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    Lo sbarco americano a Gela

     
    Operazione Husky - Lo sbarco americano a Gela
     

     
    La notte tra il 9 e il 10 Luglio 1943 fu “la notte più lunga” per la popolazione di Gela. "Operazione Husky" è stata chiamata, le forze Alleate britanniche, americane e canadesi sbarcarono sulle spiagge della Sicilia, ancora controllata dalle forze dell’Asse.
     
    Lo sbarco in Sicilia fu la seconda più imponente operazione offensiva
    organizzata dagli Alleati nella seconda guerra mondiale,
    la più vasta in assoluto nel settore del Mediterraneo.
     
    Nell’arco di terra tra Licata e Siracusa si riversarono 160.000 soldati;
    4000 aerei da combattimento e da trasporto fornirono l’appoggio dal cielo
    mentre nel mare ci furono 285 navi da guerra, due portaerei e 2.775 unità di trasporto.
     
    Fu così che iniziò l’invasione dell’Europa e le sua liberazione dal nazi-fascismo.
     
    A Gela lo scontro avvenne tra la VII Armata americana
    al comando del Tenente Generale George Patton 
    con la Divisione “Livorno” e parte della Divisione “Goering” tedesca.
     
    Violenti furono i bombardamenti dalle numerose navi e dagli aerei americani sulla piana di Gela.
     
    La superiorità dell’esercito americano fu grande e ben poco riuscì la nostra controffensiva.
    Persero la vita circa 900 americani, 820 italiani e 700 tedeschi.
     
    Una pagina di storia della città di Gela, una pagina di storia di appena 64 anni fa.
     
    Per approfondimenti vi segnalo i seguenti link :

    http://www.romacivica.net


          Vincè

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    Il festino di Santa Rosalia

    U fistinu !


    Rosalia al secolo Rosalia Scalia (1130-4 settembre 1156), venerata come santa vergine dalla Chiesa cattolica.
    Vissuta nel XII secolo, era figlia del duca Sinisbaldo di Quisquina delle Rose, in provincia d'Agrigento (l'allora Girgenti) e nipote di re Ruggero d’Altavilla.
    In seguito alla proposta di matrimonio del principe Baldovino lasciò la corte per condurre una vita di contemplazione.
    Visse da eremita sul monte Quisquina ed in seguito in una grotta del Monte Pellegrino a Palermo fino alla morte.
    Il suo culto è legato all’epidemia di peste che colpì Palermo nel 1624.
    Tutte le preghiere e le processioni rivolte alle co-patrone della città (S. Cristina, S. Agata, S. Ninfa e S. Oliva) non servirono a fermare la malattia.



    Secondo la leggenda, mentre infuriava l'epidemia di peste arrivata in città da alcune navi provenienti da Tunisi, la santa apparve in sogno ad un cacciatore indicandogli dove avrebbe potuto trovare i suoi resti, che portati poi in processione in città fermarono l'epidemia.
    Così che il 27 luglio 1624, Santa Rosalia divenne ufficialmente la patrona di Palermo e la peste finì il 9 giugno del 1625.

    Santa Rosalia ricorre il 4 settembre ma viene festeggiata il 15 luglio.
    I festeggiamenti hanno inizio il 10 per concludersi con un gran finale la sera del 15. Durante il corteo viene rappresentato il dramma della peste e il miracolo della guarigione per opera della Santa.
    La processione parte dal Palazzo reale e si snoda lungo l'antico Cassaro fino a mare.
    Il carro, dalla Cattedrale, sfila per buona parte del centro storico tra luci e suoni. Ai Quattro Canti, si ferma e il sindaco al grido di “Viva Palermo e Santa Rosalia!” dona dei fiori alla Santuzza.
    La serata si conclude con i giochi d’artificio alla Marina.
    Il festino, però, è un’insieme di colori e caos..
    le strade sono invase dai palermitani che aspettando di vedere passare il carro... mangiano !!
    Non sarebbe festino senza i venditori di “calia e simienza” (ceci abbrustoliti e semi di zucca), panelle e crocchè, il “pane ca’ meusa” (pane con la milza), i “babbaluci” (le lumache) e u "miluni" (l’anguria).


    Il 4 settembre invece la tradizionale "acchianata" (la salita) a Monte Pellegrino conduce i devoti al Santuario.
    Il santuario venne eretto su Monte Pellegrino nel 1625 su una massiccia scalinata. In un angolo dell'atrio, antistante la cappella, si possono osservare gli ex-voto, offerti per grazia ricevuta. Numerosi gli oggetti, anche personali, delle persone che hanno ricevuto la grazia e le foto di bambini appena nati.


     


    Un video che riassume la manifestazione
    qua


          Vincè

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    La patrona di Enna


    LA MADONNA DELLA VISITAZIONE


    La Festa della  Madonna della Visitazione...santa patrona della città di Enna, è, assieme ai riti della settimana santa l'evento religioso più importante del capoluogo ennese e si tiene il 2 luglio .



    Il 29 giugno iniziano i festeggiamenti in onore della patrona di Enna. Nel pomeriggio dalla chiesa di san Pietro, celebrato in questo giorno, parte la processione diretta al Duomo per la consegna delle chiavi con le quali aprire la statua della patrona.
    Alle ore 19,30, si provvede all'apertura della nicchia in cui è custodita la Statua della Madonna, nella cappella destra del Duomo, in marmi policromi.
    La statua viene nascosta tutto l'anno fino a questo giorno, quando la si scopre in presenza della folla di fedeli. Per prima viene aperta la porta della nicchia, costituita da un quadro di Domenico Basile raffigurante la Patrona con Santa Elisabetta, oltre cui si cela un'altra porta detta "delle sette chiavi" perché sette sono le chiavi necessarie ad aprirla.
    Non appena viene schiusa la nicchia, appare la statua di Maria, ricoperta interamente di monili d'oro facenti parte del prezioso Tesoro del Duomo,  pezzo forte, una pregiatissima corona d'oro bianco posta sul capo della Vergine e cesellata con ori e smalti, avvolta in un ampio manto di broccato trapuntato a filigrana aurea.
    Il 2 luglio è il giorno dei grandi festeggiamenti. Anche se la Madonna della Visitazione, dal Concilio Vaticano II, viene ricordata in un'altra data, Enna ha ricevuto dal Papa il privilegio di festeggiare la sua patrona all'antica data..




    Le celebrazioni cominciano con la Santa Messa tenuta in Duomo alle 6,30, culmine delle messe mattutine speciali che si susseguono in attesa della festa sin dal 2 giugno. Mentre i fedeli, molti dei quali raggiungono la cattedrale a piedi nudi in segno di devozione alla Vergine Santa, assistono alla celebrazione eucaristica in Duomo.
    Nella Chiesa di Montesalvo, situata nell'altra parte della città alta, vengono sparate 101 salve di mortaretti, come si fa nelle monarchie quando nasce un futuro sovrano.
    Essendo la Chiesa da cui vengono sparati i 101 colpi, Montesalvo, il punto più alto di Enna dopo il Castello di Lombardia (970 m di quota circa), il loro eco raggiunge tutte le vallate sottostanti, compresa la conca dove sorge la città nuova, Enna Bassa.
    Alle 10,30, si svolge in Duomo una solenne Messa pontificale, ovvero una celebrazione eucaristica cantata officiata dal Vescovo. Intanto la banda municipale effettua un giro delle vie principali della città intonando marce festose, fermandosi sulle scalinate della cattedrale.

    In seguito i confrati della Confraternita di Maria SS. della Visitazione, deputati ai festeggiamenti patronali, procedono a montare il fercolo e le aste necessaire a far sì che i 124 uomini lo soreggano e lo portino in processione per tutta Enna alta.


    Nel primo pomeriggio, i portali del Duomo vengono chiusi per consentire alla Guardia di Finanza di effettuare in massima sicurezza la vestizione della Madonna, ovvero l'addobbo della statua. Su di essa vengono collocati panni rossi in cui sono cuciti innumerevoli monili d'oro, collari, anelli, orecchini, bracciali, che i fedeli di tutti i tempi hanno donato come ex voto e che ricoprono interamente la statua.
    Sul suo capo viene deposta la famosa Corona in oro zecchino, cesellata finemente secoli fa da abili artigiani in stile barocco, con diversi medaglioni ciascuno rappresentante una scena sacra. La corona è pertanto considerato il gioiello più prezioso mai prodotto dall'oreficeria sacra barocca in Sicilia




    Alle 17,00 il Duomo viene riaperto a turisti e fedeli per far vedere loro la statua di maria addobbata dai preziosi giolielli in oro, smalti e pietre preziose, oltreché la "vara", che in Sicilia designa il carro trionfale su cui i santi patroni vengono portati in processione, detta Nave d'Oro (1590) essendo rivestita d'oro zecchino.
    Essa verrà portata in processione lungo tutte le vie principali della città fino alla Chiesa di Montesalvo, con spari di cannoni nelle tappe di sosta. La sconda parte del viaggio è la più difficoltosa, perché la processione non segue i viali moderni del monte (Enna) che portano a Montesalvo, bensì l'antica, stretta e tortuosa via Mercato, nella quale la nave d'oro viene spesso calata e trascinata quasi a rasoterra, perché la strada è poco larga.
    L'angusta salita che precede Montesalvo (secondo punto più alto di Enna) viene effettuata dai 124 uomini che sorreggono la pesantissima nave d'oro a corsa, mentre la statua della Vergine ondeggia e vacilla e la statua di sua cugina esce da Montesalvo per accoglierla.

    La patrona - foto di nebbiagialloverde
    A proposito del culto di Maria SS. della Visitazione ad Enna, è probabile che cominciò allorquando la statua della Madonna fu acquistata a Venezia e condotta fino ai piedi dell'altopiano da cui si affaccia la città; qui nacque una contesa fra gli abitanti della vicina Calascibetta e gli ennesi su chi avesse dovuto conservare la statua.
    Così leggenda vuole ci si fosse affidati al volo di una colomba, la quale, adagiandosi sull'imponente facciata del Duomo di Enna, assegnò al capoluogo la statua della Madonna della Visitazione; un'altra leggenda narra che il carro portante la sacra immagine di Maria Santissima, trainato da due bianchi cavalli, giunto che fu alle falde del monte, diventò improvvisamente pesantissimo, tanto che niente e nessuno riusciva a trasportarlo; allora dalle campagne giunsero i mietitori (dato che era tempo di raccolto), i cosiddetti ignudi i quali senza alcuna fatica riuscirono a portare la sacra effige sino al duomo, e da allora furono denominati per il prodigioso evento nudi mai più abbandonati, ciò ha voluto significare per gli ennesi, che la Vergine si serve delle persone più semplici ed umili, ecco perché da sempre, sono i contadini a portare a piedi nudi la Madonna di Enna, tramandantosi di padre in figlio.

    Maria SS. della Visitazione, nel 1412, sostituì il culto pagano alla dea Cerere.


          Giusi

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    Fretum Siculum


    Lo stretto di Messina

    L'antico Fretum Siculum è stato generato per distacco, avvenuto in tempi geologici recenti (5 milioni di anni fa), della Sicilia dalla Calabria a causa degli spostamenti delle placche litosferiche costituenti il fondo del Mediterraneo e le zone emerse adiacenti.

    E' una specie di canyon a forma di un imbuto, largo Km.3 circa, a Nord fra Capo Peloro (Sicilia) e Torre Cavallo (Calabria), e Km. 16 circa, a Sud fra Capo d'Alì (Sicilia) e la Punta Pèllaro (Calabria) aprendosi verso lo Ionio.
    Mantiene la sua forma grazie ai movimenti geodinamici di sollevamento delle aree emerse e di sprofondamento di quelle immerse.
    Il fondale varia la sua profondità da 1500 metri nell’estrema area sud, al largo di Roccalumera, arrivando a 72 metri all’imboccatura nord, tra Ganzirri e Punta Pezzo.
    In questo punto è localizzata la “sella” sottomarina, che rende il profilo sottomarino dello Stretto uguale ad un monte asimmetrico i cui opposti versanti sul lato ionico precipitano rapidamente, arrivando a quasi 1500 metri, mentre sul lato tirrenico il fondale si abbassa dolcemente.
    Una insellatura sommersa tra Aspromonte e Peloritani, caratterizzata da forti correnti ed elevati moti vorticosi.

     

    La navigazione dello Stretto presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari che si originano sia a causa dell'opposto regime delle maree tra Ionio e Tirreno, sia dei movimenti di acqua imponenti che si alternano nelle due direzioni ogni 6 ore circa, in dipendenza delle fasi lunari, ma molte cause ne possono alterare l'andamento, ad esempio le caratteristiche chimico-fisiche (salinità, temperatura e densità) diverse. Anche i venti vi spirano violenti e talora in conflitto tra loro.

    La corrente principale, lenta, profonda e prolungata nel tempo, prodotta dal flusso che va da Sud a Nord è detta "rema montante".
    La corrente contraria da nord a sud, superficiale violenta e turbolenta con velocità che superano i 12 Km/h, è detta "rema scendente".

    In generale, la corrente raggiunge il proprio massimo dopo 4 ore e diminuisce fino ad una mezz'ora prima che si stabilisca la corrente opposta.
    Questo periodo di mezz'ora è chiamato dai locali corrente di bilancio o "ferma", dal nome se ne intuiscono le caratteristiche.

    Ogni corrente nel suo movimento ha i propri "bastardi", cioè delle controcorrenti, che si formano ai suoi lati, quindi lungo il litorale, circa 1 ora dopo la sua formazione.
    Aumentano di forza insieme alle correnti principali e diminuiscono con esse. Possono avere una larghezza fino di 1000 metri e sviluppandosi in località note, possono essere sfruttate dalle imbarcazioni per la navigazione.

    Le acque dello Stretto con la montante si abbassano di circa 20 cm.; con la scendente si alzano di altrettanto.
    A volte i due dislivelli si sommano, toccando un dislivello massimo di 50 cm.
    Le massime depressioni si hanno in agosto, mentre le massime elevazioni in novembre.

     

    Nel punto in cui le due correnti si incontrano, oppure dove una corrente trova notevoli differenze di fondo, si formano dei fenomeni di turbolenza.
    Essi possono presentarsi con sviluppo in senso orizzontale (nel caso dei “tagli” e delle “scale di mare”) oppure verticale (nel caso dei “garofali” o "refoli", e “macchie d’olio”).

    Per i fenomeni del primo tipo si tratta di vere e proprie onde, simili a quelle riscontrabili al cambio di marea negli estuari, che si sviluppano quando, nel caso della montante, le acque più pesanti del Mar Ionio si precipitano contro le più leggere acque tirreniche in fase di recessione o quando, nel caso della scendente, le acque tirreniche scivolano rapidamente su quelle ioniche più pesanti, già presenti nel bacino.
    Uno di questi fenomeni è il periodico ribollimento delle acque che viene denominato dai rivieraschi col nome "taglio".
    Il fenomeno dura pochi minuti manifestando un ribollimento e un’agitazione nel settore interessato. Questo settore si presenta cosparso di piccoli vortici rotanti rapidamente attorno ad un definito centro di risucchio. In seguito la striscia di mare agitato si sposta e percorre lo stretto recando ovunque le stesse apparenze superficiali.

    Per i fenomeni a sviluppo verticale si tratta di veri e propri gorghi formati dall'incontro di correnti opposte e favoriti dall'irregolarità del fondo. I principali gorghi si formano comunque in punti determinati con corrente montante.


    I principali sono: quello chiamato Cariddi, che si forma con il montante davanti alla spiaggia del Faro e l'altro dovuto alla stessa corrente, lo Scilla, che si forma sulla costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo.
    Notevole è anche il vortice che, con la corrente scendente, si forma davanti al Faro di Messina e coi venti sciroccali, in giorni di luna piena o nuova.

    I “garofali” presentano una rotazione ciclonica ed in essi le acque più pesanti affondano sopra quelle più leggere che emergono con moti turbolenti.
    Nel caso delle “macchie d’olio” il movimento è invece anticiclonico e le acque affiorano al centro del vortice mostrando una superficie calma d’aspetto oleoso.

    Tali notevoli velocità e gli enormi volumi d’acqua in gioco, se rapportati ai mezzi di navigazione dei tempi di Omero indicano chiaramente perché lo Stretto venisse considerato abitato da mostri in grado di ingoiare le imbarcazioni o farle naufragare nel volgere di poco tempo, come l’immane Cariddi: il mostro senza volto che risucchiava le navi dagli abissi producendo vortici e gorghi.


    I fondali dello Stretto sono popolati dalle bellissime foreste di Laminarie ed ospitano biocenosi con caratteri molto particolari. I ristretti fondali a sud di Messina sono poi ricoperti da chiazze discontinue di Posidonia oceanica.

    Il mare dello Stretto è anche ricchissimo di 'plancton' ed anche per questo preferito da branchi di pesci ogni tipo come i tonni, le costardelle, i delfini e specialmente il pesce spada.
    Gli zoologi di tutto il mondo che fanno capo al locale Istituto di Biologia Marina, sono attratti da questa zona di mare perchè in condizioni metereologiche particolarmente avverse, la montante rigetta sulle spiagge di Gazirri e del Faro, dei pesci abissali con occhi strofizzati e di forme non consuete.



          Vincè

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    Salvatore Quasimodo


    Oggi a quaranta (40) anni dalla morte
    vorrei ricordare il poeta Salvatore Quasimodo
    con una sua famosissima composizione ermetica "Ed è subito sera"

    Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera

    È il tema della solitudine insita in ogni uomo.
    Ognuno è solo con se stesso, anche se vicino agli altri.
    La solitudine si affievolisce, ma non scompare quando l’uomo trova l’amore di una donna e l’amore dei figli.
    Ma anche nelle migliori condizioni possibili egli è sempre solo: se si ammala è lui a soffrire e se muore è lui a morire.
    Gli altri possono fare molto, possono lenire le sofferenze ma non debellarla e non possono salvarlo dalla malattia o dalla morte.
    Ogni uomo è solo con se stesso mentre si illude di poter capire la vita e si inganna di afferrare la felicità.
    Subito arriva la morte che rapina ogni illusione e ogni felicità.


    Biografia

    salvatore quasimodoSalvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) il 20 agosto del 1901 da Gaetano e Clotilde Ragusa. La nonna paterna, Clotilde Papandreu, è figlia di profughi greci originari di Patrasso. Questa origine può avere inciso negli interessi futuri di Salvatore, così come il profondo affetto che lo lega alla Sicilia, influenzata dalla cultura ellenica. Trascorse gli anni dell'infanzia in piccoli paesi della Sicilia orientale (Gela, Cumitini, Licata, ecc.), seguendo il padre che era capostazione delle Ferrovie dello Stato. Subito dopo il catastrofico terremoto del 1908 andò a vivere a Messina, dove Gaetano Quasimodo era stato chiamato per riorganizzare la locale stazione. Prima dimora della famiglia, come per tanti altri superstiti, furono i vagoni ferroviari.

    Un'esperienza di dolore tragica e precoce che avrebbe lasciato un segno profondo nell'animo del poeta. Nella città dello Stretto Quasimodo compì gli studi fino al conseguimento nel 1919 del diploma presso l'Istituto Tecnico "A. M. Jaci", sezione fisico-matematica.

    All'epoca in cui frequentava lo "Jaci" risale un evento di fondamentale importanza per la sua formazione umana e artistica: l'inizio del sodalizio con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, che sarebbe poi durato tutta la vita. Negli anni messinesi Quasimodo cominciò a scrivere versi, che pubblicava su riviste simboliste locali.

    Nel 1919, appena diciottenne, Quasimodo lasciò la Sicilia con cui avrebbe mantenuto un legame edipico, e si stabilì a Roma.

    In questo periodo continuò a scrivere versi che pubblicava su riviste locali soprattutto di Messina, trovò il modo di studiare in Vaticano il latino e il greco presso monsignor Rampolla del Tindaro.

    L'assunzione nel 1926 al Ministero dei Lavori Pubblici, con assegnazione al Genio Civile di Reggio Calabria, assicurò finalmente a Quasimodo la sopravvivenza quotidiana.

    salvatore quasimodoMa l'attività di geometra, per lui faticosa e del tutto estranea ai suoi interessi letterari, sembrò allontanarlo sempre più dalla poesia e, forse per la prima volta, Quasimodo dovette considerare naufragate per sempre le proprie ambizioni poetiche.

    Tuttavia, il riavvicinamento alla Sicilia, i contatti ripresi con gli amici messinesi della prima giovinezza, soprattutto il "ritrovamento" con Salvatore Pugliatti, insigne giurista e fine intenditore di poesia, valsero a riaccendere la volontà languente, a far sì che Quasimodo riprendesse i versi del decennio romano, per limarli e aggiungerne di nuovi.

    Nasceva così in ambito messinese il primo nucleo di Acque e terre. Nel 1929 Quasimodo si recò a Firenze, dove il cognato Elio Vittorini lo introdusse nell'ambiente di "Solaria", facendogli conoscere i suoi amici letterati, da Alessandro Bonsanti, ad Arturo Loira, a Gianna Manzini, a Eugenio Montale, che intuirono subito le doti del giovane siciliano. E proprio per le edizioni di "Solaria" (che aveva pubblicato alcune liriche di Quasimodo) uscì nel 1930 Acque e terre, il primo libro della storia poetica di Quasimodo, accolto con entusiasmo dai critici dell'epoca, che salutarono la nascita di un nuovo poeta.

    Nel 1932 vinse il premio dell'Antico Fattore, patrocinato dalla rivista e nello stesso anno, per le edizioni di "circoli", uscì Oboe sommerso.

    Nel 1934 Quasimodo si trasferì a Milano, che segnò una svolta particolarmente significativa nella sua vita e non solo artistica. Accolto nel gruppo di "corrente" si ritrovò al centro di una sorta di società letteraria, di cui facevano parte poeti, musicisti, pittori, scultori.

    Nel 1936 Quasimodo pubblicò con G. Scheiwiller Erato e Apòllion (prefazione di Sergio Solmi) ancora un libro fortunato con cui si concluse la fase ermetica della sua poesia. Nel 1938 lasciò il lavoro al Genio Civile e iniziò l'attività editoriale come segretario di Cesare Zavattini, che più tardi lo farà entrare nella redazione del settimanale il "Tempo". Nel 1938, per le "edizioni primi piani" uscì la prima importante raccolta antologica Poesie, con un saggio introduttivo di Oreste Macrì, che rimase tra i contributi fondamentali della critica quasimodiana. Il poeta intanto collaborava alla principale rivista dell'ermetismo, la fiorentina "letteratura". Nel 1939-40 Quasimodo mise a punto la traduzione dei Lirici greci, che uscì nel 1942 nelle edizioni di "corrente" e che, per il suo valore di originale opera creativa, sarà poi ripubblicata e riveduta più volte.

    Sempre nel 1942 presso Mondadori uscì Ed è subito sera.

    Nel 1941 gli venne concessa, per chiara fama, la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio di musica "G. Verdi" di Milano. Insegnamento che terrà fino all'anno della sua morte.

    Durante la guerra, nonostante mille difficoltà, Quasimodo continuò a lavorare alacremente: mentre continuava a scrivere versi, tradusse parecchi Carmina di Catullo, parti dell'Odissea, Il fiore delle Georgiche, il Vangelo secondo Giovanni, Epido re di Sofocle (tutti lavori che vedranno la luce dopo la liberazione). Un'attività questa di traduttore, che Quasimodo portò avanti negli anni successivi, parallelamente alla propria produzione e con risultati eccezionali, grazie alla raffinata esperienza di scrittore. Numerosissime le sue traduzioni: da Ruskin, Eschilo, Shakespeare, Molière, Dall'Antologia Palatina, Dalle Metamorfi di Ovidio; e ancora da Cummings, Neruda, Aiken, Euripide, Eluard (quest'ultima uscita postuma).

    Nel 1947, edita da Mondadori, uscì la sua prima raccolta del dopoguerra, Giorno dopo giorno, libro che segnò una svolta nella poesia di Quasimodo, al punto che si parlò e si continua a parlare di un primo e un secondo Quasimodo. Di fatto l'esperienza tragica e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento che l'imperativo categorico era quello di "rifare luomo" e che ai poeti spettava un ruolo importante in questa ricostruzione, fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia troppo soggettiva, rinunciasse al trobar clus della sua prima maniera e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile. Quest'ultimo aspetto spiega da un lato perchè la poesia resistenziale di Quasimodo supera quasi sempre lo scoglio della retorica e si pone su un piano più alto rispetto all'omologa poesia europea di quegli anni; dall'altro, che non c'è vera rottura: solo che, rimanendo coerente con le proprie ragioni poetiche, il poeta, sensibile al tempo storico che viveva, accoglieva temi sociali ed etici e di conseguenza variava il proprio stile.

    Dal 1948 Quasimodo tenne la rubrica teatrale sul settimanale "omnibus" (nel 1950, sempre come titolare della stessa rubrica, passò al settimanale il "tempo").

    Nel 1949 uscì presso la Mondadori La vita non è un sogno, ancora ispirato, anche se un pò stancamente, al clima resistenziale.

    Nel 1950 Quasimodo ricevette il premio San Babila e nel 1953 l'Etna-Taormina insieme a Dylan Thomas.

    Nel 1954 uscì per la casa editrice Schwarz Il falso e vero verde; un libro di crisi, con cui inizia una terza fase della poesia di Quasimodo, che rispecchia un mutato clima politico. Dalle tematiche prebelliche e postbelliche si passa a poco a poco a quelle del consumismo, della tecnologia, del neocapitalismo, tipiche di quella "civiltà dell'atomo" che il poeta denuncia mentre si ripiega su se stesso e muta ancora una volta la sua strumentazione poetica. Il linguaggio ridiventa complesso, più scabro; Quasimodo media lessemi anche dalla cronaca, il ritmo si fa più secco, suscitando perplessità in quanti vorrebbero il poeta sempre uguale a se stesso. Seguì nel 1958 La terra impareggiabile (Mondadori, Milano), premio Viareggio. Ancora nel 1958 Quasimodo mise a punto l'antologia della Poesia italiana del dopoguerra; nello stesso anno compì un viaggio in URSS, nel corso del quale venne colpito da infarto, cui seguì una lunga degenza all'ospedale Botkin di Mosca.

    salvatore quasimodoIl 10 dicembre 1959, a Stoccolma, Salvatore Quasimodo ricevette il premio Nobel per la letteratura e lesse il discorso Il poeta e il politico, venne pubblicato l'anno dopo nell'omonimo volume (Schwarz, Milano 1960) che raccoglie i principali scritti critici di Quasimodo. Al Nobel seguirono moltissimi scritti e articoli sulla sua opera, con un ulteriore incremento delle traduzioni.

    Nel 1960, dall'Università di Messina gli venne conferita la laurea honoris causa; inoltre fu insignito della cittadinanza di Messina.

    Sempre nel 1960 sul settimanale "Le Ore" gli venne affidata una rubrica di "colloqui coi lettori", che tenne fino al 1964, quando passò al "tempo" con una rubrica simile.

    Nel 1966 Quasimodo pubblicò il suo ultimo libro, Dare e avere; un titolo emblematico per una raccolta che è un bilancio di vita, quasi un testamento spirituale (il poeta infatti sarebbe morto appena due anni dopo).

    Nel 1967 l'Università di Oxford gli conferì la laurea honoris causa. Colpito da ictus il 14 giugno 1968 ad Amalfi, dove si trovava per presiedere un premio di poesia, morì sull'auto che lo trasportava a Napoli.

    Il Poeta Premio Nobel per la Letteratura è tradotto in quaranta lingue (compreso il Coreano), ed è studiato e conosciuto in tutti i Paesi del mondo.

    Fonte: www.quasimodo.it
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    Wikipedia

     


          Vincè

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    Gli spaghetti di Trabia


    Gli spaghetti sono di origine SICILIANA!!

    Chi ha detto che gli spaghetti li ha portati Marco Polo di ritorno dal suo viaggio in Cina nel 1295?
    Tutta una leggenda...



    In effetti, la pasta in generale, esisteva da molto tempo nel bacino Mediterraneo.

    Infatti i cereali furono scelti, per essere la base dell'alimentazione, macinati ed impastati e da tutti vennero cotti in acqua salata.
    Si svilupparono coltivazioni di frumento e orzo, grano saraceno nell'Africa settentrionale, nel Nord europeo avena, mais nell'America centrale e segale nei paesi anglosassoni.


    La prima indicazione storica dell'esistenza di qualcosa di simile alla pasta risale alla civiltà greca: la parola laganon era usata nel mondo greco per indicare una sfoglia larga e piatta di pasta tagliata a strisce.
    Aristofane, il commediografo greco della fine di V secolo a.C., in un passo di carattere gastronomico di una sua commedia, accenna ad una pasta di frumento che ricorda gli attuali ravioli.
    Gli Etruschi conoscevano qualcosa di simile alla nostra pasta.
    Pare che preparassero e cucinassero lasagne di farro, un cereale simile al frumento, ma ben piu' resistente alle intemperie e alle malattie.
    In alcune tombe dell’IV secolo a.C., a Cerveteri, sono state ritrovate delle pitture, che raffigurano alcuni strumenti per la preparazione della pasta, come il mattarello, la spianatoia e la rotella per i tortellini...

    Evidentemente questo non vuol dire che la Domenica gli etruschi mangiavano i tortellini con la panna, ma certamente i Romani mescolavano l’acqua alla farina per fare una pasta che assomigliava molto alle nostre lasagne e che si chiamava “lagana” e che cucinavano in forma di timballo.

    Che cosa siano queste lagane ce lo spiega il Forcellini (1688 - 1768) nel suo Lexicon totius latinitatis:
    membranulas ex farina et aqua, quae iure pingui coctae, caseo, pipere, croco et cinnamomo conditur. Illud certum est cibum esse teneriorem et qui nullo labore mandi potest
    , ovvero sottili strisce di farina e acqua, che cotte in brodo grasso, si condiscono con cacio, pepe, zafferano e cannella.

    Il piu' antico libro di ricette romane, scritto da Apicio, " De re coquinaria libri  ", raccomandava di utilizzare " le duttili lagane per racchiudervi timballi e pasticci ". 35 a.C.
    Orazio Flacco (65 a. C. - 8 a.C.) descrive la propria frugale cena:
    [...] inde domum me ad porri et ciceris refero laganique catinum, quindi me ne ritorno a casa (la sera) per mangiare una scodella di porri, ceci e lagane.

    Intorno all'anno 1000 d.C. abbiamo la prima ricetta documentata di pasta, nel libro "De arte Coquinaria per vermicelli e maccaroni siciliani ", scritto da Martino Corno, cuoco del potente Patriarca di Aquileia.


     

    Nel 1154 il geografo arabo Al-Idrisi, che era al servizio di Ruggero II, narra nel suo scritto « Nuzhat al-mustâq fî ihtirâq al-âfâq » cioè "il libro di chi si diletta a girare il mondo", che in un villaggio vicino Palermo, chiamato Trabia, pieno di mulini, si fabbrica della pasta a forma di fili “itrija” che gli abitanti fanno seccare al sole ed esportano con le navi in tutto il Mediterraneo.

    La citazione si trova nella « Charta Rogeriana ».
    Il manoscritto si trova presso la Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Division orientale.
     

    La citazione sugli itrija viene riportata in italiano, nel testo della conferenza "L'opera cartografica di al-Idrisi: geografo arabo-siculo del XII secolo" di Tindaro Gatani
    (Librizzi, Mestre, 2006):

    A ponente di Termini è un abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah ["la quadrata", Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere] parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si fabbrica tanta [copia di] paste [arabo "itriya" / pasta a forma di fili (Tria in arabo), / vermicelli", Rizzitano] da esportarne in tutte le parti, [specialmente] in Calabria e in altri paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne spediscono moltissimi carichi di navi...

    Lo stesso Gatani ha poi tenuto un’altra conferenza sulla pasta, di cui trovate informazioni su:  http://www.librizziacolori.eu/gatani/pasta/storia%20pasta.htm


    Sembra che la parola « tria », designa la pasta fatta in casa in certe zone della Sicilia e della Puglia anche oggi.
    (se qualcuno volesse confermare, ne sarei grato!!)


    Manca ancora quasi un secolo alla nascita di Marco Polo e gia' come si è detto si usava
    la pasta alimentare a forma di spaghetto!!

    " Semmu sempri i megghiu "
     

     

    Alcune Foto sono di Carmelo Rifici  http://www.librizziacolori.eu


           Vincè

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    Un'isola sequestrata


    L'isola delle Femmine - Palermo

    Prima di dare la notizia, che trovate alla fine...
    parliamo un pò della famosa isola...quella "de Fimmini"


    Nel tratto di mare compreso tra Punta Raisi e Capo Gallo, si specchia l'omonima Isola delle Femmine localmente nota anche come Isola di Fuori. Dista dalla costa poco più di 800 metri e si estende per una superficie di oltre 14 kmq.



    Presenta una forma molto allungata (575 m. circa) ed ha una larghezza di appena 325 metri mentre verso nord è sovrastata da una zona collinare sulla cui sommità,  a quota 35 metri circa sul livello del mare, si ergono i ruderi di una torre a base quadrata risalente al XVI secolo su progetto dell’architetto toscano Camillo Camilliani.


    Tale costruzione, inserita come fortezza nel sistema difensivo più avanzato delle torri costiere contro  il dilagare delle incursioni da parte di pirati, in corrispondenza ed al di sopra della ripida scogliera del versante nord, presenta un muro quasi intatto visibile dal mare e dalla terraferma a grandi distanze. Si direbbe però che l'isola, spoglia di vegetazione arborea, e la torre, con le sue possenti mura (circa 2 metri di spessore) ormai in gran parte diroccate, siano l'una il complemento dell'altra e che entrambe vivano in simbiosi, immutate e immutabili,  dalla notte dei tempi.

    Fin dall'antichità la torre ha esercitato un fascino intenso e particolare sulla fantasia popolare tanto che attorno alle sue origini sono fiorite numerose leggende.

    Quella più nota considera la torre come prigione isolata per sole donne. Si racconta infatti di una piccola comunità di donne turche che sarebbero vissute in esilio nella torre da esse stesse costruita.

    Un'altra versione vuole che nell'isola si rifugiassero donne dei paesi vicini quando volevano sfuggire a mariti troppo autoritari o violenti.


    Ma la più suggestiva è certamente la storia di Lucia una bellissima ragazza del paese che, innamorata di un giovane del luogo, non volle cedere alle offerte di un signore prepotente il quale, vistosi respinto, per rabbia la fece rapire e segregare in quella torre. Lucia piuttosto che arrendersi preferì lasciarsi morire. Si dice che ancora oggi durante le giornate di tempesta è possibile udire il suo disperato lamento echeggiare tra le mura diroccate della sua prigione pervaso di struggente malinconia.


    Una testimonianza di Plinio il Giovane (62 d. C.), in una lettera indirizzata a Traiano, descrive l'isola come residenza di fanciulle bellissime che per la durata di una luna concedevano le loro grazie al giovane guerriero che si fosse distinto in battaglia per il suo eroismo tanto da essere insignito della “Fronda di Palma” (la medaglia d'oro al valore militare dei nostri giorni). Sembra, però, che in seguito l'isola divenisse facile preda di pirati saraceni che con periodiche e improvvise incursioni la spogliarono dei suoi beni e ne rapirono anche le fanciulle che con la forza trasferirono in altro luogo del Mar Egeo.
    Con il trascorrere del tempo l'isola, ormai deserta, venne ben presto dimenticata. Così delle Femmine rimase solo il ricordo ed il nome. Altra presunta origine è da ricercarsi nel nome latino "Fimis", traduzione dell'arabo "Fimi" che significa bocca o imboccatura e che avrebbe indicato il canale che separa l'isola dalla costa. Ma è più accreditata l'ipotesi che la voce araba venisse intesa volgarmente "Fimini" da cui, per una certa affinità ed assonanza, prevalse a poco a poco la dizione di "Fimmini" per assumere più tardi la definitiva forma italiana di "Femmine"; nome che dal nascente borgo marinaro venne esteso anche all'isola con la distinzione "di Fuori".


    Ed ecco la notizia...l'isola è stata sequestrata
    trovate l'articolo quì



           Teresa

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    Il sangue di Medusa


    Il corallo a Trapani

    Di mitiche origini nato dal sangue della testa recisa di Medusa di cui avrebbe conservato gli stessi poteri, il corallo vanta una  storia antichissima in cui un insieme di leggende esalta le sue presunte virtù terapeutiche e scaramantiche che trovano riscontro sia nella cultura orientale che in quella occidentale.

    Il corallo vanta  una storia  antichissima…

    quanto all’origine della lavorazione  non si hanno, fino ad oggi, dati precisi né sull’epoca né sul popolo che per primo l’avrebbe praticata.

    La storia del corallo riferisce che fino al sec. XVI si parla genericamente di «corallo lavorato», la trasformazione dei cespi, diffusissima  a Marsiglia,  viene praticata a Napoli, Trapani e Genova e  fu in tali due ultime città che la produzione divenne più qualificata e diversificata.

    A Trapani la trasformazione si accentrava quasi del tutto nelle mani degli ebrei, per cui, quando questi con editto dei Re Cattolici Isabella e Ferdinando d’Aragona furono espulsi dall’isola (1492), l’attività si paralizzò .


     

    Poi, dopo alcuni anni, un banchiere (Gian Battista Fardella) per ripristinare quella lavorazione tanto importante per l’economia di Trapani, indusse alcuni ebrei alla conversione e, quindi, a riprendere il loro posto in città.

    I maestri «curaddari», le cui 25 botteghe erano tutte accentrate in un’unica strada,  eseguivano le  loro incisioni  in prevalenza di carattere sacro  per arrivare poi a quello che e’ stato sempre il più diffuso ornamento muliebre: la collana.

    A Trapani, ove i banchi corallini davano materia prima in abbondanza, l'arte della lavorazione dei corallo divenne artigianato sistematico…per  cui  il corallo  è  stata una delle risorse che ha dato pregio e lustro alla città di Trapani .

    Sculture, monili e altre opere realizzate in corallo si possono ammirare presso il Museo Pepoli durante la Mostra del Corallo.

    Trapani e’ ancora oggi famosa in tutto il mondo per la pesca e la lavorazione del corallo rosso mediterraneo, il Corallium rubrum vagheggiato e desiderato in tutti i continenti, prezioso gioiello e talismano.. medicinale panacea per tutti i mali  in grado di tenere lontano la sventura, tesoro nascosto sotto le onde sorvegliato dalle divinita’ marine e pianta dell’eterna  giovinezza inseguita  da sempre  dall’uomo.

    Oggi la lavorazione del corallo è quasi del tutto scomparsa anche se ancora alcune maestranze tentano di perpetuare nel tempo il valore e la tradizione di questa arte ma la grave crisi che sta colpendo i piccoli artigiani e la scarsità della materia prima, temo porterà all'estinzione definitivamente  di  questa attivita’  della citta’  di  Trapani.

     
     Il Presepio di corallo, Trapani, Sec. XVII - Museo S. Martino - Napoli



         Rosario

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    Cannolo Siciliano


    Cannoli Siciliani

    I cannoli siciliani, sono ormai i dolci più famosi della Sicilia.
    Conosciuti sia sul territorio nazionale che anche all'estero.
    Costituiti da un'involucro "la scorza" ed un ripieno di crema di ricotta (quelli originali)
    Tutti gli altri, con ripieni diversi, son cannoli....ma non siciliani!!!



    La Tradizione Siciliana, vuole che i cannoli venghino regalati alle famiglie amiche, e il loro numero non deve essere meno di dodici.


    INGREDIENTI:

    • gr. 300 farina bianca
    • gr. 30 burro
    • gr. 30 zucchero semolato
    • gr. 30 pistacchi
    • gr. 400 ricotta
    • gr. 200 zucchero al velo
    • gr. 100 di canditi [arancio, cedro, zucca]
    • gr. 50 cioccolato fondente
    • 1 uovo
    • marsala secco o del buon vino secco
    • strutto ed olio per friggere
    • cannella in polvere
    • sale.

    PROCEDIMENTO:

    Preparazione della pasta
    Mescolate la farina con il tuorlo d'uovo, lo zucchero, il burro sciolto, un pizzico di sale e del vino oppure del marsala secco, necessario per un impasto morbido e liscio.
    Coprite l'impasto con un canovaccio e lasciatelo riposare per due ore in un contenitore.

    Preparazione della crema di ricotta
    Passate la ricotta al setaccio, e con un cucchiaio di legno lavoratela unendo lo zucchero a velo fino a renderla cremosa, aggiungete poi la frutta candita tagliata a piccoli pezzi, il pistacchio tritato grosso, il cioccolato fondente fatto a pezzetti e rimescolate tutto, e mettete il tutto in frigorifero fino al momento dell'uso.

    Riprendete la pasta, stendetela sottile con un matterello per uno spessore di 3 mm, infine tagliatela in quadrati di 10 / 12 cm.
    Spennellate questi quadrati con albume d'uovo sbattuto ed avvolgeteli per diagonale su pezzi di canna tagliati a misura ed accuratamente sterilizzati (oppure su equivalenti stampi metallici).

    In una padella mettete dell’olio con l’aggiunta di qualche pezzetto di strutto e friggeteli ben larghi.

    Appena dorati e croccanti metteteli a scolare, lasciateli raffreddare, levateli dai tubicini e riempiteli con la ricotta.
    Spolverateli con lo zucchero a velo vanigliato e cannella, serviteli freschi.


           Vincè

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    La Strage di Capaci


    Oggi il giorno della memoria (16° anniversario) in una Italia distratta che non può e non deve dimenticare il sacrifico di uomini morti nell'adempimento del loro dovere
    .


    Giovanni stava tornando da Roma come era solito fare nei fine settimana. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendono tre autovetture del gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera.

    Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistema alla guida di una Croma bianca ed accanto prende posto la moglie Francesca Morvillo. Nella Croma marrone, c'è alla guida Vito Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Di Cillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra.

    Le auto lasciano l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Ma qualcuno, nell'ombra, ha già tramato. Sa dell'arrivo del giudice. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage.

    Otto minuti dopo, alle ore 17:58, presso il Km.5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina.

    La deflagrazione provoca un'esplosione immane ed una voragine enorme sulla strada. Giovanni Falcone muore alle 19:05 del 23 Maggio del 1992. Si consuma così il più eclatante attacco che Cosa Nostra abbia mai sferrato ai danni dello Stato.







    «L´antimafia senza tappeti rossi», l´ha chiamata Tina Martinez Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone che ieri mattina, a Capaci, è riuscita a riunire nel giardino della legalità lungo l´autostrada i reduci della «Quarto Savona Quindici», la squadra di volontari che scortava il giudice e a farli incontrare con gli studenti. «È stata una giornata meravigliosa - ha detto la Montinaro - tutti i colleghi di Antonio sono attorno a me, sotto l´albero a parlare di lui, di Vito e di Rocco. È un modo semplice e onesto di ricordarli con affetto. In questo modo si dice no alla mafia».


    «Vedervi qui, in tanti, è una grande gioia e dimostra che, contrariamente a quanto si ritiene, i giovani italiani hanno valori forti». Con queste parole piene di speranza Maria Falcone ha accolto la nave sul molo del porto di Palermo. Pietro Grasso invece fa un appello al mondo dell´istruzione: «Oggi il futuro è rappresentato dalle giovani generazioni. Il mondo della scuola è quello che formerà le classi dirigenti di domani ed è dalla scuola che dobbiamo alimentare la nostra speranza di un domani senza mafie».



    "Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
    Questa è la base di tutta la moralità umana."
    (J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)


           Vincè

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    Il Castello Ursino (CT)


    Le origini del Castello Ursino (Catania)

    Voluto dall'imperatore Federico II di Svevia, che lo fece costruire nel 1239 sul sito dell'antica Rocca Saturnia (un tempo adibita a prigione), il Castello Ursino nacque con finalità esclusivamente difensive, inserendosi nel sistema di fortificazioni sul lato est della città.
    Sorgeva sul mare ed era munito di fossato e ponte levatoio: oltre che per difesa dal mare,aveva anche l'importante funzione di tenere a bada l'irrequieta popolazione catanese (già punita dallo Svevo nel 1232).
    Fu proprio nel 1232, secondo la leggenda, che Federico II ricevette da S.Agata il monito "Noli offendere patriam Agathae quia ultrix iniuriarium est" (non offendere la patria di Agata perchè è vendicatrice delle ingiurie) che lo fece desistere dal trucidare i rivoltosi catanesi rei di aver appoggiato il partito guelfo.

    Le iniziali dell'iscrizione si trovano a tutt'oggi su uno dei portali della Cattedrale e, oltre a testimoniare lo stretto legame fra i catanesi e la loro paladina S.Agata, ci attestano quanto tesi fossero i rapporti fra la città e l'imperatore, tanto da indurre quest'ultimo a costruire addirittura una rocca difensiva nel cuore della città.


    Oggi l'aspetto è cambiato, la lava del 1669 lo ha circondato e lo ha "tratto fuori" dal mare: gli abbellimenti architettonici sono venuti nelle epoche successive, perchè originariamente era molto più "spartano", composto praticamente solo da altissime mura e feritoie.
    Resta un documento preziosissimo della nostra storia, testimone, da Federico in poi, di tutte le vicende di Catania, che poco alla volta, hanno scolpito sulle sue pietre tracce indelebili di un passato che ci appartiene.



           Dony

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    I mastri carradori


    I mastri carradori

    La tradizione artistica dei carretti siciliani è un’arte centenaria, decantata da poeti e racconti.
    Lo stesso Camilleri, ammirato nella visione della lavorazione di un carretto, disse che quello era un momento che sarebbe rimasto indelebile nella sua memoria...

    Prima di lui, Salvatore Lo Presti, autore di una monografia sul carretto siciliano, ricamava, nel 1956, un ritratto pieno di ammirazione e di grande emozione nel suo libro ‘ Il carretto ’, a tiratura limitata.
    Tanti altri insigni studiosi o, meri ammiratori di questa grande arte popolare, hanno descritto il mondo del carretto e i suoi migliori artefici.



    Questa l'introduzione al sito che un'amico ci ha voluto segnalare e che io non potevo farmi sfuggire:

    [...Vi segnalo il sito della collezione di carretti siciliani appartenuta a mio nonno e adesso ereditata. La mi famiglia è di origine sicialiana ma ormai da decenni residende al nord Italia. Cambia il luogo di residenza e l'attacamento alla terra di origine si fa' sempre piu forte.
    Questo vuole essere un modo per ricordare la propria cultura e se possibile farla conoscere a tutto il mondo o almeno ad una parte.
    Salvatore Musso ]
    http://www.carrisiciliani.altervista.org/

    Il nonno del nostro amico, si chiamava come lui, Salvatore Musso era nato a Catania ed era un mastro carradore, cioè colui che costruiva carretti siciliani...mestiere anche questo ormai in estinzione.
    Nella sua bottega sono nati moltissimi carretti alcuni dei quali commissionati anche da personaggi famosi come ad esempio Walt Disney.



    Interessanti gli album fotografici del sito dove si può ammirare parte della collezione di Musso.
    I decori del carro e le così dette chiavi (vere opere d'arte).
    Inoltre il lavoro di cagnatura (ferratura del cerchio) della ruota del carro.

           Vincè

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    Peppino Impastato


    TRENTENNALE DELL’OMICIDIO DI PEPPINO
    9 Maggio 1978 – 9 Maggio 2008



    Tra la casa di Peppino Impastato e quella di Gaetano Badalamenti ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima volta in un pomeriggio di gennaio, con uno scirocco gelido che lavava i marciapiedi e gonfiava i vestiti. Mi ricordo un cielo opprimente e la strada bianca che tagliava il paese in tutta la sua lunghezza, dal mare fino alle prime pietre del monte Pecoraro. Cento passi, cento secondi: provai a contarli e pensai a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in fondo alla Sicilia.
    (Claudio Fava, “Cinque delitti imperfetti”, Mondatori 1994, p.9)

        

    9 maggio 1978, ore 1,40 il macchinista del treno Trapani-Palermo, Gaetano Sdegno, transitando in località "Feudo", nel territorio di Cinisi, avverte uno scossone, ferma la locomotiva e constata che il binario era tranciato.
    Avverte il dirigente della stazione ferroviaria che, alle 3,45 chiama per telefono i carabinieri.
    Questi accorrono sul posto: dal loro sopralluogo risulta che il binario è stato divelto per un tratto di circa 40 centimetri e che nel raggio di circa 300 metri erano sparsi resti umani.
    La persona deceduta in seguito all'esplosione viene identificata in Giuseppe (familiarmente Peppino) Impastato.
    Oltre ai carabinieri sul posto accorrono molti curiosi, mentre i compagni di Impastato vengono tenuti a distanza.
    I resti vengono raccolti frettolosamente e il tratto di binario tranciato dall'esplosione viene subito riparato.
    Si cancellano così importantissime prove.
    La pista seguita dai carabinieri, dalla polizia e dalla Digos è quella dell'attentato terroristico.
    A Roma, in via Caetani, nello stesso giorno viene trovato il corpo senza vita di Aldo Moro; il clima è tale per cui la prima cosa a cui pensano le forze dell'ordine è che le "teste calde" non possano che essere affiliate alle Brigate Rosse.
    [......]


        

    Tutto falso!!....

    Il lungo passato di militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli assassini e dalle "forze dell'ordine" per partorire l'assurda ipotesi di un attentato terroristico.

    Non è così! L'omicidio ha un nome chiaro: MAFIA.
    [.....]

    I compagni di Peppino di Palermo redigono un manifesto con la scritta: "Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia".


    Continua qui tutto il processo >>>
    Fonte CDS
    Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" - Onlus


    *****

    BIOGRAFIA DI GIUSEPPE IMPASTATO
    Fonte Peppinoimpastato.com

    Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato.
    La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro.
    Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra.
    Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino.Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi.
    All'interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare".
    Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un'emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale.
    Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi.
    Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.
    Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull'ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante".
    Solo dopo molti anni e parecchie istanze ed esposti della famiglia, il caso viene riaperto.

    Infatti nel giugno del 1996, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, indicano in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo.
    Finalmente dopo più di 20 anni, la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione, mentre Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo.
    Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.

    *****
    Riflessioni

    "Io sono orgogliosa di essere siciliana.....sono orgogliosa di far parte di questo popolo. E' vero, manca la volontà politica di distruggere la mafia. Eppure quando cammini per le strade, sopratutto in primavera, quello che senti nell'aria non è odore di morte...è odore di zagara...è odore di limoni....Il sole che ti accarezza la pelle... Il rumore del mare....la nostra storia. No, questa è la Sicilia..."
    Quella....amica di Blog

    "La mafia non è solo un problema d'ordine pubblico, ma culturale, da risolvere, quindi, alle radici. La cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi. E' un modo d'agire, di pensare".
    Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!
    Peppino Impastato
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    "Le analisi moderne del fenomeno della mafia la considerano, prima ancora che una organizzazione criminale, una "organizzazione di potere"; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, nonché del supporto di certi strati della popolazione. Di conseguenza il termine viene spesso usato per indicare un modo di fare o meglio di organizzare, non necessariamente cose illecite. Quindi il termine "mafioso" può essere utilizzato nel linguaggio comune per definire, per esempio un sindaco che dia concessioni edilizie solo ai suoi "amici" o un professore universitario che fa vincere borse di studio a persone anche valide ma a lui legate o la nomina da parte di un governo di altissimi dirigenti anche capaci ma "politicamente vicini" alla maggioranza di cui il governo è espressione".
    dall'enciclopedia Wikipedia:
    ****


    "Tanta gente, tanti giudici, che hanno iniziato a dubitare della pista terroristica (si ricorda che, all'inizio, si disse, da parte delle Autorità, che Impastato fosse morto nel corso di un attentato terroristico che stava preparando sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani) e che si sono addentrati nella pista mafiosa sono morti, uccisi in qualche modo dalla mafia. Il giudice Gaetano Costa, il sostituto Domenico Signorino, Rocco Chinnici, lo stesso Giovanni Falcone. Non è stato civile e democratico aspettare un quarto di secolo per giungere alla verità, noi abbiamno vissuto in un paese dove non c'è stata legalità" (il tribunale ha condannato il boss Gaetano Badalamenti per l'omicidio, solo nel 2002).
    D'altro canto, invece "le persone che hanno cercato di insabbiare le indagini, sono tutte vive, nessuno è morto neanche per cause naturali, ed hanno fatto una splendida carriera. Sembra un paradosso".
    Un'amara riflessione - di Giovanni Impastato.


    Non tutti sapevano:

    E' partita il 14 aprile da Sanremo la "Veleggiata Antimafia", l'originale iniziativa organizzata in occasione del trentennale dell'uccisione di Peppino Impastato dal "Centro Culturale Peppino e Felicia Impastato" di Sanremo con la collaborazione di Associazione Libera e Acmos e con il patrocinio di Regione Liguria, Prefettura di Imperia, Provincia di Imperia e Comune di Sanremo.

    Il progetto prevede il viaggio della barca a vela "Martinez ... impunito", sede mobile del Centro Impastato, da Portosole di Sanremo verso le coste palermitane per una navigazione di circa 700 miglia.

    L'arrivo è previsto al porto di Terrasini venerdì 9 maggio in occasione della manifestazione nazionale per il trentennale dell'uccisione di Impastato. Durante le soste (Savona, 14-16 aprile; Genova, 16-17 aprile; Spezia 17-18 aprile; Livorno 20-23 aprile; Anzio 24-28 aprile; Napoli 29 aprile - 2 maggio; Tropea 3-5 maggio; Messina 5-7 maggio) si svolgeranno diverse attività: incontri con scuole, associazioni, enti pubblici e privati, nonché proiezioni di filmati, concerti e spettacoli teatrali.

    La veleggiata è concepita come una navigazione a staffetta per portare la pluralità delle testimonianze raccolte. Ad ogni tappa verrà distribuito del materiale sul tema della lotta alla mafia.



           Vincè

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    Passeggiata a Corleone


    Passeggiata a Corleone

    Dal 30 aprile al 4 maggio sono stati miei ospiti l’amica carissima Gioia con il marito Franco.
    Come potete immaginare, siamo stati in giro per la città di Palermo ma, soprattutto abbiamo visitato alcuni paesi che i miei amici ancora non conoscevano.
    Uno di questi è Corleone.

    Cittadina che vale la pena di visitare e non certo per la solita curiosità a cui è stata sottoposta per anni: la mafia.
    Corleone, in provincia di Palermo, sorge a 540 m s.l.m nella zona dei monti Sicani, nel cuore della Sicilia occidentale. Ha un territorio di 230 Kmq e una popolazione di circa 12.000 abitanti.
    Ha origini molto antiche risalenti alla prima fase del neolitico nel VI millennio a.C..
    Corleone "Animosa Civitas" perché sempre in prima linea in tutte le guerre combattute in Sicilia, si trova adagiato in una conca del bacino del fiume Belice nella zona dei monti Sicani  e protetto da una corona di rocce calcaree che costituiscono un unicum geologico da cui prendono il nome: “calcariniti glauconitiche corleonesi”.

    Le "Rocche gemelle", ubicate una ad est del centro abitato dove si erge il Castello Soprano con i resti dell'antica torre di avvistamento saracena e l'altra al centro del paese in un blocco calcareo geologicamente crollato dalla montagna frontale e su cui è stato edificato il castello medievale ora eremo dei Frati Francescani Rinnovati, creano uno scenario suggestivo.
    Proprio ai piedi del Castello Soprano si può ammirare uno spettacolo della natura: la "Cascata delle Due Rocche".
    Le origini di Corleone non sono nette e precise e fino a poco tempo fa si facevano risalire agli arabi che nel 840 occuparono la zona compresa tra Caltabellotta e Valle dei  Platani.
    Gli scavi archeologici condotti sulla Montagna Vecchia a partire dagli inizi degli anni '90, testimoniano invece che l'attuale impianto urbanistico ha una storia ben più lontana, infatti alcuni recenti reperti fanno risalire le origini ad epoca preistorica.
    E' certa comunque la presenza dei bizantini e dei musulmani, a testimonianza di ciò l'esistenza di una moschea attestata da fonti scritte.
    Nel nostro giro visitiamo naturalmente il Palazzo Provenzano, dimora signorile del XVIII secolo situato nel centro storico, sede del Museo Civico Comprensoriale "Pippo Rizzo" dove sono esposti i reperti archeologici ritrovati sulla  Montagna  Vecchia.

      


    Tra i reperti più significativi la "Pietra Miliare" il pezzo più importante del museo per l'iscrizione latina più antica che si conosca risalente al 252 a.C., anno in cui Aurelio Cotta fu Console Romano in Sicilia per la prima volta.
    Noi siamo stati fortunati, abbiamo avuto una guida personale e superba. Camminando per le stradine del paese, dopo aver visitato il Museo Civico, ci siamo imbattuti, quasi per caso, in un sacerdote, Calogero Giovinco che ci ha raccontato la storia del suo paese con una passione e dedizione che lascio a voi immaginare.
    Raccontando del grandissimo patrimonio artistico ecclesiale (per questo motivo Corleone venne battezzato il paese delle cento chiese) ci porta a visitare la Chiesa di Sant’Agostino risalente al 1300 e l’annesso oratorio, un gioiello che stava per essere demolito 32 anni fa e salvo grazie a lui.

    Ma la cosa che più mi ha colpita e che mi ha lasciata quasi senza fiato è il Museo Etnologico aperto nel gennaio 2000, impiantato nei locali dell' ex Monastero dei frati Olivetani.
    La collezione etnografica è stata ordinata dal prof. Filippo Salvatore Oliveri (etnoantropologo della Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Caltanissetta) ed è costituita da oltre duemila oggetti attinenti al mondo contadino pastorale e artigianale, risalenti tra la fine dell' Ottocento e i primi anni quaranta.
    Naturalmente il merito di questo Museo va al Sac. Calogero Giovinco che oltre ad essere stato il fondatore-promotore dell'iniziativa culturale, continua nell’ infaticabile ricerca di materiali e manufatti, grazie e soprattutto alle generose donazioni dei cittadini corleonesi e dei paesi vicini. Giuridicamente il Museo appartiene alla parrocchia  San Leoluca Abate della quale il Sac. Giovinco ne è la guida.


    Infine, gradevole risulta anche la bella passeggiata che abbiamo fatto nel centro storico medievale guarnito da murales, realizzati da pittori locali, raffiguranti squarci di storia, folklore e tradizioni locali.
    Tante sono ancora le cose che non ho descritto, ma il motivo è semplice: è un invito a voi tutti per andare a visitarla. 



     
             Teresa

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    Antica Focacceria

     
    Antica Focacceria S. Francesco


    L'ingresso

    L'interno


    Durante il mio ultimo soggiorno a Palermo dal 25 al 27 Aprile, per il raduno primaverile "Sicilia 2008", ho visitato un pò la città.
    Accompagnato dalle amiche palermitane, che ringrazio per la loro ospitalità, sono passato da questo antico locale di Palermo.
    Riportato su molte guide turistiche, l'antica focacceria S. Francesco è sicuramente una meta da non perdere, per chi viene qui e per i buon gustai delle specialità palermitane.

    La Focacceria prende il nome dal un monumento prezioso di Palermo, la Chiesa di San Francesco, che sorge proprio di fronte al locale. Il nucleo originario della Chiesa risale al XIII secolo; fu poi arricchita da portali e numerose cappelle in stile gotico o rinascimentale e in età barocca l'edificio venne ricoperto da stucchi ed affreschi.

    L'attività, in quest'ultimo periodo, era stata presa di mira dal racket del pizzo.
    Ma voglio sottolineare il coraggio ammirevole dei fratelli Vincenzo e Fabio Conticello, che con le loro denunce hanno fornito riscontri concreti alle indagini dei carabinieri del nucleo operativo di Palermo, consentendo l'arresto e il riconoscimento di alcuni mafiosi che avevano cercato di imporre ai due imprenditori il pagamento di tangenti e l'assunzione di un loro compare...
    Articolo da "la Repubblica"

    E' anche per questo e non solo per l'ottimo cibo che vale la pena andare alla Focacceria!!!


    Il pizzo è un male curabile, dobbiamo solo volerlo tutti.
    Giustificare qualcosa per paura o per abitudine è un atto mafioso tanto quanto un attentato omicida.



    Naturalmente siamo rimasti anche noi a mangiare alla focacceria, che per quella giornata ha organizzato un grande tavolo all'aperto al centro della piazza.
    Acquistando i così detti pizzini, abbiamo potuto assaggiare parte delle specialità palermitane, preparati in appositi carrettini posti tutto attorno la piazza...tutto propio suggestivo!!!

    Il polpo

    I cannoli siciliani





    Riporto di seguito, quello che c'era scritto sulla carta usata da coprivassoio.


    Nel cuore del centro di Palermo, l'addove c'era la cappella dei principi di Cattolica, nel settecentesco palazzo dall'omonimo nome, nacque la "Focacceria S. Francesco".
    Il fondatore Antonio Alaimo, di professione cuoco di palazzo, ebbe come saldo delle sue spettanze i locali dell'ex cappella dove ancora oggi è attiva la focacceria.
    Fu eseguita un'opera di riadattamento dei locali, utilizzando alcuni mobili già di pertinenza della cappella stessa, e la focacceria iniziò la sua attività.
    La focacceria già dal 1834 si affermò come il primo locale pubblico dove poter consumare dei piatti tipicamente palermitani.
    Lo sfincione, la focaccia schietta e la focaccia maritata.
    Molte sono le storie miste a leggende e dicerie popolari che vedono la focacceria quale scenario d'incontri tra personalità famose nel campo della politica, dell'arte della cultura nel corso degli ultimi tre secoli.
    Nel 1848, quando venne proclamato il primo parlamento siciliano, Ruggiero Settimo, neo eletto capo del governo, festeggiò il suo successo con sfincioni e vino marsala della focacceria.
    Da ricordareè che durante il periodo che precede l'unità d'Italia, la focacceria fu uno dei punti di ristoro del generale Giuseppe Garibaldi e i suoi mille.
    Tanti personaggi legati alla cultura di un tempo solevano gustare le prelibatezze della cucina povera palermitana dandosi appuntamento presso lo storico locale.
    Pirandello, Crispi, per non parlare di reali d'Italia, di Spagna, di Belgio, capi di stato, attori del teatro e del cinema di ieri e di oggi.
    Tra il 1898 ed il 1900 Salvatore Alaimo, erede del fondatore, operò il primo restauro commissionando alla Fonderia Oretea i tavoli in ghisa, le vetrate e la cucina economica; per i piani dei tavoli utilizzo una pietra palermitana conosciuta come Billiemi, e alla falegnameria Ducrot commissionò alcuni mobili in legno e le panche ancora in uso. Così nel 1902 la Focacceria divenne "ANTICA".

    Oggi l'Antica Focacceria S. Francesco non ha perso il suo smalto, anzi è stata costantemente oggetto di regolari manutenzioni al fine di preservare l'inestimabile valore storico del locale: esso è infatti annoverato tra i pochi esercizi storici d'Italia.
    Anche oggi è meta di tutti i turisti che visitano Palermo e sicuro punto di riferimento dei Palermitani di ogni età e ceto sociale.
    Sicuramente la trasformazione più evidente della focacceria consiste nel fatto che, pur mantenendo le tradizioni storiche del locale, gli attuali eredi, i fratelli Conticello (quinta generazione) hanno visto nel locale non solo il passato dei loro antenati, ma anche il futuro dei propi figli.
    Infatti con le dovute cautele hanno iniziato un processo di riqualificazione aziendale che tende a dare una qualità sicura ai cibi preparati, decisamente più vari ma comunque perfettamente in linea con la gastronomia tradizional popolare di Palermo.
    La focacceria offre alla sua clientela, oltre alle panelle, le arancine, le pizze, i primi piatti tipici, anche insalate ed altri sfizi della gastronomia siciliana ed italiana oltre ad una varietà di dolci e vini.

     

     
    Informazioni utili
    ANTICA FOCACCERIA SAN FRANCESCO
    Palermo, Via A. Paternostro, 58
    Tel. 091320264 Chiuso il martedì
    Si può prenotare anche via web.
    Sito: www.afsf.it
    E-Mail: info@afsf.it


      


           Vincè

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    Una galleria mozzafiato

     
    Le Catacombe dei Cappuccini
    ovvero
    Il cimitero sotterraneo dei Cappuccini di Palermo

    L'importante è far finta che quelli appesi ai muri non siano... quello che sono.

    Questo potrebbe essere paradossalmente il segreto per non restare terrorizzati dai quasi 8000 scheletri mummificati appesi nelle Catacombe dei Cappuccini. Uno spettacolo unico, forse pauroso per le persone un po' deboli di stomaco, ma assolutamente da non perdere.

    Si tratta di una sorta di galleria che si snoda per circa 300 metri sotto l'omonimo convento. In un ambiente di luci soffuse e aria rarefatta si incontrano le salme di nobili, religiosi, bambini, donne non maritate e militari deposte in questo luogo a partire dal 1599.

    In quegli anni i padri cappuccini, avendo necessità di ricavare un nuovo cimitero, riesumarono alcune fosse comuni vecchie di centinaia di anni. Con grande sorpresa notarono che le salme contenute non si erano polverizzate ma asciugate conservando lo scheletro in modo quasi perfetto.

    Quell'ambiente di tufo aveva "cotto" i corpi un po' come fa il forno a microonde.

    Si dice poi che i frati decisero di esporre questi resti così ben conservati con intento monitorio: "polvere siete, polvere tornerete". Così nacquero le catacombe.

    I primi a essere "sepolti" in questo modo furono proprio i padri cappuccini, cui seguirono rapidamente i membri delle famiglie patrizie palermitane, che, in cambio di un congruo compenso in oro, si aggiudicavano una sepoltura esclusiva, una nicchia e le cerimonie funebri con un sistema che oggi verrebbe definito "all including".




    I frati applicavano le antiche tecniche di mummificazione. I corpi, subito dopo la cerimonia funebre, venivano stesi sui "colatoi" di legno dove erano lasciati essiccare per quasi un anno.

    Il risultato era uno scheletro integro, che per resistere al tempo poteva essere bagnato anche con l'arsenico o con la calce. La salma, così trattata, veniva rivestita con gli abiti più eleganti che il defunto avesse da vivo.
    Dopo essere stata inchiodata a un'asse di legno la salma era collocata nella propria nicchia.
    Questa pratica proseguì fino al 1881, anno in cui questo tipo di sepoltura fu bandito perché antigienico.

    Le cronache dicono che da allora le catacombe siano rimaste pressoché intatte: uniche novità sarebbero le inferriate - antiestetiche ma necessarie - e la chiusura di alcune casse.

    Alcuni di questi "scheletri" sono diventati a modo loro delle celebrità: i più ammirati sono Antonio Prestigiacomo una sorta di don Giovanni che ha fatto mettere occhi di vetro al suo teschio per potere vedere le donne anche dopo la morte, i colonnelli borbonici deposti con le loro eleganti divise, "il gigante" che incombe con il suo vestito nero, la cappella dei bambini, Silvestro da Gubbio la mummia più antica, il Re di Tunisi e la piccola Rosalia Lombardo (aggiunta alla collezione nel 1920), il cui corpicino è talmente ben imbalsamato da far credere che la bimba sia solo addormentata.

    Una caverna di presenze terrifiche, in cui il passato ci travolge con il suo volto più inquietante e in cui aleggiano le solite immancabili leggende: la più curiosa racconta che ogni 25 anni lo spirito del conte Cagliostro cerchi tra questi resti umani le spoglie della sua amata.

    Non sono invece una leggenda le migliaia di persone - per lo più stranieri - che ogni anno visitano queste catacombe spinte sicuramente dalla curiosità, ma anche dalla volontà di riscoprire un monumento unico e di grande impatto emotivo.
    Ma per favore, non chiamatela galleria degli orrori.

    Gocciolatoio

    Rosalia Lombardo



           Vincè

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    La Leggenda di Aretusa

     
    La Leggenda di Aretusa

    Aretusa era figlia di Nereo antico dio del mare e Doride figlia di Oceano e Teti e compagna fedele di Diana, dea della caccia e dei boschi.
    Seguendo la dea, si era votata a vivere casta e quindi aveva rinunciato all'amore degli uomini gelosa solo della propria purezza e della propria libertà.
    Ogni giorno di buon mattino, Aretusa andava a passeggiare nei boschi e spesso si fermava a parlare con gli uccelli e con i pesci dei fiumi con i quali giocava e scherzava come se fosse una di loro.
    Un giorno d'estate, stanca ed accaldata per l'afa, tornava dal bosco cantando, quando si imbattè in una sorgente d'acqua talmente limpida e chiara che sul fondo si potevano vedere le pietre.

    Non vi era nessuno intorno così Aretusa si tolse i vestiti appendendoli ad una ramo di salice e desiderosa di frescura entrò nella fonte.
    Mentre sguazzava felice ed ignara, le parve di sentire una lieve voce salire dal fondo del lago e parlarle. Era Alfeo, un giovane pastore del luogo al quale gli dei avevano affidato la cura e la custodia di quella sorgente.
    Aretusa, sentendo la voce, uscì spaventata dall'acqua e il suo primo pensiero fu quello di prendere i propri vestiti, Ma Alfeo si mise ad inseguirla, cercando di prenderla. Aretusa, spaventata correva veloce, come il vento....ma Alfeo era sempre più vicino. I due corsero tutto il giorno, fino a notte inoltrata. Quando apparve la luna, Aretusa, stanca ed affranta chiese aiuto a Diana che le mandò una nuvola densa che l'avvolse e la nascose.
    Alfeo, che la vide sparire all'istante, cominciò ad invocarla. Lei, temendo di essere presa, non osava nemmeno respirare. Dalla sua fronte colavano goccioline di sudore, ma non per il caldo o la corsa, ma per la paura di essere presa.
    Alfeo continuava a cercare senza trovarla ed Aretusa, con il cuore che batteva forte forte, cercava di stare calma....ma il sudore che scorreva era copioso ed usciva anche dal suo corpo. Ai suoi piedi si era formata una grande pozza di acqua sorgiva e lei continuava a sciogliersi come neve al sole e la pozza diventava via via una limpida fonte. Diana, commossa le aprì la terra e Aretusa, per sfuggire ad Alfeo si immerse in quella fessura e scomparve.
    Viaggiando per buie caverne sommerse dal mare, dall'Elide venne in Ortigia, la bella isoletta che si trova a Siracusa e li come fonte tornò a vedere la luce del sole. Alfeo, intanto, disperato per l'improvvisa scomparsa e furente d'amore, si aggirava piangendo nei pressi, invocando l'amata.. Dai suoi occhi le lacrime scendevano copiose e il suo cuore stava morendo di disperazione....così gli dei si impietosirono anche di lui e decisero di aiutarlo, lo fecero diventare fiume affinchè potesse andare a mischiare le sue acque con quelle di Aretusa.
    Alfeo diventò un gran fiume, sprofondò sotto terra incanalando le acque sotto il fondo del mare e dopo lungo vagare venne a sgorgare nel Porto Grande di Siracusa, nei pressi della fonte Aretusa, formando con lei una limpida fonte d'acqua sorgiva.
    Ma in verità questa fonte è l'ardente Alfeo che si tramutò in fiume per amore. Fu il compimento di un amore che in terra non era stato possibile.



    Fonte di Aretusa

    Panoramica della fonte



     
             Teresa

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    La costa dello Zingaro



    Oggi  voglio parlare di un posto  bellissimo che  si trova dalle mie parti…
    La costa dello Zingaro…che  è una delle pochissime in Sicilia senza strada litoranea.
    La  Riserva si estende nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani.
    Il territorio ricade per gran parte nel comune di San Vito lo Capo.
    All'interno della riserva si trovano il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, dove è riprodotto il ciclo completo del grano, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e dei caseggiati rurali adibiti al bivacco.
    Gli ambienti rocciosi, la macchia arbustiva e le gariga che caratterizzano il territorio, sono l'ambiente ideale per specie ormai in diminuzione.
    Vanto della Riserva è infatti l'aquila del Bonelli che si riproduce regolarmente in questa zona.
    Gli itinerari  per visitarla  sono  tantissimi e ne esistono numerose varianti. Seguendo la segnaletica e facendo attenzione alla cartina, ciascuno può ritagliarsi l'itinerario più adeguato alle proprie esigenze.
    Per ulteriori informazioni entrate  nel sito  ufficiale  della riserva www.riservazingaro.it



    Rifugio Biacco

    Scopello - Faraglioni


         Rosario

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    Sfilato Siciliano


    L'Arte antica del ricamo

    Lo "sfilato siciliano" è una delle piu' note manifatture del ricamo della Sicilia, anche se la sua origine nasce dai ricami su rete diffusi in tutta Italia.
    I disegni rappresentati sono davvero tanti: disegni geometrici, floreali, allegorici e servono per decorare la biancheria per la casa, le tovaglie e i paramenti sacri.
    Lo sfilato siciliano risale alla fine del 14° secolo ma si affermò in Sicilia nel '500 riscuotendo molto successo presso i Signori in Italia.
    Tali manifatture furono molto apprezzate anche dal Clero che le impiega tutt'ora per ornamenti sacri nelle chiese.
    Col passare degli anni lo Sfilato entra a far parte del più pregiato corredo impreziosendo i capi e la biancheria delle fanciulle siciliane che venivano in seguito tramandati di generazione in generazione.
    Si diffuse soprattutto sotto il dominio arabo (specialmente a Ragusa dove vi era una colonia araba; i primi ricami erano eseguiti in stile moresco nei colori azzurro e bianco).
    Solo nel dopoguerra del 1915-1918 nacquero le prime scuole di ricami. La patria dello sfilato siciliano e' la parte orientale dell'Isola.

    Le province di Siracusa, Ragusa e Catania (in particolare ad Acireale), furono la culla dello sfilato siciliano.
    Oggi le scuole di sfilato siciliano si trovano solo a Ragusa (in particolare a Comiso e Chiaramonte Gulfi) e nella provincia di Siracusa (dove, a Solarino, si sta ripristinando la scuola di artigianato artistico ed in particolare dello sfilato siciliano, Onlus Mani d'Oro).

    Lo sfilato rappresenta una tecnica di passaggio alla trina e si lavora al telaio.
    Si distinguono, per il diverso modo di lavorazione lo sfilato siciliano '400 (praticato nella zona di Comiso) , '500, '700 (tipico della zona di Ragusa) e il '500 Vittoria (un tempo lavorato nel Laboratorio di Sfilati Siciliani d'Arte, ma oggi praticamente scomparso).
    Lo Sfilato Siciliano è più difficile: richiede molta abilità, una vista ottima, molta precisione e tanta tanta pazienza.
    Eseguito solamente su tessuti molto pregiati come il puro lino e a trama regolare e con fili molto pregiati.
    E’ possibile lavorare a mano o sul telaio. Otre al tessuto e ai filati di cotone occorre munirsi di aghi sottili da ricamo, ditale, forbicine molto affilate.
    Viene eseguito in diverse fasi: il disegno, la sfilatura, il ricamo.
    Tradizionalmente ogni fase di lavorazione veniva eseguita da persone diverse, ognuna esperta in quella tecnica.
    Prima sotto le mani della disegnatrice poi della sfilatrice, della ricamatrice e in fine della stiratrice.

    Esso consiste nello "sfilare" il tessuto (tre o quattro fili della tela), sia dalla trama che dall'ordito, in modo da creare tante caselle vuote, tipo una "rete".
    Si riuniscono poi a cordoncino i fili rimasti in modo da formare un reticolato sul quale si forma il disegno, ricamando con il punto tela (lo sfilato '400) ed il punto rammendo (lo sfilato '700).
    La prima versione dello Sfilato Siciliano, richiedeva la sfilatura solo delle caselle che sarebbero rimaste vuote, mentre quelle che nel disegno dovevano essere piene, rimanevano con il tessuto originale, che quindi non veniva sfilato.
    Lo Sfilato moderno invece tende a sfilare tutta la parte su cui lavorare a e riempire solo in un secondo momento le caselle che costituiranno il disegno.

    Nello sfilato siciliano '500 il disegno viene riportato sulla tela e si "sfila" il tessuto intorno.
    Lo sfilato '500 Vittoria è una rappresentazione dello sfilato '500 ma con caratteristiche tipiche del laboratorio che lo ideò con raffigurazioni ispirate ai bassorilievi greci.
    Anche in Sardegna si esegue un ricamo su tessuto sfilato detto sfilato sardo.
    Si differenzia da quello siciliano per i motivi ed i disegni rappresentati oltre che per la tecnica utilizzata.
    Preziosi ricami e merletti si ammirano a Chiaramonte Gulfi, provincia di Ragusa, presso il Museo dello Sfilato Siciliano.

    Il museo
    Già fruibile a Chiaramonte Gulfi il museo del ricamo e dello sfilato siciliano. Collocato all'interno della suggestiva zona medievale del comune montano, nei pressi dell'artistica scalinata di S. Giovanni, il museo ricostruisce l'atmosfera e l'ambiente in cui vengono creati gli inconfondibili e sempre più vari ricami dello sfilato siciliano.
    La ricostruzione è stata realizzata in maniera certosina con l'ausilio di suppellettili, mobili, fotografie e preziosi prodotti artigianali.
    All'interno, infatti, è possibile ammirare introvabili testimonianze del passato come un antico telaio di legno o ricami risalenti al settecento.
    Il museo costituisce allora non solamente un luogo per custodire ciò che il tempo e, anche l'ingiustificato disinteresse cancellerebbero per sempre, ma soprattutto - il primo passo di un'iniziativa polivalente capace di favorire nuove possibilità di mercato per i ricami.
    Il prossimo obiettivo è l'istituzione, all'interno della struttura museale di una scuola regionale delle sfilato siciliano da affiancare ad una mostra espositiva permanente delle creazioni, allestita anche su un apposito sito Internet.
    Museo dello Sfilato
    Via Lauria, 4 - Chiaramonte Gulfi (RG)
    Orario di Apertura: Sabato dalle 17 alle 19
    Domenica dalle 10:30 alle 13 e dalle 15:30 alle 18

    Associazioni e Scuole

    Amorini G&C snc a Ragusa

    Ars Antiqua Isnello Palermo

    Coop. Ma.Gi.Co. Ricami

    Onlus Mani d’Oro Solarino Siracusa

    ISPRO Comiso Ragusa

    Scuola regionale dello sfilato di Chiaramente Gulfi Ragusa

    Scuola RicamArte Cefalù Palermo

     

    Musei

    Museo dello sfilato siciliano Chiaramente Gulfi Ragusa

    Museo permanente di Pizzi e Ricami Artistici Solarino Siracusa


     
          Vincè

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