La ricorrenza di Santa Lucia è la metamorfosi del buio e della luce.
Santa Lucia simbolo della fede, identificata e simboleggiata con la luce, la protettrice degli occhi.
Lucia vissuta durante la persecuzione di Diocleziano, al fine di non sposare un giovane pagano, dopo immani torture e umiliazioni, decise di farsi strappare gli occhi.
La Martire venne quindi investita del ruolo di portatrice di luce in tutte le accezioni possibili.
A Siracusa, città natale di Lucia, vi sono diverse celebrazioni. Il 13 dicembre, si ha la festa e la processione dal Duomo di Siracusa alla chiesa di Santa Lucia al Sepolcro. I fedeli devoti partecipano alla processione a piedi scalzi. La processione è chiusa dal corteo dei Cavalieri che in abiti settecenteschi fanno da cornice alla Carrozza del Senato, splendido esempio dell’arte barocca siracusana. Il simulacro rimane esposto ai fedeli per otto giorni, al termine dei quali viene rifatta una processione che riporta il simulacro al Duomo.
La storia racconta che Siracusa sia stata colpita da una grande carestia nel 1646 e che nella disperazione del momento giunse per mare una nave carica di frumento. Sembra che questa circostanza sia stata ritenuta un miracolo, da quel momento la devozione per Santa Lucia è stata associata all’uso di mangiare la " cuccia " (grano cotto ancora non macinato ed in chicchi).
Il nome "cuccia" può derivare dal sostantivo "cocciu", chicco, o dal verbo "cucciari", cioè mangiare un chicco alla volta.
Anticamente la cuccia era un piatto povero ( grano cotto con verdure ), ma oggi è esclusivamente un piatto dolce. Tale uso lo troviamo un po’ ovunque nelle zone meridionali.
Il giorno di Santa Lucia è ritenuto anche il giorno piu’ corto che ci sia, ed è per questo che sull’albeggiare della notte piu’ lunga i ragazzi Siciliani correvano di vicolo in vicolo, di porta in porta gridando a squarciagola " và susitivi ch’è tardu, addumativi a cuccia, e si un minn’rati a mia, a pignata vi scattia " ( svegliatevi che è tardi, e accendete la pentola per preparare la cuccia, e se non me ne date a me vi possa scoppiare la pentola), diciamo che l’invito era quello di far alzare i vicini, parenti, e conoscenti al fine di indurli a dare cottura al frumento destinato a diventare cuccia, visto che necessitava di una lunga cottura.
La tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a familiari, amici, vicini di casa, e quello che rimane si lascia sui tetti e sui balconi per essere catturato e mangiato dagli uccellini.
In questo giorno è bandito l’uso della pasta e del pane, per Santa Lucia si consumano pietanze a base di riso, e grano sia dolci che salate.
Cuccia (la ricetta)
Ingredienti:
-frumento tenero: 500 grammi
-ricotta fresca: 50 grammi
-zucchero: 300 grammi
-cioccolato fondente: 100 grammi
-vaniglia: mezza bustina
-sale: q.b.
Preparazione:
Mettere a bagno il frumento tre giorni in una pentola, meglio se di coccio, (ricordare di cambiare frequentemente l’acqua).
La sera prima della preparazione colare il frumento e metterlo in abbondante acqua leggermente salata e cuocere a fuoco lentissimo per 6/8 ore; lasciare riposare nello stesso tegame coperto, per l’intera nottata; il giorno della preparazione, scolare accuratamente e mettere in una zuppiera, lavorare a parte con una forchetta la ricotta e il cioccolato a pezzetti e versare la crema nella zuppiera per poi mescolarla al grano.
A Spatula, come viene chiamato in Sicilia o pesce bandiera a Napoli, anche detto pesce lama a Cagliari, pesce sciabola a Messina, pesce argentin a Genova... (è propio vero... un nome un luogo).
E' un bellissimo pesce azzurro, dal corpo privo di squame argenteo e brillante di circa 1 metro di lunghezza.
Per chi non l'avesse mai visto, si presenta allungato e schiacciato ai lati, appunto per questo ricorda una spada, una sciabola...
Come tutti i pesci azzurri è ricco di acidi grassi insaturi, gli omega3, ha carni molto saporite e pregiate e costa poco.
E' possibile cucinarlo a pezzi o sfilettato.
Involtini di Pisci Spatula ( Ricetta personale )
Ingredienti per il ripieno:
una cipolla media mollica di pangrattato 200gr pinoli 100gr vino bianco q.b. pecorino Ragusano 100gr piacentino Ennese a fette sottili 100gr buccia d'arancio secca tritata 2 filetti d'acciuga pepe ed aromi vari
Con queste quantità si prepara circa 1 Kg di spatola già sfilettata.
Preparazione:
Soffriggere la cipolla con poco olio extra vergine ed un pò di vino bianco ed i filetti d'acciuga, aggiungere i pinoli ed il pan grattato.
Fare rosolare un pò il tutto, aggiungere il vino bianco che deve man mano evaporare.
Aggiungere la buccia d'arancio tritata, il pepe, gli aromi e per finire il pecorino Ragusano grattugiato.
Il composto non deve venire ne troppo secco ne troppo umido, regolare quindi con il vino bianco la consistenza.
Disporre sopra i filetti di Spatola il composto e le fette di piacentino Ennese. Arrotolarli tipo spiedini e chiuderli con uno stuzzicadenti.
Eventuale ripieno rimasto viene aggiunto agli involtini già chiusi.
Disporli su una teglia e cuocere in forno caldo a 180°C per 15-20 minuti.
Io li ho disposti in ciotole di ceramica resistenti al calore (3 involtini per ciotola) e cotti in forno ventilato. A piacimento può essere condito con un misto di succo d'arancia e di limone.
Caltagirone sorge a 611 metri su una cima dei Monti Erei.
Al
suo demanio appartiene il Bosco di San Pietro, la più ampia area
boschiva naturale oramai esistente nella Sicilia centro-meridionale.
Il
degrado ed i numerosi incendi hanno oggi lasciato solamente 2000 ettari
ricchi di una grandissima varietà vegetale ed animale.
Sorta probabilmente nel III millennio a.C., Caltagirone è considerata uno dei primi abitati della Sicilia.
Intorno
all'anno Mille il sito venne invaso dagli Arabi chiamandolo "Qal'at
al-ghiran", cioè castello delle grotte, da cui deriva il nome attuale e
costruirono probabilmente un Castello, conquistato nel 1090 dai
Normanni.
Nel 1542 un terremoto sconvolse buona parte della città,
ma fu quello dell' 11 gennaio 1693 a produrre gravissimi danni
all'abitato che ebbe distrutti molti edifici, chiese sontuose e
magnifiche opere d'arte di cui si era adornata nei secoli precedenti. La
città venne comunque interamente riedificata riacquistando l'originario
impianto urbanistico tardo-rinascimentale e arricchendosi di nuove
chiese e palazzi barocchi, tanto da essere considerata oggi tra più
importanti centri barocchi della Sicilia.
Infatti insieme con
Militello in Val di Catania, Catania, Noto, Palazzolo Acreide,
Ragusa, Modica e Scicli è tra le città Barocche della Val di Noto che
sono state dichiarate nel giugno del 2002 “Patrimonio dell’Umanità” e
inserite nella lista Unesco di protezione del patrimonio mondiale.
La ceramica di Caltagirone
Una tradizione
millenaria, profondamente legata alla storia di Caltagirone, è la
lavorazione della ceramica, che ha sempre alimentato in questa città
generazioni di artigiani ed artisti i quali hanno interpretato in modo
originale la capacità della ceramica di creare forme e colori,
strumento duttile per dare corpo alla fantasia creativa.
L'arte della maiolica, fiorente in epoca
musulmana e normanna, viene con il tempo perfezionata nella tecnica esecutiva
e decorativa dando prova di grande originalità, conservando, motivi
moreschi e i colori della tradizione che vanno da un particolare tipo di
azzurro al verde al giallo oro e manganese.
Le pittoresche stradine della città sono piene di una serie di negozietti
che espongono bellissimi oggetti come i piatti, gli albarelli, i vasi ma
anche semplici mattonelle, da acquistare per ricordo.
Gli albarelli, particolarmente
famosi, venivano impiegati tradizionalmente presso le antiche farmacie.
La Scala di Santa Maria del Monte
Ricca di
siti archeologici, chiese, opere d'arte e monumenti, tra cui ricordiamo
la maestosa Scala di Santa Maria del Monte, con ben 142 gradini.
Ogni
alzata della scala è rivestita con mattonelle in maiolica policroma
raffiguranti vari motivi ceramici in uso in Sicilia dall'età araba
all'800.
La scala, diviene protagonista della città alla fine di maggio,
durante la manifestazione “la Scala Infiorata” in cui i 142 gradini vengono addobbati in onore di Maria Santissima di
Condomini di fiori ed allo stesso modo durante la “Rusedda” sfilata di
carri siciliani e trattori.
Per la Festa di S.
Giacomo, patrono della città, che si svolge il 24 e 25 luglio, la
Scalinata viene interamente illuminata con 4.000 lumini.
Arriva l’autunno in un tripudio di colori, profumi e sapori. Gli alberi, sovrani incontrastati dei nostri spazi sterminati, si tingono delle sfumature piu’ calde e accese del rosso, del giallo e dell'arancio. E’ davvero una festa... uno spettacolo grandioso che la natura offre generosamente ai nostri occhi, ma del quale noi, presi dal vortice dei nostri affari, spesso non ce ne accorgiamo neppure.
Con l’autunno le campagne si popolano di contadini per la festa dell’uva… è tempo di vendemmia, ma forse dovrei usare un verbo al passato, considerando l’arrivo della meccanizzazione, che certamente ha garantito guadagni di tempo, ma ha tolto tanta ma tanta allegria e colore.
Ho un ricordo forte e indimeticabile della vendemmia dei miei tempi di bimba… riesco quasi a commuovermi quando penso com’era tutto diverso.
Dopo la stagione balneare passata ad Alcamo marina ci si trasferiva nella campagna dei miei… tra quelle terre mi sentivo più piccina di com’ero… ricordo le camere enormi del cascinale antichissimo dei miei avi con i letti alti per i materassi di crine poggiati su tavole e gli antichi “trispiti” … i lumi a petrolio perché a quei tempi in campagna l’energia elettrica ce la potevamo solamente sognare,il baglio col pozzo, accanto al quale la “pila” di pietra e una sorta di lavello basso sempre in pietra dove i contadini la sera si lavavano i piedi…, le casette dei contadini tutt’intorno (allora ci si abitava accanto al terreno per coltivarlo bene)… il grande macasenu” (magazzino) contenente file lunghissime di botti per il mosto, tutte numerate e le collane di zolfetti … ancora nel baglio un forno a legna dove ogni mattina si faceva il pane… giuro che sento in questo momento l’odore del pane misto a quello della legna bruciata… la stalla con le mucche… l’orticello vicino al cascinale con tutte le verdure utili al fabbisogno familiare e poi queste distese di terra coltivate a vigneti e ulivi.
Il giorno i contadini stavano tra le viti a raccogliere l’uva… c’era l’andirivieni dei muli con addosso i tini colmi di acini biondi e bruni, altri contadini catapultavano i grappoli colorati in tini ancora più grandi per esser passati poi dentro la macchina atta alla pigiatura e l’eliminazione dei graspi... montagne di “vinazzu” sulle quali noi bimbi ci buttavamo a giocare con la disperazione delle nostre mamme per il colore prugna che assumevano i nostri vestiti... altro che play-station.
La sera poi era una festa veder arrivare i contadini… forse un po’ stanchi ma sempre allegri con i "rossetti" sulle guance… con le loro canzoni accompagnate da corde di chitarra… con le loro cene su tavoli lunghissimi improvvisati poggiati per l'occasione su pezzi di legno… i piatti, di ferro smaltato bianchi con il bordo blu, colmi di insalatone profumatissime… allora non si mangiava ogni sera il filetto!
Altri tempi ormai andati, ma che sicuramente mi hanno incultato valori meravigliosi, valori che io cerco con tutte le mie forze di rispettare ancora oggi, in questo tempo dove tutto sembra non contare più nulla.
I miei ricordi profumano di vaniglia e luccicano di luci colorate. Non avevamo esperienze di defunti e noi bambini eravamo lontani dal dolore e dal colore nero legato al lutto. La sera di ognissanti in gran segreto dopo che eravamo andati a dormire, i miei genitori preparavano il tavolo con i regali che avremmo trovato la mattina appena svegli. Noi non avevamo paura dei morti. Ci portavano i regali. Parenti defunti che non avevamo mai conosciuto ci portavano i regali ed un meraviglioso cesto con "A pupa i zuccaru" e la Martorana... Non so quando ho preso coscienza che non era cosi' ma è stato bello continuare a crederlo. I miei primi pattini a rotelle, la prima bicicletta, le bambole erano momenti di gioia indescrivibile. Al di la' degli oggetti erano l'aspettativa e l'atmosfera ad essere sensazioni meravigliose. Oggi so cosa è il dolore e lego il colore nero al lutto ma mi è rimasto l'amore per la tradizione. Ancora oggi se posso mi preparo un piccolo cesto. Oggi non metto piu' la bambolina di zucchero ma metto la frutta di pasta reale (marzapane), i biscotti ed i cioccolatini... E mi nutro dei ricordi. Non so se i bambini di oggi vivono tali meravigliose sensazioni. Non so se i loro genitori stanchi e stressati siano capaci di creare per loro tali atmosfere. Ma vi dico una cosa. Se oggi non li vivono saranno defraudati di qualcosa di molto importante. Qualcosa che non potranno ricordare. Il profumo ed il calore delle tradizioni.
In questi ultimi giorni di Ottobre, riguardo alla festa di Halloween, si sono scritte tante cose le zucche le streghe e gli scheletri hanno fatto da contorno.
Io vorrei invece parlarvi di una tradizione siciliana che sta per scomparire e ricordarla è come un po’ salvarla.
Il 2 Novembre in Sicilia si festeggia “La festa dei morti” e non la commemorazione dei defunti.
E’ una ricorrenza particolare per la gioia dei bambini ai quali i genitori fanno credere che, se sono strati bravi e hanno recitato le preghiere riceveranno dei doni.
I regali sotto l’albero di Natale o per la Befana sono soltanto usanze che non sono strettamente legate alla Sicilia, dove i doni li portano chi non è più in vita.
Come vuole la tradizione, la sera prima i bimbi vanno a letto con la speranza d’essere ricordati da nonni e familiari trapassati.
Sul tardi i genitori preparano le “sorprese” con giocattoli, dolci tipici o vestiario e li nascondono per casa.
La mattina del 2 Novembre, i bambini son pronti alla ricerca dei regali, ma prima recitano la seguente frase:
Armi santi, armi santi, Iu sugnu unu e vùatri síti tanti: Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai cosi di morti mittitimìnni assai.
Tradotto significa
Anime sante, anime sante
Io sono uno e voi siete tanti
Mentre sono in questo mondo di guai
Cose di morti (regali) mettetemene tante
Alla fine del gioco, si va al cimitero a portare fiori ed accendere ceri e lumini accanto alle lapidi dei parenti trapassati.
E non fatevi meraviglia se in qualche città o paesino si faccia paradossalmente gran festa: luminarie, bancarelle stracolme di giocattoli e, in qualche caso come a Palermo e a Catania, una grandiosa "Fiera dei morti" piazzata al centro della città. Lo scopo della fiera è quello di comprare i giocattoli e dolci ai bambini.
Uno tra i dolci caratteristici di questa festa sono “i pupi ì zuccaru” i pupi di zucchero.
Sono delle statuette alte circa 20 cm composte da un impasto zuccherino solidificato al forno e colorato a mano.
I soggetti rappresentati vanno dai classici Paladini ai personaggi di favole (Cenerentola, Biancaneve e Pinocchio) ed adesso anche giocatori di calcio (Ronaldo e Del Piero), i Simpson e i Pokemon.
Alcune raffigurazioni sono così artistiche da meritare di rimanere intatte in esposizione: sarebbe un peccato frantumarle per mangiarsele, infatti a Caltanissetta viene promossa un’esposizione di queste opere d’arte.
Ogni anno in ocasione della festa dei morti i genitori della scuola
Bonagia di Palermo preparano la festa dei fruttini.
E' una vera e propria festa, un meraviglioso laboratorio di dolci in cui si preparano tanti fruttini di pasta reale o per meglio dire: "La Martorana".
Dopo aver preparato i fruttini i genitori, le mamme, preparano i tavoli con ogni ben di Dio; dolcetti, biscotti, caramelle, cioccolattini, fiori e tanto, tanto amore.
Quindi invitano tutti i genitori della scuola a degustare i fruttini preparati dai bambini, dalle maestre e dalle mamme.
Credetemi è una grande festa.
Grazie a tutte le mamme che nonostante il dramma che vive la scuola
in questo momento, riescono a regalarci momenti di felice unione.
Arroccata
alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa l’ Etna, a circa 600
metri dal livello del mare, con vista sulla costa Jonica, troviamo
quella che nel 1816 divenne un comune autonomo ovvero la cittadina di
Zafferana Etnea.
In
provincia del comune di Catania da cui dista a 23 km, con i suoi circa
8.000 abitanti, basa la sua economia principalmente sull’agricoltura
con coltivazioni di vigneti, alberi da frutto e funghi, rinomata è la
ricca produzione di miele, tra cui il miele di castagno.
Di
interesse monumentale troviamo la Chiesa Madre delicata alla Madonna
della Provvidenza, la Chiesa Madonna delle Grazie, ed il Duomo, oltre
al Giardino Pubblico con vista sulla costa Jonica.
Negli ultimi anni l’Ottobrata Zafferanese una sagra dedicata ai prodotti locali ed agli antichi mestieri del posto, ha dato grande risonanza a questa cittadina richiamando per le quattro domeniche di ottobre in cui si svolge la manifestazione migliaia di visitatori provenienti da ogni parte dell’isola e non solo.
L’Ottobrata di Zafferana Etnea è il pretesto per poter visitare luoghi meravigliosi della Sicilia, in una delle aree di maggiore interesse naturalistico, per la presenza dell'Etna, per i suoi paesaggi e per i numerosi boschi. Tra i tanti eventi, che si svolgono sull'isola, quello dell'Ottobrata è uno dei più significativi. La manifestazione, nata negli anni ottanta, si svolge da più di vent'anni, con l'obbiettivo di divulgare e promuovere antiche tradizioni, prodotti tipici ed antichi mestieri. Tra i tanti prodotti tipici, in primo piano il Miele, l'Uva, le Mele, il Vino, l'Olio le Castagne ed i dolci: le foglie da tè, gli “sciatori”, biscotti al latte ricoperti di cioccolato fondente, le zeppole di riso ricoperte di miele, le cassatelle ripiene di ricotta e canditi, la paste di mandorla, un classico della tradizione dolciari siciliana.
Furono gli Arabi, strappando la Sicilia ai Bizantini, a promuovere e a diffondere la cultura del pistacchio nell'isola e, a conferma di ciò, basta considerare l'affinità etimologica del nome dialettale dato al pistacchio col corrispondente termine arabo. "Frastuca" il frutto e "Frastucara" la pianta derivano infatti dai termini arabi "fristach", "frastuch" e "festuch" derivati a loro volta dalla voce persiana "fistich".
La specie ha avuto particolare sviluppo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nelle province di Caltanissetta, Agrigento e Catania.
In quest’ultima, ai piedi del vulcano Etna, nel territorio di Bronte, conobbe la massima espansione tanto che nel 1860 interi pascoli e terreni incolti furono trasformati in pistacchieti e la pianta coltivata divenne il fulcro di tutto il sistema agricolo ed economico dell’area.
Sarà per lo straordinario connubio tra la pianta e il terreno lavico, ricco di sali minerali, sarà per il sole e l’aria di questa terra; sta di fatto che il frutto prodotto in questo lembo dell’isola cresce rigoglioso e supera dal punto di vista dell’aroma, del gusto e delle proprietà organolettiche la restante produzione mondiale. Nessun altro ha un colore verde smeraldo così brillante e un profumo così intenso, resinoso e grasso.
Per il suo aroma e le qualità organolettiche il pistacchio verde di Bronte tradizionalmente è stato sempre il principe della pasticceria, delle carni insaccate di pregio e della gastronomia di alta classe.
In tempi recenti, oltre al favoloso gelato ed alla sempre osannata "torta al pistacchio" (prodotta con pan di Spagna, a volte farcita con uno strato di cioccolata o di nutella che si associano particolarmente al gusto del frutto), e alle gustose "paste di pistacchio" (realizzate con la stessa procedura con cui si produce la pasta di mandorle) si fanno sempre più strada, il "pesto di pistacchio", la "crema al pistacchio" (una preparazione dolce da spalmare sul pane o da utilizzare per guarnire dolci), un liquore e la storica filletta al pistacchio (tradizionale dolce brontese guarnito del prezioso frutto).
Il mio Pesto di Pistacchi
Non sarà quello che viene preparato a Bronte e che viene anche venduto in vasetti, anche perchè facendo delle ricerche ho notato che non ci sono delle ricette uniche per farlo.
Chi lo fà con solo pistacchio, chi con aggiunta di basilico, chi mette l'olio extra vergine, chi l'olio d'oliva...ecc.
A questo punto ho dovuto fare delle scelte ... ed anche delle prove, per questo mio pesto ... che di "pestato" non ha niente dato che oggi usiamo il robot da cucina con frullatore incorporato... :-))
INGREDIENTI:
150 gr di pistacchi di Bronte
100 gr di Basilico
50 gr di Rucola
40 gr di Pinoli
10 gr di Aglio ( 3 spicchi )
100 gr di Olio d'oliva extravergine
sale e pepe q.b
100 gr di Parmigiano (io non lo metto nel miscuglio, ma lo aggiungo sul piatto finale)
PREPARAZIONE:
Passare in un frullatore tutti gli ingredienti e frullare a velocità bassa. Amalgamare bene il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo e consistente.
Non ho aggiunto il Parmigiano, che naturalmente è richiesto nella ricetta perchè sono solito aggiungerlo fresco sul piatto finale e perchè ho conservato il tutto in porzioni nel congelatore.
L'8 Settembre è la festa della patrona della mia città - Maria SS. d’Alemanna- Gela (CL)
Si pensa che l’icona della Madonna sia stata portata dall’ordine religioso dei Teutonici di Santa Maria de Alemanna (Ordo domus Sanctae Mariae Teutonicorum), fondato nel 1190, e trasformato nel 1198 in ordine cavalleresco. Secondo la testimonianza dell’abate Rocco Pirro, il culto a Maria SS. D’Alemanna trae la sua origine proprio dal suddetto ordine religioso.
I Teutonici furono chiamati nell’isola Alemanni (nell’uso poetico e letterario col nome di Alemanni si trovano spesso indicati i Tedeschi), e perciò la chiesa di Santa Maria dei Teutonici era la chiesa di Santa Maria degli alemanni o dell’Alemanna.
I racconti popolari, tramandati da generazione in generazioni, parlano del rinvenimento della venerata icona di Maria SS. d’Alemanna in un modo miracoloso intorno al 1476. Si narra infatti che un contadino mentre arava la terra si accorse che i suoi buoi non proseguivano più; pensando che si trattasse di un ostacolo proveniente da qualche corpo duro sottostante il terreno, il contadino si mise a scavare, anche con la segreta speranza di trovare un tesoro nascosto, ma quale non fu la sua meraviglia quando le sue mani cominciarono a tirar fuori una tavola sulla quale s’intravvedeva una immagine dipinta: era l’effige della Beata Vergine. Nel momento stesso in cui estrasse dal terreno l’intero quadro, il contadino si accorse che i due buoi si erano inginocchiati.
Maria SS. d’Alemanna è chiamata protettrice e Patrona della città, ufficialmente verso il 1650 in seguito alla bolla Universa di Urbano VIII. Gli atti di proclamazione vennero stilati nella nostra città nel dicembre del 1659 e poi del marzo del 1693, in quest’ultimo anno in particolare, in occasione del famoso terremoto che distrusse molte città dell’isola e mietè molte vittime nella sua parte orientale. Le scosse telluriche (11 Gennaio 1693) furono violente, tanto che in uno slancio corale di fede il popolo pote attribuire la salvezza della città solo alla protezione della Vergine, ed ancora, il popolo ricorda i famosi versi :
All’unnici ‘i jnnaru a vintun’ura Si vitti e nun si vitti Terranova; S'unn’era ppi Maria, Nostra Signora, Sutta li petri fussi Terranova.”
”….. Volevo avvertire il nostro
ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo
messi sotto la protezione della polizia…..se paghiamo i 50 milioni,
torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile,
saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo
detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli
come lui”.
Queste le parole che hanno segnato la sua condanna a morte Li ha fatte pubblicate su un giornale siciliano, per dire NO!!
Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli
diedero il nome di Libero in ricordo del sacrificio di Giacomo
Matteotti. La famiglia è antifascista e il ragazzo matura anch'egli una
posizione avversa al regime di Benito Mussolini. Nel 1942 si
trasferisce a Roma, dove studia in Scienze Politiche durante la seconda
guerra mondiale. Per non andare in guerra, entra in seminario, da cui
però esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però a
Giurisprudenza all'Universita di Palermo. Prosegue l'attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta
si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo
dell'imprenditoria. Torna a Palermo per aprire uno stabilimento
tessile. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali. Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, viene
anche preso di mira da Cosa nostra che pretende il pagamento del pizzo.
Libero Grassi ebbe il coraggio di opporsi alle richieste di racket
della mafia, e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori. Per questo fu assassinato, il 29 agosto 1991.
Medaglia d'oro al valore civile «Imprenditore
siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la
mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando
con le competenti Autorità nell'individuazione dei malviventi. Per tale
non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale
ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di
integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all'estremo
sacrificio.»
La mia assenza durerà ancora un pò. Il periodio Estivo è qui in Sicilia sacro per godersi lo splendido mare ed il sole. Ma ci sono ancora tantissime cose da dire sulla nostra Sicilia.
Qui una mia foto fatta ieri ... con una casa famosa alle spalle. Indovinerete dove sono?
E cosà c'è di meglio del melone rosso (Anguria) fresco e dissetante, all'ombra di una pianta.
Rilassato su una sedia a sdraio, magari guardando le acque cristalline e blu cobalto del nostro mare.
Questa sera i miei sogni mi hanno portato al " gelu di miluni russu ", molto delicato e profumato al gelsomino.
Ingredienti
2 litri di succo di anguria filtrato ( ottenuto frullando la polpa )
100 g di zucchero semolato ( io ne ho utilizzato 80 )
150 g di zucchero al velo vanigliato
150 g di amido di mais ( maizena )
una dozzina di fiori di gelsomino
un pugno di gocce di cioccolato fondente
pistacchi tritati
Preparazione
Preparate l'infuso di gelsomino facendo bollire due bicchieri d'acqua e mettendo in infusione i fiori per circa un'ora. Filtrate
e unite l'infuso al succo di anguria. Mettete l'amido setacciato e lo
zucchero un un tegame a fondo pesante, stemperate con il succo di
anguria mescolando bene con la frusta per non formare grumi. Lasciate
sul fuoco medio, mescolando di continuo, fino a bollore. Lasciate
sobbollire qualche minuto perche si addensi e spegnete. Versate negli
stampini, lasciate raffreddare e poneteli in frigo per almeno 4 ore. Al
momento di servire il dolce, rovesciatelo sul piatto e decorate con
gocce di cioccolato fondente e pistacchi tritati.
Una storia d'amore diversa dalle altre. Accompagnata da una delle pagine più ispirate della musica di Ennio Morricone. La storia di un amore travolgente, d'altri tempi. Di quelli che non pensi ad altro. Quelli che ti fanno apparire pazzo agli occhi di chi non capisce. Un amore che ti porti dentro per la vita.
Erano gli anni 1988...sono già passati 20 anni dal primo ciak per Nuovo Cinema Paradiso. Molte scene di quel film sono state girate a Cefalù da un siciliano puro, il regista Giuseppe Tornatore.
Nato a Bagheria il 27 maggio
1956, ha cominciato a girare documentari per la Rai a partire dal 1974.
Nel 1984 è stato regista della seconda unità di Cento giorni a Palermo
di Giuseppe Ferrara. Il suo debutto cinematografico è avvenuto nel 1986
con Il camorrista. Biografia
Philippe Noiret (Alfredo) + Salvatore Cascio (Salvatore)
Il film accorciato di oltre mezz'ora ottiene un importante
riconoscimento al Festival di Cannes (1989) del Gran premio speciale della giuria. L'anno successivo conquista
addirittura l'Oscar per il miglior film straniero
(...Speriamo che non si trasformi nella solita beffa per i Siciliani...)
Un nuovo giacimento di gas nel Canale di Sicilia, a circa 22 chilometri dalla costa di Agrigento e ad una profondità di circa 560 metri, è stato scoperto da Eni ed Edison. Le riserve associate alla perforazione del pozzo sono stimate in 16 miliardi di metri cubi e il giacimento dovrebbe produrre 190.000 metri cubi di gas al giorno.
La scoperta è stata fatta attraverso la perforazione del pozzo Cassiopea 1, di cui Eni è operatore con una quota del 60%, mentre il restante 40% è detenuto da Edison. I primi test, spiega in una nota Eni, «fanno ipotizzare portate produttive più significative che potranno essere ottenute durante la normale vita produttiva del campo. La scoperta conferma l'elevato potenziale dell'area deep offshore del Canale di Sicilia, in cui si trovano anche i giacimenti limitrofi di Panda e Argo».
Riporto qui integralmente un'articolo della Dott.ssa Fara Misuraca, microbiologa (Università di Palermo) e storiografa. Tratto da " Il Brigantino - Il Portale del sud " Sarà questo un mio sfogo un pò federalista, ma ha l'intento di far conoscere, ricordare ed unire anzichè dividere!!
La Sicilia è un luogo, "un topos", che si può sfogliare come un libro, un libro che racconta la storia del mondo mediterraneo, del nostro mondo. Roger Peyrefitte ha scritto nel 1952, nel suo libro Du Vesuve a l'Etna che "nessuna isola erge sull'orizzonte della nostra civiltà una fronte più radiosa della Sicilia. Tre volte, nel corso dei secoli, fu il più fulgido centro del mondo mediterraneo". Sì, almeno tre volte, quando ha espresso la cultura mediterranea in forma greca, in forma araba ed in quella Normanno-sveva.
Sbagliava perché ci sono state altre epoche di grande cultura, praticamente misconosciute o occultate da una cultura a senso unico. Nel periodo greco (ma con "greco" non s'intende colonia o "sottoposta": infatti le città erano libere senza legame alcuno di vassallaggio ad Atene) la Sicilia ha prodotto geni matematici come Archimede, di cui tutti conosciamo i contributi, a tutt'oggi validi, alla fisica, alla matematica ed al calcolo infinitesimale. Oppure come il filosofo Gorgia da Lentini (re della dialettica) o, ancora, come il poeta Stesicoro, il poeta dei sentimenti.
Da ricordare lo storico Diodoro d'Agira, che per primo scrisse una storia universale ed Epicarmo, il primo commediografo, che non sarà stato più bravo di Aristofane, ma ha inventato il genere! E che dire di Archestato di Gela che scrisse il primo libro di culinaria? e del poeta Teocrito che Virgilio considera suo maestro? Ci sono stati anche politici di grandi intuizioni, come Agàtocleda Siracusa, che per primo tentò l'unificazione delle regioni del meridionali d'Italia, intuendo che poteva derivarne una grande potenza economica e politica. Infine, per citare Santi Correnti, la pagina più interessante e più civile della Sicilia "greca" è quella del trattato di pace del 480 A.C. dopo la battaglia d'Imera, in cui i Siciliani imposero, tra le altre cose, ai Cartaginesi sconfitti, la rinuncia ai sacrifici umani. Fulgido esempio di civiltà fin dal V secolo a.C.
Nel periodo Arabo la Sicilia e i Siciliani stupirono l'Italia e l'Europa. Meravigliosi tessuti, provenienti dai nostri opifici inondarono l'Europa, e l'uso della carta, e delle paste alimentari (gli spaghetti e i maccheroni, per intenderci), gli agrumi, il riso (di cui oggi vanno fiere le regioni del nord, dimenticando che siamo stati noi, dalla Sicilia a diffonderle nel continente!), i sistemi di canalizzazione delle acque. E vogliamo una curiosità? La città del Cairo fu fondata il 9 luglio del 969 da un arabo siciliano: Giawar da Palermo!
Dopo gli Arabi, arrivarono i Normanni e gli Svevi (anche loro non per reprimere e sfruttare, ma per integrarsi, loro a noi). Questa miscela di popoli e culture rese la Sicilia un modello per l'Europa. Nel periodo normanno in Sicilia assistiamo alla nascita del regno più moderno e meglio organizzato d'Europa. Qui, in Sicilia si ebbe il primo Parlamento, nel 1129, con Ruggero II. L'Inghilterra lo ebbe solo nel 1264). Si ebbe il primo Stato "burocratico", vale a dire basato su funzionari e non su una organizzazione feudale (vassalli, valvassori e valvassini). Si ebbe il primo stato "laico", indipendente dalla chiesa di Roma e soprattutto si continuò, come nel periodo arabo, ad applicare uno spirito di tolleranza religiosa e civile che nel resto d'Europa sarà riconosciuta solo nel 1598 (cioè ben quattro secoli dopo) con l'editto di Nantes di Enrico IV di Francia. I nostri connazionali non riescono a riconoscercelo tutt'oggi!!
Dal punto di vista culturale la Sicilia Normanna e Sveva annovera studiosi come Aristippo da Catania, che precorse l'umanesimo traducendo in latino autori come Aristotele, Platone e Diogene e, a Palermo, alla corte di Federico II nacque la letteratura italiana. Federico infatti, fu animatore, protagonista e creatore della famosa Scuola Poetica Siciliana ove confluirono rimatori ed uomini di cultura del periodo e che tanta parte ha avuto nel dare l'avvio alla letteratura italiana in volgare come testimonia lo stesso Dante Alighieri nel "De vulgari eloquenziae" e Petrarca nel "Trionfo d'Amore". Non solo in questi periodi, ma anche in altri successivi, la cultura siciliana ha dato luminosi esempi di avanguardia e intelligenza.
Ricordiamo la proposta dell'abolizione della pena di morte del palermitano Argisto Giuffredi del 1580 (Beccaria sarebbe nato 2 secoli dopo), e, durante il periodo borbonico, gli scritti femministi di Isabella Bellini e Genoveffa Bisso del 1753 e di Vincenzo Di Blasi del 1737. Ricordiamo che Pietro Pisano fu il primo in Europa a capire che i pazzi non erano degli indemoniati, ma solo dei poveri malati da trattare con umanità e come tali li curò nella Real casa dei Matti, dove sperimentò anche la musicoterapia al posto dei letti di costrizione e delle pene corporali, così tanto in voga in Italia e nel resto d'Europa. Accade, invece, che quando si parla della Sicilia la maggior parte delle persone, anche di buona cultura, è portata ad identificarla in blocco con la mafia, con fichi d'india isolati in brulli paesaggi, con coppole nere e con donne, anch'esse "nere, per i veli", urlanti dietro una bara. Per anni il cinema italiano e la televisione hanno usato burlescamente la nostra lingua, dileggiando il povero contadino meridionale per la pronuncia e per i suoi errori di grammatica come se un contadino veneto, lombardo, piemontese o del centro nord in genere, si esprimesse correntemente in versi aulici.
Un popolo di circa 5 milioni di abitanti viene accomunato "in toto" o ad un gruppo di feroci e spietati delinquenti (la mafia) o ad uno stereotipo d'avanspettacolo (inesistente nella realtà). Senza voler per questo minimizzare il fenomeno delinquenziale della mafia o le sacche di analfabetismo, è tuttavia d'obbligo puntualizzare che la storia della Sicilia e dei siciliani non può essere ridotta alla storia della mafia o del povero contadino ignorante. Ignorante di che poi, della lingua italiana, che la maggior parte degli italiani sconosce, mentre il nostro contadino, come tutti i contadini, è buon conoscitore delle sue tradizioni? Vorrei concludere questa mia introduzione ricordando solamente che a Torino, capoluogo del Piemonte, che per primo ci ha accusati di inciviltà e arretratezza se guardano la basilica di Superga, sappiano che l'ha costruita un siciliano, Filippo Juvara. Così come il palazzo reale di Stupinigi. Così per l'università di Torino, riformata da Francesco D'Aguirre di Salemi. Che sappiano anche che il palazzo reale di Madrid è su disegno dello Juvara. Così l'Osservatorio Ximeniano di Firenze, fondato nel '700 da Leonardo Ximenes trapanese, che il policlinico di Roma è al 50% merito, con guido Baccelli, romano, di Francesco Durante di letojanni. E, chicca sulle chicche, l'enciclopedia Treccani (a capitale lombardo, dal signor Treccani solo soldi) aveva Giovanni Gentile, Calogero Tumminelli e Antonio Pagliaro - tutti Siciliani D.O.C. - rispettivamente come responsabile culturale, editoriale e redazionale. E per la musica, le lettere, le arti? Non saprei quando fermarmi: Scarlatti, Bellini, Verga, Tempio, Martoglio, de Roberto, L. Lombardo Radice, Pitré, Meli, De Roberto, Lampedusa, Pirandello, Maiorana, Cannizzaro, Antonello, Serpotta, Rutelli, e così via, se dovessi continuare...
In un poco di olio fate appassire la cipolla, aggiungete poi 200 gr di pesce spada tagliato fine, il pan grattato, il parmigiano, il sale il pepe. Amalgamate bene il tutto e fate insaporire per qualche minuto. Nel frattempo spianate le altre fettine di pesce spada con il batticarne in modo da raggiungere uno spessore di circa 5 cm, adagiate al centro di ogni fettina un po’ del composto appena preparato ed arrotolatela poi su se stessa facendo in modo di chiudere bene le estremità per evitare che il ripieno fuoriesca. Con uno spiedino infilzate gli involtini ottenuti, tenendoli separati da una foglia di alloro. Passateli ancora nel pane grattato in modo che ne vengano ben ricoperti, adagiateli su una pirofila leggermente unta con dell’olio, bagnateli con un filo di olio e fateli cuocere nel forno a 180° C per circa 20 minuti. Quando sono ben dorati, sfornate e servite subito. Si possono fare anche alla griglia...naturalmente accompagnati da un vino bianco fresco!!
Correggo la ricetta dopo aver sentito amici di Messina e dintorni.
" Chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ne ha una volta sola. "
Paolo Borsellino
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" La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che
abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che
si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della
contiguità e quindi della complicità. "
Paolo Borsellino
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" Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi morivaattorno. "
Paolo Borsellino
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Sedici anni dalla strage di via D'Amelio. Sedici anni dalla morte del magistrato
Paolo Bosrsellino e dei suoi agenti - Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
Citazione di oggi: Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano « Ricordare tutti coloro che hanno
pagato con il sacrificio della vita i servigi resi alle istituzioni,
contribuisce in modo determinante a diffondere la cultura della
legalità contro ogni forma di violenza e sopraffazione ».
Il Salso (noto anche come Imera Meridionale) è un fiume della Sicilia che nasce dalle Madonie, in territorio di Petralia Sottana e sfocia nel Canale di Sicilia a Licata.
Vecchio ponte a Licata sul fiume Salso
Con uno sviluppo di 144 km, è il maggiore corso d'acqua della Sicilia per lunghezza e il suo bacino è esteso 2122 km2.
La denominazione Salso si riferisce all'elevata salinità dell'acqua nel tratto meridionale del fiume (da Enna fino alla foce), originata dalle rocce delle aree che il fiume attraversa nel suo percorso. Nelle provincie di Enna e Caltanissetta, attraversate dal fiume, si trovano infatti le grandi miniere, oggi abbandonate, da cui si estraevano un tempo minerali di zolfo ed il salgemma.
Con il termine Salso viene anche indicato un affluente della parte alta del bacino dell'Imera Meridionale che si getta nell'asta principale in località Ponte Cinque Archi. La denominazione Salso peraltro crea confusione con un altro fiume così denominato e che è un affluente del Simeto, il fiume più importante della Sicilia, che sfocia in mare in prossimità di Catania.