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Alcamo Di origini calabresi, da 30 anni residente a Palermo, non dimentico il mio paese dove ho trascorso la mia infanzia, l'adolescenza e i primissimi anni da mamma. Alcamo, sorridente cittadina a 7 km dal mare (costa gaia), equidistante da Palermo e da Trapani; fu fondata dagli arabi nel IX secolo che chiamarono Alkamar, città marina; nasce ai piedi del monte Bonifato, luogo ideale di villeggiatura per i suoi giganteschi pini tra i quali si trova ancora una antichissima cappela dedicata alla Madonna dell'Alto (fiaccolata 8 settembre). Molto ricca l'economia alcamese dovuta maggiormente alla produzione del vino. Dal punto di vista culturale il paese vanta i natali del grande poeta Cielo (Ciullo) d'Alcamo, chi non conosce la famosa "Rosa fresca aulentissima" e va fiero di possedere innumerevoli opere d'arte presso molteplici chiese (in part. nella Chiesa Madre), personalità di livello internazionale posero loro opere come il Borremans,gli scultori Gagini e Serpotta. Alcamo fu nel 1860 la terra segnata dal passaggio dei "picciotti" con il fazzoletto rosso al collo (oggi chiamato bandana), i Mille di Garibaldi; a questo passaggio fu dedicato il corso 6 Aprile, la via principale del paese che incrocia piazza Ciullo. Il paese fu sotto l'influenza dei conti di Modica, proprietari del famoso castello, abbandonato per lunghi anni, oggi ritornato agli antichi spendori. Alcamo con la sua chilometrica spiaggia offre ai suoi abitanti e a turisti giornate indimeticabili ove regnano sole e mare. La sabbia non Grazie per la vostra attenzione nel leggere questo post, vi invito tutti a visitare Alcamo, potrete godere di una bella vacanza intelligente dedicata sia alla cultura, (a pochi km anche l'archeologia: il tempio e teatro di Segesta, ottima acustica che offre d'estate fantastici spettacoli) sia al mare e alle escursioni montane...e dulcis in fundo...i piatti alcamesi...una delle specialità?...i dolci chiamati : minni di virgini (seni di virgine), la foto la trovate nell'album fotografico dei dolci siciliani.
Stella
Prelibatezza: Sarde a beccaficu
Buongiorno amici...ho finito in questo momento di preparare questa prelibatezza siciliana, ho pensato di pubblicare la ricetta in questo nostro spaces tutto siciliano per la gola degli amici piu cari che passano a leggere. SARDE A BECCAFICU
Per 6 persone: 1 Kg. di sarde, 10 cucchiai di pan grattato, 100 gr, uva sultanina, 100 gr. di pinoli, un cucchiaio di prezzemolo tritato,olio, sale pepe, limone, alcune foglie di alloro.. Aprite le sarde, togliete la testa e la spina dorsale, avendo cura di lasciarle sane. Far raffreddare un pò...e buon appettito!...Dicono che questo piatto diventa ancora più buono l'indomani, non l'ho mai potuto sperimentare, perchè impossibile conservarle...son troppo buone!
Stella COMU GABBIANU (COME GABBIANO)
La poesia "COMU GABBIANU" scritta dal poeta Ermanno Mirabello e presa dalla silloge "VAGABUNNU DI LA NOTTI" edita da "AURORA editrice" e ed è protetta da diritti d'autore ed editoriali
<> Trapani e le saline
La strada che da Trapani porta a Marsala, è fiancheggiata da saline che offrono una vista bellissima: gli specchi d'acqua suddivisi da sottili strisce di terra formano una scacchiera irregolare e multicolore. Ogni tanto compare nel mezzo la sagoma di un mulino a vento, memoria di un tempo che fu in cui esso era uno degli strumenti principali per pompare acqua e macinare il sale. Lo spettacolo è ancora più bello e suggestivo in estate, al momento della raccolta, quando le tinta rosata dell'acqua nelle vasche si intensifica e le vasche più interne, ormai prosciugate. brillano al sole.Storia antica quella dello sfruttamento della zona costiera tra Trapani e Marsala risale al tempo dei Fenici che, si accorsero delle condizioni estremamente favorevoli del posto,e vi impiantarono delle vasche per ricavare il sale, per poi esportato in tutto il bacino del Mediterraneo. Da qui ebbe inizio il sistematico sfruttamento di questa porzione di terra, bagnata da acque basse e caratterizzata da temperature spesso elevate e da condizioni climatiche (primo fra tutti il vento che favorisce l'evaporazione) particolarmente adatte all'estrazione di questo prezioso elemento, indispensabile alla vita dell'uomo.Una parte di questo immenso territorio, circa 1000 ettari è stata adibita a Riserva Naturale nel 1995, l'ambiente fortemente salmastro, ospita numerose specie erbacee o arbustive adattatesi alle condizioni ambientali estreme che questa area presenta, ed è meta in quanto sulla rotta dell’Africa di una innumerevole quantità di specie di uccelli migratori ( Fenicotteri, Aironi bianchi,Cavaliere d’Italia etc etc ) un vero spettacolo è per gli appassionati. Un invito da parte mia a chi è nella zona a venire a visitarle…ciao a tutti
RosarioTerra Mia
Terramia AvolaLa città di Avola si trova nella zona sud-est della Sicilia, tra il mare Ionio e l'altipiano Ibleo Sud Orientale.
In provincia di Siracusa da cui dista 23Km. La città inizialmente costruita sulla collina è stata rasa al suolo da un terremoto nel 1693.
In seguito a tale cataclisma gli abitanti ricostruirono la città sulla valle. Presenta una particolare planimetria rappresentata da un'esagono regolare nel quale è inscritta una croce con la piazza principale al centro e altre quattro alle estremità.
Ricorderò perfettamente la mandorla di Avola, dato che la mia tesi di laurea era incentrata sul riutilizzo degli scarti della lavorazione di queste mandorle, per produrre carbone attivo.
Anche i vigneti forniscono un'ottimo vino, il "Nero D'Avola" che in questo ultimo periodo è al top delle classifiche dei vini d'Italia.
Da visitare è sicuramente la riserva naturale orientata Della Cava Grande del Cassibile, detta anche "I laghetti di Avola"
Per raggiungere il fondo della gola dove scorre un fiume di acqua freddissima, occorrono almeno 60 minuti, pensate quanti ce ne vogliono per salire !
Quando la giornata è limpida, la visuale dai laghetti è proprio meravigliosa. Vincè Ridiamo un pò Un mio rispettoso saluto va a tutti coloro che fanno parte dell'arma
e ringrazio per lo spirito generoso con cui accettano il buon sarcasmo.
Stella L'assoluta ingenuità
Giufà, chiamato anche Giucà, è un bambino del sud, molto ignorante e privo di malizia e furbizia...spesso si caccia nei guai,ma riesce ad uscirne sempre illeso... Tantissime storie di Giufà troviamo nei testi di Giuseppe Pitrè...tutte imperniate sulla assoluta ingenuità di questo ragazzetto siculo.
Giufà e i dieci asini
Stella
" A cuccìa "In Sicilia e a Trapani c’è l’usanza, per il giorno di Santa Lucia, di preparare la “cuccìa”, pietanza composta di grano cotto con ceci, fave, foglie di alloro, cannella, bucce di arancia, il tutto condito con crema di ricotta, vino cotto, canditi, zucchero . Inoltre la tradizione prevede di non mangiare nulla che sia impastato con la farina ma soltanto cibi a chicchi, e quindi riso, arancine, ma non pane e pasta.
Il nome "cuccìa" forse deriva dal sostantivo "cocciu", chicco, o dal verbo "cucciari" che significa mangiare un chicco alla volta. E non è casuale la coincidenza che proprio il 13 Dicembre, la notte più lunga dell’anno, si ricordi proprio Santa Lucia a cui furono cavati gli occhi, la Santa consentì infatti ai concittadini di potersi sfamare con il frumento arrivato in città, come per incanto, dopo una tremenda carestia, cucinato all’istante e condito con il solo olio .Leggenda vuole che anche dalle nostre parti avvenne la stessa cosa…. Tra le tradizioni tipicamente trapanesi legate a Santa Lucia ricordo una filastrocca che invocava la santa siracusana, a riguardo sempre della “cuccia”… era una canzoncina che veniva recitata dai ragazzi la vigilia del 13 dicembre mentre percorrevano la città con dei bastoni percotendo i portoni delle case e diceva cosi’ : " Susitivi du lettu..addumativi a cuccia ..e si nun mini rati a mia …a pignata vi scattìa.. ( Svegliatevi che è tardi e accendete la pentola per preparare la cuccia e se non me ne date… la pentola vi scoppiera’ ”
Rosario Mare Secco In provincia di Messina, sul promontorio di Tindari,si trova il santuario
della "Madonna nera". L'incantevole spiaggia sottostante viene chiamata
"mare secco" per l'antica leggenda a cui è legata.
" Una Signora venuta da un paese lontano con la sua bambina per ringraziare la Madonna di Tindari dalla grazia ricevuta della guarigione della piccola, dinnanzi a questa vi rimaste delusa in quanto non era come l'immaginava, ma con un aspetto austero e col volto di colore scuro. Adempiuto a malincuore al voto, usci sulla terrazza antistante al monastero e sdegnata disse " la vista di una schiava negra non valeva davvero il disagio del lungo cammino".
Stella La "truscia"
Stella DIMMI, DIMMI, APUZZA NICALa poesia di Giovanni Meli che vi propongo è tra le più note. tale notorietà è dovuta al doppio senso, direi di tipo erotico. L'autore infatti Si rivolge ad un'ape che cerca il miele che in dialetto siciliano si dice "meli" che è anche il nome del poeta. Il doppio senso lo lascio individuare a voi che leggete.
Nota del 13.gen. 2007 Mi è stato chiesto di inserire la traduzione in lingua per rendere i l contenuto comprensibile anche a chi non conosce il vernacolo siciliano. E' giustocomunque specificare che il Meli adoperava molte parole non proprio dialettali ma "italianizzava" alcuni termini. Nella traduzione ovviamente salta la rtima e la metrica. Alcune espressioni, in oltre, sono difficilmente traducibili perchè non trovano un reale corrispettivo in italiano o non rendono alla perfezione lo stesso senso per esempio "apuzza" dovrebbe in una sola parola indicare una piccola ape (apina, apetta, apuccia); la parola "arruci", che ho tradotto "non ti bagni" , corrisponde ad "innaffiare" che non è il vero senso che vuole dare il Meli perchè in dialetto innaffiare si dice "abbivirari" che in italiano corrisponde ad "abbeverare". Buona letture
DIMMI,DIMMI, APUZZA NICA DIMMI, DIMMI, PICCOLA APE
Dimmi, dimmi, apuzza nica Dimmi, dimmi, piccola ape
Unni vai cussì matinu? Dove vai così mattino'
Nun c'è cima chi arrussica Non c'è cima che arrossisce
Di lu munti a nui vicinu: Del monte a noi vicino: Trema ancora, ancora luci Trema ancora, ancora luccica
La ruggiada 'ntra li prati, La ruggiada inmezzo tra i prati
Dun'accura nun ti arruci Dove ancora non ti bagni
L'ali d'oru dilicati! Le ali d'oro delicate!
'Ntra li virdi soi buttuni Tra i verdi suoi bottoni
Stannu ancora stritti e chiusi Stanno ancora stretti e chiusi
Cu li testi a pinnuluni. Con le teste chinate Ma l'aluzza s'affatica! Ma l'aletta s'affatica!
Ma tu voli e fai caminu! Ma tu voli e fai cammino!
Dimmi, dimmi, apuzza nica, Dimmi, dimmi, piccola ape
Unni vai cussì matinu? Dove vai così mattiniera? Cerchi meli? E s'iddu è chissu Cerchi miele? E se è questo
Chiudi l'ali e 'un ti straccari, Chiudi le ali e non ti stancare
Ti lu 'nsignu un locu fissu Te lo insegno un luogo fisso Unn'hai sempri chi sucari Dove hai sempre che succhiare Lu canusci lu miu amuri, Lo conosc il mio amore, Nici mia di l'occhi beddi? Piccola mia dagli occhi belli 'Ntra ddi labbra c'è un sapuri, Tra quelle labbra c'è un sapore, 'Na ducizza chi mai speddi Una dolcezza che mai finisce 'Ntra lu labbru culuritu In quel labbro colorito Di lu caru amatu beni Del caro amato bene C'è lu meli chiù squisitu... C'è il miele più squisito... Suca, sucalu, ca veni. Succhia, succhialo, che viene. Ddà ci misi lu Piaciri Li ci ho messo il piacere Lu sò nidu 'ncilippatu Il suo nido addolcito Pri adiscari, pri rapiri Per addescare, per rapire Ogni cori dilicatu. Ogni cuore delicato. A lu munnu 'un si pò dari Al mondo non si può dare Una sorti chiù felici, Una sorte più felice, Chi vasari, chi sucari Che baciare, che succhiare Li labbruzzi a la mia Nici Le labbra alla mia Piccola
Ciao Terramia Giovanni Meli
GIOVANNI MELI
Biografia Giovanni Meli nacque il 6 marzo 1740, da Antonio di professione orefice e da Vincenza Torriquas, il poeta raggiunse notorietà in tutt'Italia, aderendo ai modi e allo stile dell'Arcadia con una dimensione tutta sua e con l'uso della lingua siciliana. Venne educato presso le scuole dei padri Gesuiti e si appassionò giovanissimo agli studi letterari e filosofici soprattutto della corrente illuministica, che – nata in Francia – allora imperava in Europa. Il Meli non mancò di coltivare anche da autodidatta i classici italiani e latini e fra i contemporanei gli Enciclopedisti francesi da Montesquieu a Voltaire, trovando ispirazione per un poemetto giovanile rimasto incompiuto, Il Trionfo della ragione. Il suo esordio poetico, che avvenne a soli quindici anni con versi d'occasione, lo fece talmente apprezzare nella ristretta ed esigente cerchia dei letterati palermitani da farlo nominare socio dell'“Accademia del Buon Gusto”, una delle tante che caratterizzavano il costume letterario del tempo, dove ci si riuniva a declamare versi e a disputare di questioni culturali. Passò via via a più importanti circoli esclusivi della nobiltà e più alla moda; nel '61 come socio dell'Accademia della Galante conversazione e nel '66 a quella degli Ereini nelle quali declamava con crescente successo le sue composizioni in dialetto e in lingua. La celebrità arriva nel 1762 col poemetto La Fata galante, in cui il Meli immagina d'incontrare una fata, figura allegorica della fantasia, che gli propone sotto forma di favole mitologiche, tematiche filosofico-sociali, in cui egli trasferisce in forma poetica la sua filosofia, non certo omogenea ed ordinata secondo un organico disegno e modellata sui cosiddetti romanzi filosofici francesi o sui più antichi modelli allegorici della letteratura europea. Per poter vivere aveva intanto intrapreso gli studi di medicina, spinto anche dalla madre, e nel 1764 conseguì il titolo professionale presso l'Accademia degli Studi di Palermo. Esercitò la professione di medico soprattutto a partire dal '67, trasferendosi come condotto nel paesino di Cinisi, dove veniva chiamato l'abate Meli, poiché vestiva come un prete anche senza aver ricevuto gli ordini sacerdotali minori. La sua attività letteraria divenne più fertile ed ivi compose le Elegie, parte del poema la Bucolica e scritti vari d'argomento scientifico. La sua fama crescente lo richiamò a Palermo, conteso dalle dame dell'aristocrazia nei loro salotti. Sensibile alla bellezza femminile, questo singolare medico-poeta ebbe vari amori che cantò alla maniera arcadica nelle sue Odi e nelle Canzonette, che sarebbero state imitate da tanti poeti come il Goethe e il Foscolo e tutta la serie dei poeti dialettali siciliani. Completata la Bucolica, in cui imitando “lu sulu Grecu Siculu” di Teocrito di Siracusa, vissuto nel III secolo a. C. canta “li campagni, l'armenti e li pasturi” immaginando nelle varie stagioni dialoghi pastorali, si cimentò addirittura col poemetto eroicomico Don Chisciotte e Sancio Panza, trasferendo in Sicilia e in versi la trama del libro dello spagnolo Miguel Cervantes. Nel 1787 pubblicò la raccolta delle sue opere in cinque volumi col titolo di Poesie Siciliane. Intanto, grazie anche alla protezione del viceré Caramanico succeduto al Caracciolo a cui avrebbe dedicato un'ode famosa (1780), divenne professore di chimica presso l'Università e venne chiamato a far parte come socio onorario delle più importanti accademie italiane come quella di Siena (1801) e quella peloritana di Messina. Morì a Palermo il 20 dicembre 1815, mentre l'Europa dei Lumi assisteva al concludersi della vicenda napoleonica. Tratto da wikipedia Terramia GelaGela, città e porto della Sicilia, in provincia di Caltanissetta; è situata su un basso rilievo costiero orlato da un'esteso arenile, prospiciente il mare di Sicilia, dove il fiume Gela, attraversa l'omonima piana, va a sfociare.
Gela è un centro industriale ( stabilimenti petrolchimici, metalmeccanici e alimentari), con una notevole attività commerciale e peschereccia nel porto. Vincè Il vino cotto
![]() Il Vino cotto.."U' vinu cottu" Per la preparazione del vino cotto si utilizza il mosto dell'uva,
il periodo di preparazione è naturalmente quello della vendemmia. Viene utilizzato per la preparazione di dolci natalizi o bevuto come liquore di fine pasto.
Un'ottimo rimedio anche contro la tosse, il mal di gola e fa bene anche al cuore. Nella fase di cottura del mosto, si provoca la caramellizzazione degli zuccheri che danno al vino cotto un potere antiossidante due o tre volte superiore a quello del vino bianco.
Preparazione:
Si pone il mosto di uva in una grande pentola e si fa bollire lentamente...ore e ore di fuoco lento per far restringere il liquido zuccherino.
Nella pentola si mette anche un sacchettino di tela ben chiuso, contenente della cenere di vite "Magghiola" Essa libera i sali minerali contenuti ed agisce da sostanza tampone nel processo di ebollizzione e concentrazione del mosto. Quando il volume del liquido si è ridotto alla metà, si filtra attraverso maglie sottili, ricordo che mia nonna usava uno strofinaccio da cucina. ![]() Il liquido viene ancora portato all'ebollizzione aggiungendo cannella, chiodi di garofano, foglie di alloro, bucce di arancia essiccate e della scorza di limone grattuggiata. Il volume finale deve essere un terzo del volume iniziale, si fà quindi riposare e raffreddare ed alla fine si filtra nuovamente.
Il vino cotto si presenta come un liquido denso e filante e verrà quindi posto in bottiglie scure ben tappato.
Le avventure di GiufàMentre scrivevo di Colapisci, mi è venuto alla mente un'altro personaggio, leggendario per noi siciliani, le cui storie per i bambini delle scuole erano dei veri capolavori di educazione alla vita.Mi riferisco a Giufà, un ragazzotto un pò sciocco per alcuni, ma saggio per altri che con la sua ingenuità, che sitrasforma in simpatia, riesce a cavarsela dalle situazioni che giornalmente gli capitano.Mentre il personaggio di Colapisci può essere considerato eroico, soprannaturale e quasi spirituale, capace di immolarsi per la salvezza degli altri, Giufà invece è un personaggio terreno, un pò stolto ma sicuramente saggio, che cerca sempre di farla franca e di ottenere dei vantaggi personali. Giufà e il ferro
Giufà decise di partire per un viaggio e chiese ad un suo vicino di conservargli del ferro, perché aveva paura che in sua assenza i ladri glielo rubassero. Quando tornò dal viaggio si presentò dal commerciante per riprendersi il ferro, ma questo gli disse: - Ma da quando i topi mangiano il ferro!? - esclamò Giufà, che stava capendo che qualcosa era andata male - Ti giuro che è successo proprio così! Credimi! E' una cosa pazzesca, ma i topi lo hanno divorato tutto! - ribadì forte il commerciante A Giufà non restò che incassare la malafatta del suo vicino e andarsene mugugnando e meditando di rifarsi subito. Dopo qualche giorno, andando per il mercato, Giufà vide l'asino del suo vicino carico di mercanzia appena comprata. Non ci pensò due volte prese l'asino e lo portò via. Giufà con faccia contrita rispose: Il commerciante esclamò: Giufà, sornione, disse: Giufà se ne andò via ridendo sotto i baffi e lasciando il commerciante col naso all'insù.
Giufà, la moglie e l'asino
La moglie di Giufà morì ed egli, pur essendo afflitto, non versò neanche una lacrima. Amici e vicini si recarono allora da lui e gli domandarono: Rispose Giufà: Vincè
.Siti e blog che risaltano per la loro brillantezza sia nei temi sia nel design. E con lo scopo di promuovere tra tutti ancora una volta la blogosfera nel mondo. Cosa significa Vucciria?Ecco il mio primo post in questo nuovo blog creato da noi Vincè e Stella e nato dall'amore sviscerato per questa terra e per la nostra colorita, insostituibile lingua siciliana.
Abbiamo scelto di intitolare questo spaces "A' VUCCIRIA" perchè auspichiamo di postare qui tutto ciò che riguarda la nostra Sicilia, come un gran mercato.
Egregio il dipinto del grande bagherese Renato Guttuso rappresentante la "VUCCIRIA" il famoso mercato palermitano ove si trovava di tutto; oggi purtroppo non è più in auge, sostituito da due grossi mercati del capoluogo siculo (ballarò e capo) per l'utilità dei cittadini, ma non certo per il suo fascino.
In quelle stradine ormai rimangono alcune bancarelle e le famose "BALATE" ( lastre di pietra dall'arabo balat )...
C'è un detto palermitano che recita così: "Quannu s'asciucanu li balati di la vucciria"( quando si asciugano le pietre della vucciria)...il detto, molto pittoresco, si usa per dire che una cosa non avverrà mai, perchè le lastre delle strade del mercato erano incessantemente bagnate dall'acqua che spruzzavano i venditori sulla loro mercanzia...pesci, verdura e quant'altro aveva bisogno dell'acqua per mantenersi fresco piu a lungo.
Il siciliano è una lingua romanza il cui lessico è di derivazione principalmente latina, però alcuni termini pare avessero provenienza dalle varie
dominazioni come l'arabo o dalla dominazione bizantina, alcuni provenienza catalana e francese.
La provenienza del termine "VUCCIRIA" proviene dal francese boucher (macellaio)...il mercato nacque come posto di macellai riuniti...boucher=voucher...infatti in alcuni paesi siciliani il macellaio viene chiamato "lu vucceri"...e di luogo affollato, confusionario, e noi ancora oggi usiamo dire "un fari vucciria" per invitare qualcuno a non creare caos.
Stella
MpanatigghiUltimamente le mie scappate a Ragusa sono state abbastanza frequenti, quindi vi voglio proporre questo tipico dolce Siciliano propio di questa zona. Un dolce fatto con la carne...si, avete ben capito con ripieno di carne, ma attenzione il tutto è impastato con del buon cioccolato di Modica e quindi ... il trucco c'è ma non si vede...anzi non si sente.
Mpanatigghi assieme ad altri dolci con ricotta Vincè Il libro degli ospitiMetti qui un tuo saluto...lasciando così una tua traccia del tuo passaggio Il comitato |
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