne più fertile ed ivi compose le Elegie, parte del poema la Bucolica e scritti vari d'argomento scientifico.

La sua fama crescente lo richiamò a Palermo, conteso dalle dame dell'aristocrazia nei loro salotti. Sensibile alla bellezza femminile, questo singolare medico-poeta ebbe vari amori che cantò alla maniera arcadica nelle sue Odi e nelle Canzonette, che sarebbero state imitate da tanti poeti come il Goethe e il Foscolo e tutta la serie dei poeti dialettali siciliani.

Completata la Bucolica, in cui imitando “lu sulu Grecu Siculu” di Teocrito di Siracusa, vissuto nel III secolo a. C. canta “li campagni, l'armenti e li pasturi” immaginando nelle varie stagioni dialoghi pastorali, si cimentò addirittura col poemetto eroicomico Don Chisciotte e Sancio Panza, trasferendo in Sicilia e in versi la trama del libro dello spagnolo Miguel Cervantes.

Nel 1787 pubblicò la raccolta delle sue opere in cinque volumi col titolo di Poesie Siciliane.

Intanto, grazie anche alla protezione del viceré Caramanico succeduto al Caracciolo a cui avrebbe dedicato un'ode famosa (1780), divenne professore di chimica presso l'Università e venne chiamato a far parte come socio onorario delle più importanti accademie italiane come quella di Siena (1801) e quella peloritana di Messina.
Tuttavia non fu mai ricco e negli ultimi decenni del secolo furti e vicende familiari sfortunate lo costringevano a bussare alla porta dei potenti, come Giuseppe Parini nell'ambiente milanese.
Nel 1810 il re Ferdinando gli concesse una pensione annua, ma nel 1815, dopo le rivolte giacobine gliel'avrebbe sospesa. Intanto nel 1814 venivano pubblicate a Palermo a cura dello stesso autore Poesie siciliane, comprendenti le Favuli Murali dove prendendo talvolta spunto da Esopo e Fedro il poeta palermitano dimostra la sua bravura, con fine arguzia ed umorismo tutto siciliano.

Morì a Palermo il 20 dicembre 1815, mentre l'Europa dei Lumi assisteva al concludersi della vicenda napoleonica.

 Tratto da wikipedia

Terramia

 

Gela

Gela, città e porto della Sicilia, in provincia di Caltanissetta; è situata su un basso rilievo costiero orlato da un'esteso arenile, prospiciente il mare di Sicilia, dove il fiume Gela, attraversa l'omonima piana, va a sfociare.
Di origine greca fondata nel 690/89 a. C. da coloni provenienti da Rodi e Creta, che ne derivarono il nome dal fiume.


Dopo una lunga lotta con le popolazioni indigene, Gela intraprese una sistematica politica di penetrazione all'interno dell'isola. Nel 582 a. C. i Geloi fondarono Akragas (l'antica Agrigento) ed estesero il loro dominio a gran parte del sud e del centro della Sicilia.
All'inizio del V sec. a. C., sotto la tirannia di Ippocrate Gela conquistò anche la Sicilia orientale giungendo fino allo Stretto di Messina.
Ad Ippocrate successe Gelone che mosse contro i Siracusani nel 483 a. C. e sconfisse i Cartaginesi nel 480 a. C. nella battaglia di Imera.
Sotto i successori di Gelone, i Dinomenidi, l'importanza politica della città diminuì sebbene essa rimase un grosso centro artistico e culturale.
Il poeta tragico Eschilo visse a Gela negli ultimi anni della sua vita, morendovi nel 456 a. C. (secondo la leggenda, a causa di una testuggine lasciatagli cadere in testa da un'aquila in volo).
Nel 405 a. C., malgrado l'aiuto di Dionisio I di Siracusa, Gela venne conquistata e completamente distrutta dai Cartaginesi per poi essere ripopolata da nuovi coloni dopo il 338 a. C. dal corinzio Timoleonte.
Dopo un periodo di prospera tranquillità fu conquistata da Agatocle, tiranno di Siracusa, che nel 311-310 a . C. la usò come base militare contro i Cartaginesi.
In una data compresa fra il 285 ed il 282 a. C. la città venne definitivamente distrutta dal tiranno di Akragas Phintia che ne deportò gli abitanti.
Gli abitanti si rifugiarono allora a Phintias (Licata), cosicchè il sito rimase deserto fino al 1230, quando il re Federico II di Svevia vi fondò l'attuale città, denominandola Terranova, nome che nel 1862 fu mutato in Terranova di Sicilia.
Nel 1927 venne ripristinato l'antico nome.
L'odierna città conserva, a nord-est dell'abitato, le fortificazioni greche di Capo Soprano
, con 300 m di mura (erette dopo il 339 a.C.); non lontane si trovano le terme ellenistiche (del IV-III secolo a.C.).
All'estremità opposta di Gela sorge l'acropoli
, con resti di un quartiere del IV secolo a.C. e di due templi; nei pressi, è ospitato anche il Museo archeologico regionale, ricco di reperti provenienti dal territorio.
Il centro storico conserva fra l'altro la chiesa Madre (secoli XVIII-XIX) e quella del Carmine, del 1514.

Gela è un centro industriale ( stabilimenti petrolchimici, metalmeccanici e alimentari), con una notevole attività commerciale e peschereccia nel porto.


Vincè



Il vino cotto

 
Vorrei continuare a proporvi i miei ricordi sulle tradizioni gastronomiche della mia Sicilia.
 
Tradizioni quasi dimenticate per effetto dei tempi che passano e che stanno quasi per scomparire.

 

Il Vino cotto.."U' vinu cottu"
 
Per la preparazione del vino cotto si utilizza il mosto dell'uva,
il periodo di preparazione è naturalmente quello della vendemmia.
 
Viene utilizzato per la preparazione di dolci natalizi o bevuto come liquore di fine pasto.
Un'ottimo rimedio anche contro la tosse, il mal di gola e fa bene anche al cuore.
 
Nella fase di cottura del mosto, si provoca la caramellizzazione degli zuccheri che danno al vino cotto un potere antiossidante due o tre volte superiore a quello del vino bianco.
 
Preparazione:
Si pone il mosto di uva in una grande pentola e si fa bollire lentamente...ore e ore di fuoco lento per far restringere il liquido zuccherino.
Nella pentola si mette anche un sacchettino di tela ben chiuso, contenente della cenere di vite "Magghiola"
Essa libera i sali minerali contenuti ed agisce da sostanza tampone nel processo di ebollizzione e concentrazione del mosto.

Quando il volume del liquido si è ridotto alla metà, si filtra attraverso maglie sottili, ricordo che mia nonna  usava uno strofinaccio da cucina.
 

Il liquido viene ancora portato all'ebollizzione aggiungendo cannella, chiodi di garofano, foglie di alloro, bucce di arancia essiccate e della scorza di limone grattuggiata.
Il volume finale deve essere un terzo del volume iniziale, si fà quindi riposare e raffreddare ed alla fine si filtra nuovamente.
 
Il vino cotto si presenta come un liquido denso e filante e verrà quindi posto in bottiglie scure ben tappato.
 

 
 
  

 
Vincè


Le avventure di Giufà


Mentre scrivevo di Colapisci, mi è venuto alla mente un'altro personaggio, leggendario per noi siciliani, le cui storie per i bambini delle scuole erano dei veri capolavori di educazione alla vita.

Mi riferisco a Giufà, un ragazzotto un pò sciocco per alcuni, ma saggio per altri che con la sua ingenuità, che si

trasforma in simpatia, riesce a cavarsela dalle situazioni che giornalmente gli capitano.



Mentre il personaggio di Colapisci può essere considerato eroico, soprannaturale e quasi spirituale, capace di immolarsi per la salvezza degli altri, Giufà invece è un personaggio terreno, un pò stolto ma sicuramente saggio, che cerca sempre di farla franca e di ottenere dei vantaggi personali.


Giufà e il ferro

 

Giufà decise di partire per un viaggio e chiese ad un suo vicino di conservargli del ferro, perché aveva paura che in sua assenza i ladri glielo rubassero.
Il suo vicino, che era un commerciante furbastro, gli disse che l'avrebbe conservato di buon
grado.
Giufà portò, così, il ferro al vicino e partì.

Quando tornò dal viaggio si presentò dal commerciante per riprendersi il ferro, ma questo gli disse:
- Giufà, debbo darti una brutta notizia: i topi hanno mangiato tutto il tuo ferro e non ho più
nulla da darti!

- Ma da quando i topi mangiano il ferro!? - esclamò Giufà, che stava capendo che qualcosa era andata male

- Ti giuro che è successo proprio così! Credimi! E' una cosa pazzesca, ma i topi lo hanno divorato tutto! - ribadì forte il commerciante

A Giufà non restò che incassare la malafatta del suo vicino e andarsene mugugnando e meditando di rifarsi subito.

Dopo qualche giorno, andando per il mercato, Giufà vide l'asino del suo vicino carico di mercanzia appena comprata. Non ci pensò due volte prese l'asino e lo portò via.
Il mercante, non trovando più il suo asino e soprattutto la mercanzia, si mise a cercare per
tutto il mercato l'animale e il suo carico.
Chiedeva a tutti quelli che incontrava, ma nessuno sapeva dargli indicazioni, fin quando non
incontrò Giufà a cui chiese:
- Giufà non trovo più il mio asino e il suo carico di merce. Per caso, tu non l'hai visto?

Giufà con faccia contrita rispose:
- E' successa una cosa incredibile, amico mio! Ero affacciato alla finestra quando, ad un
tratto, ho visto un uccellaccio che prendeva con gli artigli un asino carico di roba e con un gran sbattimento d'ali se lo portava via. Sarà stato sicuramente il tuo somaro!

Il commerciante esclamò:
- Avrai avuto le traveggole o sei impazzito! Come può un uccello portarsi via un asino carico di
merce? E' impossibile!

Giufà, sornione, disse:
- Caro amico, se dei topini riescono a mangiarsi tutto il mio ferro, figurati se un uccellaccio
non riesce a rapirsi un asino! Tutto è possibile!

Giufà se ne andò via ridendo sotto i baffi e lasciando il commerciante col naso all'insù.


Giufà, la moglie e l'asino

 

La moglie di Giufà morì ed egli, pur essendo afflitto, non versò neanche una lacrima. 
Alcuni giorni dopo, morì anche il suo asino e Giufà non faceva altro che piangere.

Amici e vicini si recarono allora da lui e gli domandarono: 
- Che cosa ti succede, Giufà? È morta tua moglie, che era la compagna della tua vita, e non hai pianto neanche un po'; adesso muore il tuo asino e tu non smetti di piangere e di lamentarti. Il tuo asino ti è forse più caro di tua moglie?

Rispose Giufà:
- Perché mi rimproverate? Ho ben ragione di addolorarmi. Quando è morta mia moglie ognuno di voi é venuto a farmi le condoglianze. Chi mi ha detto: Non rattristarti, di donne ce ne sono tante. Chi, invece: Mia sorella potrà essere la migliore delle mogli per te. Un altro ancora mi ha proposto: Sarei lieto se tu diventassi mio genero, ti darò mia figlia senza che tu debba pagarmi nulla. Ma quando è morto il mio asino, nessuno di voi mi ha detto: Non ti affliggere, ti darò un altro asino al suo posto!


Vincè



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Premi e riconoscimenti

da  amosMaurizio


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E con lo scopo di promuovere tra tutti ancora una volta la blogosfera nel mondo.




Cosa significa Vucciria?

 
Ecco il mio primo post in questo nuovo blog creato da noi Vincè e Stella e nato dall'amore sviscerato per questa terra e per la nostra colorita, insostituibile lingua siciliana.
Abbiamo scelto di intitolare questo spaces "A' VUCCIRIA" perchè auspichiamo di postare qui tutto ciò che riguarda la nostra Sicilia, come un gran mercato.
Egregio il dipinto del grande bagherese Renato Guttuso rappresentante la "VUCCIRIA" il famoso mercato palermitano ove si trovava di tutto; oggi purtroppo non è più in auge, sostituito da due grossi mercati del capoluogo siculo (ballarò e capo) per l'utilità dei cittadini, ma non certo per il suo fascino. 
In quelle stradine ormai rimangono alcune bancarelle e le famose "BALATE" ( lastre di pietra dall'arabo balat )...
C'è un detto palermitano che recita così: "Quannu s'asciucanu li balati di la vucciria"( quando si asciugano le pietre della vucciria)...il detto, molto pittoresco, si usa per dire che una cosa non avverrà mai, perchè le lastre delle strade del mercato erano incessantemente bagnate dall'acqua che spruzzavano i venditori sulla loro mercanzia...pesci, verdura e quant'altro aveva bisogno dell'acqua per mantenersi fresco piu a lungo.
Il siciliano è una lingua romanza il cui lessico è di derivazione principalmente latina, però alcuni termini pare avessero provenienza dalle varie
dominazioni come l'arabo o dalla dominazione bizantina, alcuni provenienza catalana e francese.
La provenienza del termine "VUCCIRIA" proviene dal francese boucher (macellaio)...il mercato nacque come posto di macellai riuniti...boucher=voucher...infatti in alcuni paesi siciliani il macellaio viene chiamato "lu vucceri"...e di luogo affollato, confusionario, e noi ancora oggi usiamo dire "un fari vucciria" per invitare qualcuno a non creare caos.
 
  Stella
 
 

Mpanatigghi

 
Ultimamente le mie scappate a Ragusa sono state abbastanza frequenti,
quindi vi voglio proporre questo tipico dolce Siciliano propio di questa zona.
Un dolce fatto con la carne...si, avete ben capito con ripieno di carne, ma attenzione il tutto è impastato con del buon cioccolato di Modica e quindi ... il trucco c'è ma non si vede...anzi non si sente.
 
 

 

 
 

 
Ingredienti
per circa 40 pezzi
Per la pasta:
500 g di farina 00
125 g di zucchero
100 g di sugna
5 tuorli d'uovo
1 uovo
100 cl di acqua
Per la conserva:
200 g di filetto di carne
200 g di mandorle tostate tritate
250 g di zucchero
2 tavolette di cioccolata di Modica
 
 
 
 
Preparazione

Impastare a poco a poco la farina con le uova, poi aggiungere tutta la sugna e lo zucchero in modo da ottenere una pasta morbida ed omogenea; lasciarla riposare un po' fra 2 piatti (se resta della farina che le uova non assorbono, questa servirà per preparare i dischi di pasta).
Per la conserva: fare asciugare la carne sul fuoco in un tegamino e poi tritarla 2 volte, unirvi lo zucchero e tritare l'impasto; aggiungere le mandorle, la cannella, la vaniglia e le chiare rimaste dall'impasto della pasta (se la conserva risultasse un po' dura aggiungervi qualche altra chiara mescolando bene).

La pasta si divide in 4 parti uguali, da ognuna di queste parti si devono ottenere 9-10 dischi, si mette un po' di conserva su metà di ogni disco e si ricopre con l'altra metà, avendo cura di inumidire i bordi della 'mpanatigghia in modo che si chiuda perfettamente.
Fare sopra ogni dolce un forellino con la punta del coltello e infornare a 180° per 15 minuti.
Cospargere di zucchero a velo.
 
        
Mpanatigghi assieme ad altri dolci con ricotta

Vincè
 

Il libro degli ospiti




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